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Gettandoci alle spalle il qualunquismo da lettore che “è sempre meglio il libro”, è arrivato il momento di fare qualche breve riflessione su Altered Carbon nella sua incarnazione televisiva. Non è un mistero che la sottoscritta ricada pienamente nella categoria dell’estimatore di vecchia data che vede arrivare su piccolo schermo via Netflix una storia nota da tempo nel suo pieno sviluppo, conclusione inclusa.
Su Players ho tentato di darne un’analisi senza spoiler e volta a inquadrare la serie nel panorama degli adattamenti letterari fantascientifici approdati su grande e piccolo schermo negli ultimi anni.
Qui invece mi avvalgo di spoiler ed entro nello specifico, con l’inevitabile comparazione tra due visioni della stessa storia investigativa che coinvolge lo stesso individuo, l’ex Envoy Takeshi Kovacs.

Ma quindi mi è piaciuta o no, questa prima stagione di Altered Carbon? , nella misura in cui la serie TV filtra un romanzo tipicamente britannico attraverso le maglie di una visione narrativa e esistenziale molto statunitense e sin troppo semplificata.[la recensione del romanzo]

Altered Carbon è quella che un tempo avremmo definito un’americanata, nel senso dispregiativo del termine. In sé e per sé non c’è nulla di male e, guardando al passato recente, poteva andare molto peggio a noi, a Kovacs e a Morgan. Netflix da parte sua ci ha messo un certo impegno produttivo e un team di attori e tecnici di medio livello.

La prima sorpresa è stata la promessa mantenuta di tirarne fuori una serie palesemente destinata ad un pubblico adulto, dove la violenza non è mitigata e viene spesso mostrata, seppur il livello di brutalità proprio di questo romanzo grimdark rimanga ben lontano.
Sul fronte sessuale ad entrare nel dettaglio pare quasi di spuntare la lista della spesa, ma quanto vale un nudo frontale più o meno esibito di un Joel Kinnaman tanto pompato da essere quasi riconoscibile se poi qualche episodio dopo riappaiono gli odiosi lenzuolini strategici con cui coprire le pudenda e le complicate coreografie sessuali per non mostrar alcuna nudità degli attori?

Sarebbero questioni di lana caprina di fronte a una serie in grado di portarsi dietro il bagaglio di riflessioni sociali, economiche e filosofiche che Richard Morgan ricama intorno a questo mondo in cui la coscienza delle persone è registrata digitalmente su un supporto artificiale. Il problema è proprio questo e si evidenzia chiaramente nella seconda parte della stagione, dopo l’episodio spartiacque in cui Kovacs viene sottoposto a tortura.

Qui purtroppo la coerenza del disegno “adulto” della serie viene a vacillare: non tanto per i cambiamenti apportati alle metodologie di tortura, quanto per la scappatoia con cui Kovacs riesce ad uscire da una situazione mortale. Adulto non significa solo violento o esplicito; rimanda anche all’ineluttabilità di certe leggi fisiche e sociali, anche e soprattutto quanto “il buono” finisce per schiantarcisi addosso e farsi male. Quindi no, non ho gradito quella spiegazione farlocca che trasforma gli Envoy in piegatori di cucchiai alla Matrix, in grado di sabotare con la forza dei dati immagazzinati nella loro pila corticale un costrutto generato da un programma per computer, facendolo andare in crash.
Piccola nota aggiuntiva: in un futuro in cui i corpi hanno quel tipo di valore economico, chi mai torturerebbe una persona fisica rischiando di ferire il prezioso organismo ospitante con quelle soglie di dolore? Quale criminale o militare non estrarrebbe la pila corticale, inserendola a mo’ di USB nel terminale e torturando quel cumulo di dati che costituiscono la coscienza del soggetto con tutta tranquillità e con un programma apposito, magari che non richieda nemmeno un intervento umano? Solo che così l’autosalvataggio alla Matrix non funzionerebbe.

Non è che ogni cambiamento al costrutto del libro sia necessariamente negativo, anzi. Il dettaglio buffo e iconico dello zainetto o la trasformazione dell’intelligenza artificiale del hotel da Jimi Hendrix a Edgar Allan Poe sono tra gli elementi più riusciti della serie e sono entrambi originali.
Tuttavia sono solo le aggiunte cosmetiche a funzionare: quando gli sceneggiatori vanno a modificare elementi sostanziali del libro, non riescono mai a trasformarli in cambiamenti migliorativi, anzi: deviano il racconto di netto verso il territorio dell’americanata.

