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Il peggior risultato possibile guidato dalle miglior intenzioni immaginabili, questo è Nelle pieghe del tempo. Il blockbuster pasquale di Disney ci ricorda che, di tanto in tanto, anche la Casa del Topo sbaglia clamorosamente.
L’ambizioso progetto con un budget da 100 milioni di dollari vorrebbe portare in sala l’adattamento filmico del celebre (almeno negli Stati Uniti) romanzo fantastico per ragazzi scritto da Madeleine L’Engle negli anni ’50, con l’intento di produrre un film tutto al femminile.
La mossa è coraggiosa, per numerosi motivi: nonostante gli incassi stratosferici dei film su e con donne protagoniste visti nella scorsa annata, non è comunque un azzardo da poco portare al cinema uno progetto con un budget del genere, scontrandosi con la diffidenza ancora forte sulla monetizzabilità di una storia “al femminile”. Il plauso per Disney dovrebbe essere doppio, perché tra i grandi studios è l’unico che continui a produrre lungometraggi chiaramente destinati al pubblico più giovane, tenendo in vita il desolante panorama del cinema per ragazzi.

I complimenti però finiscono qui, perché tra il tentare di dare una svecchiata all’approccio tradizionale e conservatore di un certo cinema per famiglie e questo tripudio di politicamente corretto che sfocia nel nonsense più esecrabile la distanza è notevole.
Non paghi della componente femminile già preponderante del film, si è ben pensato di giocare anche la carta di quella razziale, forse sperando in un esito straordinario come quello di Black Panther. Il pubblico non pare però ancora disposto a vedere un film a scatola chiusa sulla sola base del manipolo di minoranze etniche ivi rappresentato. Storm Reid è una graziosa ragazzina afroamericana dai capelli strepitosi; il complimento le viene fatto da un amico di scuola e mi unisco al coro, perché con la recitazione non ha granché da spartire. A onor del vero, il record dell’incapacità attoriale in casa Disney rimane all’imbarazzante piccolo Mowgli che si faceva dare punti dagli animali in CGI in Il libro della Giungla.

La sua Meg potrebbe essere un personaggio interessante, perché lontana dall’immagine intrinsecamente solare e vivace della protagonista adolescente tipo. Peccato che l’interprete proprio non sia in grado di farci appassionare a un personaggio diffidente e scorbutico per via del suo passato, cosicché alla fine Meg risulta antipatica e musona, nonostante il tentativo di razionalizzarne l’attitudine.
A pesare sulla sua percezione del suo personaggio c’è anche l’adorabilità dei due piccoli compagni di viaggio, di una bontà che potrebbe risultare persino stucchevole, se non ci fosse Meg di fianco a renderla improvvisamente desiderabile. Sul fronte recitativo Storm Redi viene completamente annichilita dal compagno d’avventure e veterano di set Levi Miller, che all’età di 15 anni già vanta una carriera più che avviata e una solidità recitativa invidiabile. Da tenere d’occhio, il ragazzino.

Mentre Chris Pine si sorbisce di buon grado il suo rinnovato ruolo di Daddy in Distress, le tre protagoniste fantastiche, il trio delle Signore, vede un’ampia varietà d’etnie e storie attoriali differenti. Tuttavia sia Oprah Winfrey sia Mindy Kaling risultano impacciate e poco convincenti nelle loro vesti intergalattiche e nei sontuosi costumi caleidoscopici (inconfondibile il gusto over the top di Paco Delgado).
La colonna sonora, infarcita di canzoncine orecchiabili cacciate dentro così prepotentemente dal trasformare spesso il film in un videoclip, riesce nel non semplice risultato di mettere in ombra un compositore dal tocco suggestivo come Ramin Djawadi.

Così il viaggio della scorbutica, imbronciata protagonista Meg insieme al fratellino geniale e al compagno di scuola nelle pieghe del tempo per trovare il padre scomparso diventa un’estenuante carrellata di posti da vedere e effetti speciali mal fatti da propinare allo spettatore con contorno di spiegoni. Il quale si chiede perplesso domande quali: perché mai queste tre madri dell’Universo che sanno viaggiare nel tempo e nello spazio devono cambiarsi d’abito a ogni pianeta? C’è una legge cosmica che lo prescrive?

Se in sala uno ha il tempo di porsi questi quesiti significa che la sceneggiatura è gravemente lacunosa, ma ancor di più che la regia sta facendo un pessimo lavoro, lasciando allo spettatore il tempo di distrarsi dalla pellicola. Nelle pieghe del tempo con il suo ritmo inesistente e i continui raccordi dialogati per tamponare la piattezza visiva dell’opera è l’ulteriore conferma che Ava DuVernay non è il nome giusto per colmare la cronica mancanza di registe afroamericane sullo scenario cinematografico statunitense.
Portare avanti la carriera di una che era già sembrata largamente favorita per questioni extracinematografiche con la nomination del medriocre Selma ferisce innanzitutto la cinematografia femminile e quella delle artiste nere. Mi rifiuto di credere che da qualche parte negli Stati Uniti non ci sia un’afroamericana che non meritasse più della DuVernay di essere la prima donna nera a ottenere la regia di un film con un budget a nove cifre. O almeno una con abbastanza buon senso da capire che un film ambientato su pianeti fantastici e lussureggianti non dovrebbe spendere metà del suo tempo a fare primissimi piani dei faccioni dei protagonisti.

Insomma, l’unico merito di Nelle pieghe del tempo è che alla fetta di pubblico per cui è stato pensato, i ragazzini e ancor di più le ragazzine, probabilmente piacerà senza troppi problemi. Peccato che i classici del cinema per ragazzi e insuccessi recenti dalla componente qualitativa mica da ridere ci ricordano che non solo è possibile, ma sarebbe auspicabile realizzare film per ragazzi qualitativamente pregevoli, perché è questo che il pubblico giovane e quello adulto meritano. Nonostante anche lì la protagonista fosse totalmente allergica a qualsivoglia forma di recitazione, Tomorrowland di Brad Bird questa cosetta diretta da Ava DuVernay se la mangia sputando gli ossicini, tanto che viene da chiedersi chi sia alla regia di cosa per quale motivo extracinematografico.

Con una campagna promozionale sottotono e un’uscita argina-danni in un periodo poco affollato di film per ragazzi come questo, Disney dimostra di essere ben consapevole della mediocrità di questa pellicola. Stavolta mi è sembrato che anche il doppiaggio italiano fosse sottotono, con parecchie voci dalla recitazione artificiosa. Capita a tutti di sbagliare, anche quando animati dalle migliori intenzioni: si spera che questo film sarà di lezione per chi penserà in futuro che per fare un film buono e giusto basti ficcarci dentro quel tot di attori non caucasici e stare a vedere che succede.


 

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