Tag

, , , , , ,

Alle volte seguire le regole del manuale paga, e molto. Lo sceneggiatore e regista Hubert Charuel per il suo esordio registico si è attenuto alla prima raccomandazione che viene rivolta ai neofiti cinematografici e non: parla di ciò che conosci. Così il suo sorprendente primo lungometraggio Petit Paysan è ambientato nella campagna rurale francese in cui è cresciuto, girato proprio nella fattoria della sua famiglia, quella che ha deciso di abbandonare per tentare la fortuna nel mondo del cinema.
L’ambiente e la cultura agreste non sono certo un setting inconsueto per il cinema francese, espressione di una nazione che – al di fuori della capitale parigina – preserva con orgoglio una fortissima tradizionale agricola e pastorizia, una cultura della produzione e del godimento del buon cibo e del buon vino che forse non raggiungiamo nemmeno nel Bel Paese. In molti sono partiti da questo incipit bucolico, ma nessuno di aveva ancora regalato un angosciante, ansiogeno thriller in cui il corpo del reato è quello di una vacca da latte. 
Hubert Charuel non si è limitato a ambientare il suo film nella campagna francese in cui è cresciuto, ma ne ha ricreato l’atmosfera autentica, la forma mentis dei suoi abitanti, ben lontana da quell’idillio bucolico virgiliano che viene associato spesso da noi creature di città alla vita a contatto con la natura.
Il piccolo abitante del pays tradizionale francese è Pierre Chavanges (un ottimo Swann Arlaud), un allevatore che con le sue 25 vacche frisone sfida quotidianamente il pregiudizio di genitori e abitanti del paese, che non credevano fosse in grado di mandare avanti l’allevamento di famiglia. Per qualità il suo latte è il migliore della zona, le sue vacche scoppiano di salute e la bella panettiera – ringalluzzita dalla madre di lui – medita di impalmarlo presto: sembra tutto perfetto, eppure Petit Paysan si apre con una magistrale, angosciante scena onirica che esprime tutta la tensione latente di cui è preda Pierre.

Petit Paysan nasce infatti dai ricordi del giovane Hubert Charuel, adolescente negli anni in cui l’allevamento francese venne messo in ginocchio dal morbo della mucca pazza. C’è una malattia che circola in Belgio e uccide le vacche, ci sono i timori che possa arrivare presto in Francia e c’è la burocrazia di Bruxelles che prescrive di ammazzare tutti i bovini superstiti al primo contagio… e per il risarcimento si vedrà.

L’ossessione di Pierre per il morbo è talmente profonda e immotivata che quando la prima vacca si ricopre di sangue e muore sembra una nefasta profezia che si autoavvera, quasi fosse lui stesso ad aver catalizzato la sventura sulla sua fattoria.
La sua vita ruota attorno alle vacche con una dedizione che ha del religioso, ma anche con una disperazione inespressa e claustrofobica: come uomo è legato a doppio filo alla sua fattoria, è disperato perché senza di essa non riesce a definirsi, eppure da qualche parte nei suoi sogni e nel suo tran tran quotidiano c’è il desiderio autodistruttivo che il morbo compaia e lo liberi dalle mucche e dai genitori asfissianti che ne controllano ogni gesto. A differenza degli amici allevatori, Pierre non ha una famiglia o dei figli che trasformino le vacche in una mera risorsa economica: nella sua solitudine odiosa ma volontaria, Pierre finisce per portarsi il vitellino appena nato sul divano la sera, guardando la TV con il suo simbolo di speranza per il futuro, con un animale che la mancanza di un versante umano nella sua vita trasforma gioco forza in un legame affettivo insostituibile.

Dopo aver consumato le sue notti ad vedere su Youtube i video deliranti di colleghi complottisti agroalimentari che ne hanno fomentato le paure, Pierre trasforma la sua vita in un incubo hitchcockiano: prende il cadavere della vacca malata e lo occulta (procedimento che si rivela logisticamente ben più complesso del nascondere un cadavere umano), coltivando la delirante speranza di farla franca e salvare il resto della mandria. Hubert Charuel come sceneggiatore ha imparato la lezione del thriller classico e intrappola  il suo personaggio in un labirinto di bugie ed azioni sempre più temerarie per coprire il misfatto e salvare la sua fattoria. L’epilogo è inevitabile e intenso, il messaggio non scontato.

 

Questo racconto di solitudini e difficoltà agresti sarebbe potuto diventare un film drammatico come tanti altri, il grido di dolore del povero contadinello eroe mentre viene schiacciato dall’indifferenza crudele della Natura e di Bruxelles. Invece con la scelta di un genere come il thriller e con un’indagine psicologica raffinata volta a ritrarre non solo il lato oscuro della campagna, ma anche di quello dei suoi abitanti, Petit Paysan risulta più potente e memorabile di ogni vana lamentazione sulle ingiustizie della vita.
La sottile inquietudine che il protagonista Swann Arlaud mette in ogni azione del suo personaggio, la tensione disperata di ogni gesto anche amorevole che ha nei confronti delle sue vacche esprime più di mille parole quanto quell’idillio bucolico possa trasformarsi nel personale inferno di chi vi si sente imprigionato, con tanto di angoscianti montaggi dei corpi delle vacche, oggetto d’amore via via fonte di disperazione, sinistro e malevolo.


Annunci