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È arrivato il momento di sfoderare uno dei miei indubbi talenti: parlare di tutto senza dire niente, ovvero evitare con consumata agilità non solo ogni possibile spoiler, ma anche ogni singolo accenno di trama, anche vago e recondito su Avengers Infinity War, un film che forse non vale nemmeno la pena di recensire in maniera “seria”, perché ognuno a riguardo avrà da dire la sua e, con 2 ore e 40 minuti di minutaggio, di materiale su cui lambriccare ce ne sarà davvero tantissimo nei mesi a venire.
Quindi aspettando che anche voi vediate uno dei film più attesi dell’annata (e il consiglio è di farlo quanto prima perché spoilerarselo è davvero un attimo) questa sono io che in maniera informale e disordinata dico la mia a riguardo, in una reazione a caldo nel post visione.
L’impressione più forte nel post visione di Avengers Infinity War è che dopo il mezzo fallimento di Civil War, i Russo siano riusciti a domare il cronico gigantismo di questa recente fase del Marvel Cinematographic Universe (MCU). Avergers Infinity War infatti è comprensibilmente imponente e articolato, ma non ha mai un singolo passaggio di stanca e riesce a muovere il suo impressionante cast con notevole agilità. Se fosse una gara di pattinaggio di figura, si direbbe che il film sa occupare l’intera pista: lo strato di ghiaccio di Avengers ricopre un universo ricchissimo di pianeti e personaggi e la sceneggiatura scivola agilmente da un gruppetto di supereroi all’altro, con acrobazie connettive che uniscono l’ironia di Gunn e Waititi alla dimensione spettacolare da blockbuster di Black Panther e Captain America.

Le 2 ore 40 minuti di durata scorrono via in uno schioccar di dita per ritmo e coinvolgimento, ma non è un film che non lascia traccia di sé, anzi. A livello d’impatto emotivo la narrazione indovina tanti passaggi, riduce al minimo i momenti WTF!? e riesce ad azzeccare un finale epocale, all’altezza della mole dell’intera operazione, di quelli che lasciano senza fiato e senza parole.

Avengers Infinity War insomma è la cosa più vicina che ci sia mai dato di vedere a un cinecomics adulto narrativamente e cinematograficamente e lo dimostra soprattutto nei suoi risvolti drammatici. Sa assumere un tono serio, sa guardare negli occhi la violenza, senza ricadere nel cupo realismo alla Cavaliere Oscuro e senza ridurre la portata emotiva di quanto accade per mantenere il suo pubblico trasversale e familiare. Soprattutto, sa essere con grande dignità un film d’intrattenimento di alto livello, un blockbuster che non è costretto a buttarla in caciara (sto guardando te Thor 3) o prendersi incredibilmente sul serio (sto guardando te, Zack Snyder) per essere efficace e riuscito.

Il suo merito più grande è però quello di aver partorito il primo villain con uno status da personaggio vero e proprio del MCU. Thanos è protagonista tanto quanto gli altri supereroi di Infinity War e anzi, la sua allure da personaggio shakespeariano e il tempo che il film si prende per raccontare la sua versione della storia lo rendono il più riuscito e sfaccettato dell’intero pellicola. Thanos è il primo cattivo che viene voglia di ritrovare, che ispira domande e riflessioni in merito, ma soprattutto nobilita il facile giochino della caccia alle gemme del destino per diventare via via più forte.

Quindi sì, i Russo sono riusciti a dare a questa seconda fase dell’universo cinecomics il climax che meritava, con un risultato nettamente superiore a quel Avengers che l’aveva aperta. Infinity War fa delle scelte che lo rendono epocale: sta a Marvel ora agire di conseguenza e non vanificarne la portata, procedendo in avanti senza mai voltarsi indietro.

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