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[Stavolta è un filo più spoiler del solito, quindi occhio.]
Non importa quante nomination e Oscar abbia portato a casa il film di Craig Gillespie se poi mi sento tradita come spettatrice e cinefila di fronte a Tonya. Non dal film, che è portentoso almeno il doppio di quanto si sia detto in giro, ma dall’incapacità di chi lo promuove e di ne scrive a riguardo di far capire sul serio che film si vedrà in sala.
La banda che ha messo su questo piccolo miracolo è scapestrata e reietta almeno quanto la protagonista che va a raccontare: lo sceneggiatore Steven Rogers ha un curriculum farcito di cinemozioni5 più o meno stucchevoli, Craig Gillespie ha una filmografia che rende davvero difficile capire come all’improvviso sfoderi questo piglio sicuro e smargiasso e la produttrice e protagonista Margot Robbie si è dovuta presentare come la bionda mozzafiato per anni nella speranza di mettere insieme l’influenza e il denaro necessario per ritagliarsi un ruolo per sé, che prevedesse una sua propria attorialità.

Il momento in cui tutto va in cortocircuito è quello in cui una pellicola che con la componente sportiva e quella biografica hanno a che fare fino a un certo punto viene presentata come il film in cui l’attrice protagonista si imbruttisce per farsi prendere sul serio. Non che l’accostamento tra la parabola di Margot Robbie e quella di Charlize Theron sia azzardo, anzi: la linea tracciata dalle loro scelte attoriali è quasi sovrapponibile. Posto che definire un taglio demodé e cotonato e un fisico allenatissimo un imbruttimento è un tantino pretestuoso, ma è l’accostamento tra un’operazione cinematograficamente piaciona e abbastanza mediocre come quella di Monster a un film pienamente riuscito oltre la sua protagonista come Tonya l’azzardo inaccettabile.

C’è una sola scena in cui Tonya si lascia andare all’autocelebrazione della sua protagonista con un prolungato, insistito primo piano sul suo volto eccessivamente truccato e sfatto dal conflitto interiore che vive: è il momento fugacissimo del faccia a faccia con la realtà dei fatti, della sincerità, la grande assente del film. Una licenza autocompiaciuta che dopo un’intero film di raccordi narrativi e visivi straordinari la banda che ha messo su quest’operazione si può anche concedere.

Tonya infatti non è un film biografico su una delle figure più controverse del mondo sportivo americano, pur concentrandosi a lungo sulla sua carriera sportiva non semplice e sulla sua infanzia e adolescenza altrettanto complicate. Che la componente di storia vera interessi relativamente lo capiamo dalla cornice in cui sono inseriti i racconti dei protagonisti: di fatto Tonya è una commedia nera in forma di mockumentary, con le presunte interviste alla pattinatrice e ai suoi congiunti girate con tanto di ratio 4:3 e immagine sgranata.

Di fatto il film si sceglie un simbolo già indelebile nella memoria dello spettatore, chiedendosi: ma questa pattinatrice di periferia, ribelle ma zelante, vittima e carnefice, capace di passare dall’altissimo al bassissimo, mortificata nel ruolo di figlia e moglie, è il simbolo di cosa, precisamente? 
La risposta è palesata in più passaggi del film: è l’America bellezza, la controversisissima e moralmente ambigua America degli anni ’90. Non a caso il film si chiude con l’apertura di un caso speculare a quello di Tonya: l’incredibile vicenda giudiziaria di O.J. Simpson.

La prima regola di questi Stati Uniti è che per ogni sogno americano realizzato c’è un’inevitabile rovescio fatto di sudore e prevaricazione prima, di fango e scandalo dopo. Non è un vero sogno americano se dopo l’arrivo alle stelle non si precipiti altrettanto rumorosamente nelle stalle da cui si era strisciati via.
Pur essendo caustico nel ritrarre la sua protagonista e il circo che si porta dietro, Steven Rogers si mostra sorprendentemente delicato nell’approcciare l’evento più noto della carriera della Harding, tanto che il fulcro del primo tempo non è l’aggressione alla sua storica rivale e il presunto coinvolgimento di Tonya nella stessa, bensì quello splendido triplo Axel che le consentì di essere riconosciuta una come grande pattinatrice, in un mondo sportivo classista e conservatore.

Con i suoi modi grezzi, i suoi gusti musicali aggressivi, i suoi poveri costumi fatti in casa e la pattinata innanzitutto potente, Tonya trova in quel salto di difficoltà estrema la possibilità di aprire una breccia in quello sport in cui era al massimo tollerata, ma mai davvero inserita. Il sogno irrealizzato di replicarlo all’Olimpiade, la genuina commozione con cui parla della stessa partecipazione all’evento e le rammaricate parole su quanto raramente le capiti di ripercorrere quella parte della storia sono il rimprovero silenzioso che il film ci muove prima di arrivare al dunque, all’aggressione e al processo.

