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Ispira persino un po’ di divertita tenerezza constatare l’assoluta trasparenza dell’operazione Molly’s Game, il film con cui lo sceneggiatore contemporaneo per antonomasia Aaron Sorkin decide di dirigere un copione scritto di suo pugno in maniera letterale, esordendo alla regia. Il meccanismo è ben oliato, quasi un automatismo di scrittura: cerca il tratto da una storia vera giusto, un profilo biografico straordinario e iconico, quello che gli statunitensi definiscono larger than life.
Poi scrivilo e riscrivilo piegandolo ai messaggi e alle riflessioni che intendi farci sopra, anche se la vicenda iniziale non era poi così automaticamente riferibile a quello che gli arguti dialoghi sorkiniani ora alludono e ora urlano.
Solo che stavolta al centro della vicenda scritta da uno degli autori più criticati per le sue controverse figure femminili c’è una protagonista di sesso femminile.

Il protagonismo della scrittura sorkiniana ha sempre fatto vittime dietro la macchina da presa: forse l’unico regista che è riuscito a non farsi mettere in ombra da Sorkin è stato David Fincher. Gli altri film nati dalla penna di Sorkin tendono ad annichilire il regista, che scompare nel martellante protagonismo dei dialoghi e soliloqui dello sceneggiatore. Nel bene e nel male, i film di Sorkin sono tali; il primo nome che balza alla mente è sempre il suo, con buona pace del regista di turno.
L’ultima vittima di Sorkin sceneggiatore è Sorkin stesso: anche Molly’s Game è palesemente un suo film di scrittura. La regia si limita ad esserci e raramente si è visto un esordio di un “famoso” così anonimo, nel bene e nel male. Nei 140 minuti che compongono la pellicola la cinepresa è sempre dove ci aspettiamo che si trovi, si muove esattamente come prevediamo e non riesce a mettere a segno nemmeno un guizzo memorabile.

A sorprendere della sceneggiatura non è la prevedibile straordinarietà del girone infernale in cui s’infila la protagonista, bensì la familiarità che il pubblico ha sviluppato con il modus operandi e la filosofia di questo sceneggiatore, i cui intenti sono così cristallini da tradire persino una certa ingenuità da parte di uno famoso per il suo cinismo e per le sue pagine taglienti.
Sembra quasi si sentirlo fregarsi le mani, convinto di fregare tutti i suoi detrattori, che da tempo gli rimproverano l’incapacità di scrivere un personaggio femminile incisivo come i suoi protagonisti maschili. Non sarà sembrato vero a Sorkin quando si è imbattuto nella vicenda di Molly Bloom, atleta olimpica mancata, algida calcolatrice finita a capo di una bisca di pokeristi ricchissimi e influenti, braccata dal FBI per i suoi legami con la mafia russa e per i suoi hard disk pieni degli scottanti segreti dei suoi clienti. Molly sembra il parto della mente di Sorkin e non una cittadina americana finita in una situazione pericolosissima da cui è uscita a testa alta e libro biografico sotto braccio.

Chi poi meglio di Jessica Chastain – una che ha infilato un’intera carriera di donne forti che jessicachastanizzano il copione e le avversità – può portare a casa l’ennesimo ruolo della donna algida, frigida e impegnata in una difficile battaglia di dominazione con i maschi che tentano di dominarla? Un’attrice di razza e con un décolleté e un fascino tale da riuscire a non venir troppo mortificata dalle tragiche mise che il film fraintende come sensuali, ma che la fanno sembrare in più di un frangente una squillo da marciapiede. Questa contraddizione minima è in realtà una spia importante dell’enorme fraintendimento su cui è basato il film.

Fosse anche il cattivo gusto della Molly originale a dettare questa scelta estetica, anche il cattivo gusto costumistico è un’arte e deve comunicare qualcosa sul personaggio. I tragici abitini strizzaseni di Molly ci mostrano le sue tette, ma non ci dicono nulla della sua anima; considerando che il film esclude qualsiasi discorso sulla dimensione intima e affettiva del personaggio – che pare non avere desideri, neppure una banale attrazione fisica o una sessualità da soddisfare – questa contraddizione è ancora più stridente. Sorkin non ci spiega perché Molly dovrebbe conciarsi così. Di fondo di Molly ci spiega pochissimo, perché a lui interessa dire quello per cui ha selezionato il suo profilo, ovvero nella fattispecie quanto ogni uomo nella sua vita tenti di dominarla, dal procuratore all’ultimo tragico giocatore della sua bisca d’alto bordo, risalendo fin su su al father issue grosso così.

Il punto è che Sorkin non ci sta raccontando Molly, ma il suo classico personaggio maschile di riferimento, una voce da uomo calata nel corpo femminile più adatto a ospitarla. Per mascherare questa operazione più o meno consapevole, Sorkin sceglie la facile via della caratterizzazione femminile come continuamente oppressa e manipolata dagli uomini circostanti. La pretestuosità dell’approccio è tale che la risposta lascia trasecolati: Molly è una vittima degli uomini circostanti, una martire che non parlerà per non rovinare famiglie e vite dei suoi clienti. Molly tiene testa alla mafia russa e, minacciata, rilancia con una bisca ancora più esclusiva e illegale, sopravvive a suon di droga e rilanci azzardati, ma è una vittima degli eventi, dal rametto che ne distrugge la carriera sportiva al processo che ne mette in pericolo la libertà.

Il personaggio dovrebbe avere un’agency molto sviluppata, ma di fatto è il classico simulacro femminile che nei momenti cardine ha bisogno di una guida maschile che prenda il controllo della situazione. Il monologo dell’avvocato, l’intervento finale di legittimazione del padre, la saggezza del giudice sono necessari a Sorkin perché il suo limite è sempre quello: non ha la più pallida idea di come si muova o agisca una donna protagonista della sua storia, che sia destinata a essere vincitrice o vinta.

Sulla carta la figura di Molly dovrebbe essere molto vicina a quella di Tonya, ma dal confronto è palese quanto quest’ultimo non solo sia un film migliore, ma un ritratto femminile enormemente più sfaccettato, che con la sua contemporaneità annichilisce il tentativo di Sorkin di applicare il suo modello maschile a una vicenda femminile in maniera acritica.

Sfioriamo poi il paradossale se pensiamo al penultimo ruolo di Jessica Chastain, quel Miss Sloane ingiustamente ignorato come una scopiazzatura in tono minore della scrittura sorkiniana. Quel film invece è nettamente superiore a questo, capace di dirci tantissimo di più del personaggio con un’ora in meno del minutaggio. Sloane è distaccata e calcolatrice come Bloom, ma la sua dimensione intima è riservata, non inesistente. È un ritratto di donna complesso e affascinante, che tiene conto delle pressioni sociali sulla sua persona e il suo sesso. La sua consapevolezza del construtto sociale attorno a lei è tale da accettare la sconfitta calcolata come unica strategia per trionfare e raggiungere la sua meta finale. Se Molly’s Game non affonda è merito di una Jessica Chastain che lo tiene a galla, lottando contro l’usura di sé stessa, continuamente calata nei panni di un personaggio che ricorda da vicino il precedente.

Il fatto che Molly’s Game si sia portato a casa una nomination per la sceneggiatura e Miss Sloane sia passato sotto silenzio dice tutto quel che è rimasto da dire sul livello di comprensione del concetto di “donna forte”.

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