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Non è semplice recensire l’esordio di Christelle Dabos nel mondo letterario francese e quello doppio di edizioni e/o nel regno della letteratura fantastico e di quella per ragazzi.
Infatti Fidanzati dell’inverno risulta tanto un autentico page turner, con il suo fluire senza intoppi e con un appassionante crescendo di colpi di scena, quanto un libro che a raccontarlo si rischia di ridurlo alla più banale delle novità in campo letterario per ragazzi.
D’altronde il punto di partenza non è poi così differente da quello dei capisaldi contemporanei con la magia dentro, a partire dalla caratteristiche fisiche e caratteriali della protagonista Ofelia. Dal worldbuilding al risvolto sentimentale, Dabos s’inventa davvero poco degli ingredienti iniziali, assai familiari per i lettori più versati di questo filone. Anche i più fan navigati di letteratura fantastica e young adult dovranno riconoscere che è il come Dabos amalgama questi elementi a fare la differenza, a creare in poco più di 500 pagine una storia dalla personalità distintiva, che fa venir voglia di divorare immediatamente il secondo volume appena richiuso il primo.
Bisognerà pazientare un po’ in questo senso: edizioni e/o ha appena pubblicato Fidanzati dell’inverno, il primo volume di quella che per ora promette di essere una quadrilogia. Il successo è invece largamente assicurato in patria: quaranta mila copie bruciate con il primo volume, duecento mila già vendute in attesa della conclusione della saga, di un ventilato adattamento televisivo e dello sbarco nel mondo anglosassone con la traduzione di Europa Edition.
Dovessi sbilanciarmi in merito, non vedo ostacoli sulla strada verso il successo della Dabos nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Da lettrice italiana che si è goduta il libro nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca posso dire che a tradire la natura francofona di Fidanzati dell’inverno c’è solo una certa sensualità di fondo meno edulcorata delle controparti statunitensi e una sospetta inclinazione dei protagonisti a passarsi il burro da una parte all’altra delle tavole ad ogni pasto.

Per quanto riguarda il burro, non potrei essere più d’accordo con Ofelia e Dabos. Per quanto concerne il piglio più maturo della media di romanzi per ragazzi che approdano nelle nostre librerie, non bisogna dimenticare che l’autrice si è trovata a scrivere Fidanzati dell’inverno in un periodo piuttosto particolare della sua vita, dopo essersi lasciata alle spalle adolescenza e amatorialità.
Il punto di partenza è quello di un’intera generazione e più di lettori: Harry Potter. Quegli anni tra un volume e l’altro nelle fasi più avanzate della saga, la frustrazione dell’attesa e la voglia di inventarsi una svolta alternativa della storia hanno di fatto alimentato una folta schiera di autori, oltre che di lettori (come raccontato in Fangirl). Quello che distingue la Dabos da tante giovani colleghe spesso lanciate sul mercato senza alcun tipo di lavoro di revisione del testo e maturazione delle proprie abilità di scrittrice è che dopo la fase fiction e teorie folli (su Piton, per la cronaca), ha continuato a scrivere, sì, ma iniziato a riflettere sul suo metodo e sui suoi scopi.

Galetto fu un gruppo di scrittura online e un cancro, che la costrinse a una lunga convalescenza e a fare il punto sulla sua esistenza. Non è semplicissimo reperire notizie sull’autrice – che concede interviste col contagocce e si distingue per estrema riservatezza – ma è verosimile ipotizzare che tirando le somme della sua vita Dabos abbia scoperto che la scrittura era diventata qualcosa in più di una passione autoriferita, ma che c’era molto da fare per trasformarla in una professione.
Ha quindi ripreso il suo manoscritto di mille e più pagine, scritto di getto e senza ammettere variazioni di sorta sulla prima imbastitura del momento. Durante la convalescenza l’ha riscritto da cima a fondo. Il risultato finale ha portato molti frequentatori del suddetto forum a consigliarle di partecipare a un concorso letterario, che poi ha vinto. Qui si può immaginare anche l’intervento di un editor, che l’abbia aiutata a pensare al pubblico nel raccontare le traversie della sua giovane donna e che le abbia suggerito di pianificare a grandi linee dove le sue avventure sarebbero andate a parare.

Dabos racconta tutto questo nelle interviste degli esordi, ma è chiaramente intuibile dalla lettura di Fidanzati dell’inverno, un romanzo capace di scrollarsi di dosso le ingenuità più palesi nel giro di un centinaio di pagine. S’intuisce comunque che si ha a che far con un esordiente che ogni tanto si consente qualche passaggio non essenziale, per il proprio piacere personale (le continue descrizioni fisiche di Thorn mentre gli altri personaggi rimangono piuttosto vaghi nelle loro parvenze). È davvero poca cosa, specie di fronte al crescendo appassionante dell‘intrigo politico in cui finisce Ofelia, messa costantemente in pericolo dal matrimonio combinato che l’ha portata in una corte intrigante e gaudente sulla falsa riga di Versailles, lontana da casa e circondata da nemici.