Qualche esempio sparso:

  • Gli Envoy
    Forse la deriva meno comprensibile in quanto rende solo la storia più confusa. Gli Envoy di Morgan sono l’élite scelta delle forze mercenarie al soldo del Protettatorato, la mega corporazione / forza paramilitare con le mani in pasta ai quattro angoli dell’universo pur non facendo capo a nessun governo nazionale o planetario. Sono i navy SEAL’s del Protettorato, sottoposti a un lungo periodo di condizionamento psicologico per avere una serie di reazioni a contesti di pericolo e di battaglia psicologicamente o chimicamente indotte.
    La sovrapposizione assoluta tra Envoy e partecipanti alla ribellione su Harlan World (il pianeta natale di Kovacs, dove è ambientato l’episodio del flashback in cui lui abita il suo corpo asiatico originario) priva tra l’altro Takeshi della sua ambiguità morale, perché nessuno che abbia lavorato come Envoy è uno stinco di santo, tanto che Takeshi non è così facilmente ascrivibile tra i personaggi positivi, stando nei tre romanzi al soldo di persone che gli fanno fare cose discutibili come mercenario e come ex Envoy. Questo altro step di allontanamento dall’élite scelta viene quasi eliso dalla serie, che preferisce adagiarsi sul facile discorso di quello speciale perché ultimo di un qualcosa ormai scomparso e quindi, automaticamente, importante e unico. Kovacs invece è un individuo piuttosto raro per arco narrativo, perché era vivo e presente alla ribellione di Quellcrist, ma non è certo unico. Morgan si guarda bene dal metterlo su un piedistallo o renderlo chiaramente il prescelto di un qualcosa (tantomeno da precisarne in partenza la posizione su Quellcrist); è solo un mercenario tra tanti, con qualche capacità ricercata e parecchie esperienza.
    Senza aver letto il romanzo, l’intera questione degli Envoy pare piuttosto confusa, buttata lì come un parolone con cui riempirsi la bocca ma con poca chiarezza: sono solo i ribelli di Quellcrist, o esistevano anche prima? Cosa sanno fare di preciso, oltre che a uscire da un programma del pc con la sola forza del pensiero? Cosa li rende speciali in un mondo in cui si possono costruire corpi alterati per risultare più letali nel combattimento, così come si possono fare custodie sintetiche strafiche per prostitute d’albo bordo? Chissà.
  • Quellcrist Falconer, Sarah e Virginia Vidaura
    Di fatto la prima stagione di Altered Carbon fonde, mescola e rivoluziona tre personaggi femminili ben distinti del romanzo. L’intento stavolta è chiarissimo, ma ancor più deleterio: dare un’ancoraggio umano e sentimentale a Takeshi Kovacs, buttandola nella facile storia d’amore che genera nell’ancor più semplicistica lotta tra Impero e Ribelli. Che noia galattica, questo continuo susseguirsi di quei quattro riferimenti di genere in croce, questo bisogno intrinseco di dividere tutti tra buoni e cattivi, con i protagonisti rigorosamente nel primo gruppo, guidati dall’amore perduto. Che. Noia.
    Durante la carneficina su Harlan World (che viene più o meno riadattata da quella che nel libro è nota come battaglia di Innenin e si svolge altrove e soprattutrto vede protagonisti solo gli Envoy) a un certo punto Takeshi si dispera per la morte di un personaggio secondario che chiama per la prima e ultima volta Virginia. Immagino fosse un occhiolino per i lettori, rimasti per buona parte orripilati dal cambiamento apportato a quella che era l’addestratrice di Kovacs, la donna che l’ha formato per entrare negli Envoy e le cui massime ricorrono per tutti e tre i romanzi.Gli addestramenti tra lo zen e il ridicolo a cui Quellcrist sottopone i giovani Kovacs non sono che la panacea inefficace delle concretissime indicazioni sul campo che Takeshi continua ad applicare e che dimostrano come Richard Morgan abbia riflettuto a lungo su come la pila corticale cambi le regole d’ingaggio e di combattimento.
    Per esempio uno dei mantra di Virginia Vidaura è non curarti del dolore, accertati della funzionalità della tua custodia. Il sottotesto è che l’importante è che la pila non vada distrutta, per cui chissene se sanguini o perdi un arto, basta mantenere la funzionalità quel tanto che basta per permettere di completare la missione guadagnarsi la custodia successiva.
    Uccidi e non lasciare nessuno indietro: se uno è ferito e d’impiccio, i compagni devono ammazzarlo e portarsi con sé la pila corticale. L’unico tabù, l’unico gesto dei codardi è non fermarsi a recuperare le pile, per il resto, ammazzare un corpo amico per un vantaggio strategico è un imperativo dettato dal buon senso.
    Se la soppressione di Virginia Vidaura era prevedibile e accettabile, la trasformazione della figura intellettuale più radicale e carismatica di Harlan World, una filosofa e guerriera, nel love interest di Kovacs per me è inaccettabile. Primo perché tra le lenzuola di Kovacs non mancano certo inquiline e anche se per una volta il protagonista maschile si fosse limitato a fare sesso senza introdurci al suo Vero Amore non è che saremmo rimasti col fiato sospeso.
    Secondo perché nonostante nei primi romanzi Quellcrist sia una presenza saltuaria e coadiuvata più da spezzoni dei suoi scritti e credenze popolari legate alla sua figura più che da dichiarazioni di Kovacs in merito, il suo personaggio è la classica figura radicale e controversa che sfugge a facili giudizi morali. Laddove nella serie il giudizio su di lei è incontrovertibilmente positivo, in quanto Kovacs si innamora di donne belle, coraggiose e buone (sigh), a detta di sua sorella.
    La rivolta su Harlan World nasce su un pianeta appena colonizzato, e che vuole ribellarsi al dominio politico del Protettorato, ma viene condotta dalla sua leader con una violenza e una linea così radicale che lo stesso Kovacs talvolta la difende, talvolta dubita del miglioramento che la riuscita della ribellione avrebbe portato. Quellcrist Falconer è la via di mezzo tra la fondatrice di una setta religiosa e una leader rivoluzionaria novecentesca, il cui messaggio è così radicale da essere subito travisato e trasformato alla sua morte. Anzi, nel corso dei suoi scritti, torna più volte su quanto detto, cambiando parere, introducendo una visione via via più pessima sulla possibilità di risolvere davvero la frattura sociale che la possibilità di diventare immortali ha creato.


