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Quel che fa più arrabbiare dell’evidente trascuratezza con cui è stata condotta l’operazione di Jurassic World – Il regno distrutto è il fatto che il film riesce a dimostrare di avere almeno due assi nella manica.
Il primo è il particolare – per nulla scontato – di saper dimostrare a più riprese di essere consapevole delle esigenze e dei gusti del suo pubblico.
Come giustificare altrimenti quel paio di primi piani delle scarpe senza tacco di Bryce Dallas Howard, diretta conseguenza della ridicola corsettina sui tacchi a spillo con T-Rex alle calcagna che aveva suscitato l’ironia del pubblico dopo l’uscita in sala dello scorso capitolo? Anche i numerosi primi piani dell’attrice con i lucciconi negli occhi potrebbero derivare dalla popolarità di uno spezzone di un programma TV in cui dimostrava di saper piangere a comando.

La seconda indubbia qualità di Il regno distrutto è di avere un’idea forte per giustificare il proseguimento di una saga che nella sua rifondazione di fatto seguiva un copione già visto: crei i dinosauri, li schiaffi in un parco di divertimenti su un’isola, qualche scienziato fa un casino micidiale, i dinosauri se ne vanno a spasso e cominciano a sgranocchiare qualche personaggio. Il vero problema che è a povero regista spagnolo Juan Antonio Bayona (quello di Sette minuti dopo la mezzanotte e The Orphanage) tocca in sorte un film che un’idea centrale non ce l’ha: lo scopo del secondo capitolo di Jurassic World è di fatto quello di ammazzare il tempo in attesa d’introdurre sul gran finale la notevole trovata di cui sopra, destinata a cambiare volto a un franchise diventato sin troppo ripetitivo, sì, ma solo nel terzo capitolo dell’obbligatoria trilogia.

Nel mezzo però ci sono due ore di film che sono davvero il nulla narrativo, svogliato e banale, anche considerando l’uscita estiva e la premessa commerciale e divertita propria della tarda fase del franchise. Ci vuole un’eternità per riprendere le fila del discorso, spiegare (male e con product placement fastidioso) perché Chris Pratt e Bryce Dallas Howard non stiano più insieme come coppia, pur continuando ad amarsi.

La verosimiglianza non è mai stata il punto di un film in cui i dinosauri camminano tra gli uomini e mostrano un’insolita predisposizione a cacciarne attivamente ogni esemplare disponibile, d’accordo, però qui si sfiorano vette da horroraccio senza né capo né coda degno di Notte Horror su Italia 1. Si passa tra improbabili trasfusioni a un capo dei mercenari sadico che è la caricatura della caricatura del solito personaggio militaresco che finisce per far arrabbiare i buoni trattando male gli animali, er, i dinosauri.
Certo rispetto alle new entry della saga (una povera bimba con una storyline potenzialmente pazzesca costretta a fare la scream baby, un ragazzetto nerd e isterico di un’antipatia rara e una paleoveterinaria che siccome è tatuata e non caucasica, allora è una strong female character, sigh) il paramilitare con la mania di cavar denti ai dinosauri (??) risulta già più accattivante.

Così in un turbinio di cattivi ridicolmente cattivi al soldo del Dio Denaro e buoni che a un certo punto ricordano che per qualche motivo si amano e devono darsi un caloroso bacio a stampo, Jurassic Park annulla la sua arguta, originaria metafora capitalista in un film che vira pericolosamente nel horror un po’ sensazionalistico e un po’ cialtrone, sicuramente scritto coi piedi. Il che è davvero un peccato, perché a saper osservare con attenzione s’intravede più di un riverbero narrativo interessante nella storia. L’esempio migliore è il colpo di scena forse più inaspettato della storia, quello riguardante la piccola Macy. Avrebbe il potenziale per salvare da solo il film dalla sua stessa banalità, ma questa svolta narrativa che dà un senso “scientifico” e sinistro  all’intera operazione di creazione in laboratorio dei dinosauri, ricollegandola a paure forse non così attuali ma che comunque sul grande schermo hanno già dimostrato di funzionare alla grande.

A dare i brividi è purtroppo solo la volontà di piegarsi acriticamente al sentito del pubblico, con un ridicolo messaggio pseudo ambientalista in cui la razza dal salvare è quella dei dinosauri, che da aberrazioni genetiche create per scopi sempre più lontani da quello “naturale”, diventano animali abbandonati e in pericolo, da portare in salvo o far morire eroicamente su uno sfondo di fumo e fiamme.

Al che viene da chiedersi com’è che un gruppo di supposti scienziati e veterinari trascuri il fatto che lo sviluppo dei mammiferi (aka noi) abbia abbastanza a che fare con l’estinzione dall’ottima tempistica dei rettiloni.

Se la chiusa volesse mettere blandamente in guardia contro i pericoli di certe gioiose derive ambientaliste integraliste – un po’ come faceva il primo capitolo contro lo sfrenato liberismo di risolvere ogni problema a suon di dollari – allora sarebbe geniale e memorabile, come appunto fu l’inizio di tutto. L’aspetto drammatico, la metafora che più dovrebbe preoccupare, è che il film prende quella svolta finale convinto di aver fatto la cosa giusta e più intelligente, sia sul piano cinematografico sia su quello umano.