Ofelia è la diciassettenne protagonista di Fidanzati dell’inverno, una sorta di versione embrionale del Hermione Granger pre restyling per il Ballo del ceppo. Capelli ricciuti e indomabili, fisicità petit, occhialoni senza cui è miope, intelligenza brillante, carattere silenzioso e giudizioso. Da Bella di Twilight eredita un essere cronicamente imbranata ai limiti del patologico, ma il punto è proprio questo: c’è un motivo preciso che porta Ofelia a continuare a rompere oggetti ed inciampare, uno strascico di un vecchio episodio del passato. È un dettaglio minimo, ma fa capire come a partire da uno stereotipo Dabos sappia di fatto negarne l’intento ornamentale per dare personalità al suo personaggio. Ofelia non è una giovane bellissima ma inconsapevole di esserlo e neppure una ragazza così imbranata da risultare adorabile. È goffa ed è meno graziosa della donna a cui viene affidata e per tentare di tracciare i limiti precisi della situazione in cui si trova deve evitare di piangersi addosso e darsi da fare.

Non è per mancanza di acume che si ritrova in difficoltà, è perché il regno da cui viene è radicalmente differente da quello in cui il suo fidanzato la trascina. L’antefatto al world building della saga dell’Attraversaspecchi è infatti quello di un dio capriccioso che distrugge il pianeta, frantumandola in tante zolle chiamate Arche. Come prevedibile ogni Arca diventa una sorta di regno a sé, con la sua coltura e la sua organizzazione politica. Ofelia è un curatrice museale ad Anima, un’Arca egalitaria in cui tutti sono imparentati tra loro e non esistono differenze di classe.
Senza nemmeno capire cosa s’intenda per servitù Ofelia si ritrova trascinata dal suo sgarbato e gelido fidanzato a Polo, un’arca gelida per temperatura e altrettanto glaciale come clima politico. I venti delle cospirazioni e dei tradimenti soffiano tra i lussuosi corridoi di Chiaro di Luna, perfetto esempio del classismo connaturato a Polo. Da una parte la servitù tenuta in riga dalla possibile ricompensa di una sorta di surrogato magico agli stupefacenti, dall’altra nobili dai costumi decadenti, mai restii a far uso di forza politica o di violenza fisica.

In questo scenario la magia è un elemento coerente e concreto, che entra in maniera razionale nell’intricata equazione che calcola influenze e potere a corte. La magia di L’Attraversaspecchi (che sarebbe Ofelia, capace di scivolare dentro a una superficie riflettente e uscire da un’altra) al pari di bellezza, lignaggio familiare possibilità economiche può tenerti in vita o decretare la tua morte.
Essendo gestita in una certa misura in maniera “scientifica”, la magia di Dabos è ereditaria per tipologia, quasi fosse un’espressione genetica che si manifesta nelle diverse generazioni di un’Arca con più o meno forza e con capacità molto diverse tra un regno e l’altro. Oltre a poter entrare e uscire dagli specchi, Ofelia è una delle più dotate lettrici di Anima: legge letteralmente ogni oggetto, le basta sfiorarlo per poterne ricostruire la storia e quella dei suoi proprietari. Non le ci vorrà poi molto per capire che la sua abilità gioca un ruolo cruciale nel suo misterioso matrimonio e nelle sue possibilità di sopravvivenza.

Se si lascia il tempo a Christelle Dabos di prendere confidenza con la sua storia e di prendere le misure del suo ruolo di guida nelle avventure di Ofelia, si viene ripagati con un romanzo che – al pari di quelli della collega Libba Bray o del recente premio Nebula Cuore Oscuro di Naomi Novik– è davvero difficile abbandonare prima della conclusione. Ci ho messo poco più di una trentina di ore per leggerlo da cima a fondo, perché la trama è in grado di raggiungere un ritmo e un’imprevedibilità accattivanti anche per il pubblico adulto. Questi soffrirà tanto quanto quello più giovane al fianco di Ofelia, le cui traversie non hanno quasi nulla dell’edulcorato o semplicistico.

Christelle Dabos

Certo non mi spingerei a paragonarlo a classici conclamati come Queste Oscure Materie, come avviene in tante recensioni e in quarta di copertina. Per quanto sorprendente, Dabos è bel lontana dal fare un salto così importante in territorio letterario vero e proprio e la sua massima aspirazione è quella di divertire il pubblico. Fidanzati dell’inverno non ha una visione o un messaggio ardito, è un tomo di natura commerciale che si limita a fare molto, molto bene quello che ci si aspetta da lui. Va benissimo così: è una lettura imperdibile per gli appassionati di young adult e per gli adulti che si sentono ancora orfani della saga di Harry Potter.

Ora perdonatemi, svesto i panni del recensore divulgativo e torno a crucciarmi dei tragici fraintendimenti tra gli impacciati Ofelia e Thorn, che tanti sospiri e gemiti da fangirl mi hanno strappato durante la lettura.

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