    Che è un po’ diverso dal fermare i proiettili e schivare i coltelli perché basta non credere ai limiti del corpo (LOL NO) e piegare un fottuto programma del computer in cui sei scaricato in forma di dati perché basta combatterlo (LOL, still NO).

    No scusate, eh, ma facciamone una questione di principio, vi prego. La prossima volta che Windows vi farà partire a tradimento aggiornamenti lunghissimi o il laptop crasherà e cancellandovi oltre ogni possibilità di ripescaggio il documento a cui stavate lavorando, non reagite razionalmente imprecando e accettando l’impossibilità di piegare la tecnologia ai vostri bisogni.
    distruggete la catena.
    distruggete la catena.
    Qualsiasi diamine di cosa significhi, vi permetterà di piegare le leggi della fisica, dell’elettronica, del buon senso.

    DISTRUGGETE LA CATENA DEL RAZIOCINIO!

    Doppiamente tragico se si pensa che l’interprete Renée Elise Goldsberry è forse la migliore nel cast: se il personaggio non stride mai eccessivamente agli occhi di chi non ne conosce i trascorsi, è perché l’attrice dà un’interpretazione piuttosto credibile di una leader carismatica nata, mettendo una pezza pure ai discorsi motivazionali ridicoli che le fanno pronunciare. Tipo che in una sola vita ha creato il problema (la pila corticale) e la soluzione (una back door tanto potente da pregiudicare ogni possibile tentativo di riattivare la tecnologia della pila corticale perenne, tipo per sempre, sa solo lei come): geniale scienziata, combattente migliore del’universo, superba filosofa e inspiegabilmente va a innamorarsi di quello che ai suoi (e nostri) occhi è poco più di un bimbetto lento di comprendonio.

     

    Di fatto il problema di Altered Carbon più serio e che ne intacca profondamente la riuscita è la difficoltà nell’accettare i limiti d’azione che la storia stessa impone, per ribadire l’essere speciale del suo protagonista o la possibilità di lottare contro il sistema ingiusto che domina la Terra.
    Nel romanzo Kovacs è sempre una pedina tra contendenti più potenti e quando gli va bene, riesce a garantirsi appena un po’ di libertà di movimento nei limiti che gli impongono. Il suo passato e la sua esperienza lo rendono solo più consapevole della sua impotenza. Nella serie TV si continuano a porre dei limiti, salvo poi aggirarli in maniera così pretestuose da rendere l’intero world building poco concreto e per nulla memorabile.