Non è né un profilo biografico che vuole riabilitare o discolpare la figura della Harding, né un ritratto che tenti di ricostruirne la perdizione. Con le testimonianze contraddittorie del marito manesco di lei (Sebastian Stan), della terribile madre che l’ha cresciuta (una Allison Janney portentosa e davvero da statuetta) e degli idioti del villaggio che hanno avuto un contributo determinante nell’intero fattaccio, il film di fatto equipara le parole di Tonya a quelle opposte e inverse degli altri testimoni. L’unica vera risposta che ci viene fornita è che una risposta non c’è, la verità rimarrà per sempre preclusa a noi e a chi la dovrebbe conoscere, ma non riesce neppure ad ammetterla a se stesso.

Quello delineato dal film e interpretato ottimamente da Margot Robbie è un ruolo in cui convivono tumultuosamente i ruoli della vittima e dell’aguzzina. Tonya ha tutte le scusanti medie del film che ci racconta il lato umano del mostro della porta accanto: è stata piantata in asso dal padre nelle mani di una madre terribile, che la cresce a suon di mortificazioni, male parole e dolorosissimi tradimenti, che ricerca in ugual misura il suo successo (di cui approfittare) e il suo fallimento (su cui infierire). Tonya è alla così disperata ricerca di affetto e considerazione che casca nelle braccia di un uomo violentissimo e possessivo e degli amici di lui che si sentono in diritto di intervenire in faccende personali e sportive di lei. Tonya così è una marionetta nelle mani di un uomo a sua volta manovrato dai deliri egotici di un miserabile: a questo punto della storia può solo decidere da chi farsi tirare i fili.

Poi però arriva il triplo Axel e la possibilità di recidere quei film. Quando però si rende conto della transitorietà e superficialità del surrogato amoroso che è l’affetto del pubblico, ecco che Tonya passa dalla parte del torto, ficcandosi stavolta consapevolmente nella trama ricattatoria da cui verrà distrutta. A ben vedere al suo fianco non mancano figure quantomeno positive, che le dimostrano un certo affetto (Julianne Nicholson), ma verso cui lei dimostra la stessa rabbiosa arroganza che le viene riservata dai suoi aguzzini.
Anche il suo rapporto col pattinaggio è contraddittorio: da una parte è la sua ancora di salvezza sin da bambina, un modo per separarsi fisicamente dalla madre e per trovare conferma del suo talento. Così come con la madre e con il marito, Tonya tradisce e viene tradita dal pattinaggio. Le prova tutte: essere sé stessa, scimmiottare l’attitudine principesca delle altre, spingersi laddove le altre non arrivano, trascurare gli allenamenti. Così come i suoi terribili congiunti, quella col pattinaggio è un eterno tira e molla.

Con i suoi movimenti di macchina accattivanti e veloci, con il suo montaggio brillante e imprevedibile (un lavoro da Oscar a cui si deve molto del risultato finale e del ritmo brillante della storia) e con il suo sguardo tagliente su una storia esemplare del cuore nero del sogno americano, Tonya guarda a una fetta di cinema statunitense passata sotto relativo silenzio negli ultimi anni.
Questo modo distaccato di prendere una storia sportiva per poi parlare di tutt’altro (e in particolare dell’America come terra selvaggia di tradimento e falsità) non può che far pensare a Bennett Miller (non a caso Foxcatcher aveva come sottotitolo una storia americana). Gillespie e compagnia sanno che la loro protagonista e le loro capacità non possono eguagliare le titaniche prove qualitative del collega, perciò la buttano saggiamente in farsa. La storia umana di Tonya Harding è drammatica, certo, ma con una vena così paradossale e assurda che non avrebbe mai resistito a un approccio serio.
Così come Adam McKay e Charles Randolph in La Grande Scommessa, lasciano che sia la paradossalità della storia a dare la verve al film, approcciandola con un tono ironico. Inoltre è chiara la voglia di ricercare la miglior forma cinematografica possibile, la meno banale e quella un po’ sperimentale, forse alimentata da progetti precedenti in cui nessuno gli ha chiesto o consentito di dare il meglio. Il risultato è strepitoso, sotto ogni punto di vista.

Anche e soprattutto per quello femminile e femminista delle donne al cinema. Tonya Harding è quello che manca spesso su grande e piccolo schermo. Non servono vittime o donne toste, eroine o cattive senza rimorsi: serve un personaggio abbastanza complesso da essere tutte queste cose insieme e un’attrice abbastanza brava da interpretarne il volto cangiante. Figure così ricche non solo rare sul versante maschile, dove anzi è ricchissima la galleria di ritratti cangianti e contraddittori: Margot Robbie è stata finora la sexy dolce metà di personaggi maschili di questo tipo. Bisogna solo avere la volontà e la forza di trovare le altre Tonya Harding là fuori e raccontarle.

Ecco, questo è pressapoco quello che avrei voluto sentirmi raccontare su Tonya al posto di riflessioni su imbruttimenti, cotonature, CGI delle scene di pattinaggio e il tratto da una storia vera che forse non conoscete. 

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