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Sbagliare per troppa ambizione e eccessiva voglia di dimostrare le proprie capacità è decisamente il modo migliore per esordire e farsi notare, anche con un film riuscito solo in parte.
Inoltre in questo caso specifico (arrivato in Italia con l’Irish Film Festa e passato anche a Toronto e alla Berlinale) stiamo parlando di un’esordiente donna, irlandese, con una comprovata esperienza nel comparto dei videoclip e una fascinazione palese per le contraddizioni fantastiche e cupe dell’adolescenza.
Sono queste le passioni e le influenze che si agitanotumultuose e sensuali in Kissing Candice, un lungometraggio che in soli 95 minuti tenta di essere formalmente e visivamente molto più di quel che contiene a livello narrativo. Aoife McArdle insomma mette a segno quella falsa partenza che fa venire voglia di tenerla d’occhio, in attesa di vederla quando riuscirà a correggere il tiro.
Sono affascinata dall’adolescenza, quel periodo di una vita che per impulsi e sensazioni può somigliare a un racconto fantastico a tinte dark”: parole di Aoife McArdle, che queste atmosfere misteriose e oniriche tenta di farle rivivere in ogni fotogramma del suo esordio, Kissing Candice.
A farle strappare la sufficienza piena e a non lasciare indifferenti nella visione del suo esordio sono due scelte vincenti che opera, le due frecce che ha al suo arco. La prima è la scala cromatica su cui basa l’estetica del suo film, che pur con limitati mezzi per ambizioni dai toni impossibilmente saturi se ne sta nel limbo tra Argento e Refn.

Il film si apre nell’abitacolo di una macchina rossa, con un la luce soffusa di un scarlatto così intenso da far impallidire un peep show e da caricare d’eroismo un semplice bacio appassionato tra la protagonista Candice e un ragazzo che molto l’attrae. Fuori c’è una notte impossibilmente verde, anche per gli standard irlandesi. L’estetica sconfina chiaramente nel racconto puramente visivo tipico del videoclip musicale, ma in molti passaggi narrativamente inconsistenti finisce per tenere a galla il film.

La seconda carta vincente della regista è l’azzeccatissima scelta della protagonista. Ann Skelly buca lo schermo dal primo fotogramma e inchioda lo spettatore con il suo fascino magnetico, tanto che nei rari passaggi in cui non è in scena il film ha delle cadute vertiginose nella noia pura e semplice. La sua performance è così magnetica che si riflette quasi controvoglia sul passaggio successivo e meno immediato: questa ottima resa è anche figlia del talento dell’attrice o della sua innegabile, dilagante bellezza?
La sua Candice è la protagonista adolescente di uno di quei film che si prefigge l’obiettivo di abbracciare interamente l’universo interiore e contraddittorio di una giovane donna, limitandosi a filtrarne i colori, senza alterare le scariche di libido e le fantasticherie ingenue e vanesie.

Da qui a capire cosa succeda esattamente dentro e fuori la testa di Candice però le cose si fanno difficili e la tenuta del film tradisce una trama così esile che forse sarebbe stata più efficace in forma di corto. Quello che Candice bacia con trasporto ad inizio film è un ragazzo che vive nelle sue fantasticherie, nei suoi sogni, nei momenti in cui è preda di crisi epilettiche che sconfinano in una sorta di sonnambulismo visionario abbastanza confuso.
Immaginate la sorpresa di Candice e il disorientamento dello spettatore quando il bel tipo sexy e misterioso si palesa davvero nella sua vita, rigidamente controllata da un padre padrone, messa in pericolo da una gang di teppisti locali e contigua a una misteriosa sparizione.

Kissing Candice non è nemmeno troppo interessato a fare in modo che lo spettatore riesca a venire a capo di cosa succede davvero e cosa vede nelle sue visioni la protagonista. Quando tenta di fare una distinzione, lo fa prevalentemente operando su colori e dimensione visiva, di fatto avvalendosi di una narrativa visiva e istintuale tipica del video che deve commentare e accompagnare una traccia musicale, suggerirne un’atmosfera, più che avere una storia compiuta in sé e per sé.

Curiosamente mi ha ricordato un film italiano di un giovane in cerca di consacrazione, 2night. Anche lì i misteri, le ambizioni e i limoni in macchina non mancavano, ma la stiracchiatissima idea di partenza non reggeva i comunque esigui 91 minuti iniziali, pur sommergendo lo spettatore di dialoghi e conturbanti primi piani di Matilde Gioli. Come si suol dire, se son rose fioriranno. Sicuramente ai progetti futuri di Aoife McArdle e Ann Skelly varrà la pena di dare un’occhiata.

Si ringrazia l’Irish Film Festa per aver consentito alla sottoscritta di vedere in anteprima il film.