    Su Sarah, la donna che viene uccisa nella scena d’apertura e che si nascondeva con Kovacs, il vero quesito è uno: come si fa ad arrivare al terzo romanzo, dopo aver cambiato quel passaggio fondamentale lì? Mah. D’altronde come si fa ad adattare Woken Furies è quello che continuavo a chiedermi mentre impotente assistevo alla veloce spiegazione e estrema banalizzazione di tutta la parentesi dei primi anni di vita di Kovacs su Harlan World. Quando non mi disperavo per Dichen Lachman.

  • Reileen Kawahara
    Il mio sconcerto nello scoprire che il Matusalemme più vecchio e pericoloso di Altered Carbon era diventato la sorella di Takeshi Kovacs fissata – per ragioni abbastanza incomprensibili – nel volerlo ricondurre a sé non potete immaginarlo. Kawahara è la brace dopo la padella di Laurens Bancroft; un burattinaio così potente che fa sembrare quasi ingenuo e positivo uno che strangola a mani nude innocenti prostitute.
    A parte mostrare nuda impunemente Dichen Lachman (perché i suoi seni sono accettabili, ma i corpi senza lenzuoli addosso post coito no), a che è servito questo allargamento della famiglia Kovacs, con la dualità fratello buono, sorella passata al lato Oscuro della pila corticale? Oltre a rendere gli episodi di flashback di una prevedibilità paurosa, con Lachman che fa tanto d’occhiacci al fratello mentre la regia che in tutti i modi tenta di montare il mistero di chi, chi sarà mai ad aver tradito Falconer e Kovacs? Tra l’altro tra l’entusiasmo irrazionale con cui Kovacs abbraccia la causa di Falconer e la dabbenaggine con cui si lascia separare dalla sorella, Kovacs nei flashback fa davvero la figura del bambascione.
  • L’empowerment finale
    No, il personaggio della ragazzetta afroamericana che da prostituta si trasforma in profeta che vede il futuro (???) e letalissima assassina (????) perché ha passato qualche ora a lanciar coltelli in una realtà virtuale creata da un albergo, no. Urla vendetta al cospetto divino, anzi peggio: urla oh caspita, forse avremmo dovuto mettere un altro personaggio femminile bad ass, quindi pieghiamo ogni costrutto logico e coerente affinché un personaggio afroamericano femminile spacchi culi nella puntata finale. A mani basse è stato il cambiamento che ha tirato fuori da me quelle posizioni tra fatalismo e terrorismo tipiche del lettore che vede l’adattamento filmico e s’inalbera a prescindere.

Quindi Altered Carbon serie TV è una vittoria o una sconfitta per Altered Carbon romanzo? Il suo creatore lo ha definito a fucking Maserati di cui avrebbero potuto non piacergli il colore degli interni, ma era pur sempre una Maserati. Questo però ben prima dell’uscita della serie TV, quando ancora si stava girando sul set. Temo ben prima di vedere tutta la prima stagione; da allora Morgan si è guardato bene dal commentare alcunché. Certo dopo più di un decennio di tira e molla, è già un lusso aver qualcosa da commentare.
Poteva andare peggio. Joel Kinneman è perfetto per il ruolo di Takeshi Kovacs e guida un cast ben assortito e quasi sempre azzeccato, la produzione non è troppo povera, ci hanno già promesso una seconda stagione.

Certo con una setting così anonimo e povero di personalità dal punto di vista visivo, così tanti passaggi di trama ricalcati (e nemmeno troppo bene) su opere diverse e ben più famose e più in generale col tentativo riuscitissimo di ridurre il valore aggiunto di un romanzo britannico alla prototipica storia fantascientifica statunitense un poco più violenta ed esplicita del solito, la serie Netflix perde per strada proprio il valore aggiunto. La complessità che rende il romanzo un titolo cardine degli ultimi vent’anni nel comparto viene rapidamente sostituita da una strada già battuta, prevedibile, che risulti familiare allo spettatore; affermazione doppiamente vera, dal punto di vista narrativo e dal punto di vista della messa in scena televisiva.

Questo Kovacs non è memorabile e graffiante come quello che è diventato il biglietto da visita per il suo autore e dubito che la serie TV a lui dedicata avrà un impatto duraturo sul cuore e le menti degli spettatori. Laeta Kalogridis, non ti invidio ora che ti ritroverai per le mani quel mattone military SF di Broken Angels, dopo esserti già giocata un tot di scappatoie per assicurarci che Takeshi crede nel Vero Amore.

Tra una manciata di giorni arriverà BBC con la miniserie di La città e la città di China Miéville. Avanti il prossimo, dunque: suppongo che prima o poi, anche solo per la legge dei grandi numeri, qualcuno un adattamento lo azzeccherà in pieno.

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