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È considerata una dei più grandi poeti statunitensi di tutti i tempi, eppure A Quiet Passion è il primo film che ne racconta la vita. Stavolta però l’ostilità verso l’attribuzione dei meriti delle donne e la ritrosia a realizzare “progetti al femminile” potrebbero non aver avuto un peso determinante nell’equazione.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, la vita di Emily Dickinson è tra le meno cinematografiche immaginabili, anche usufruendo della staticità e dell’intimismo consentiti al cinema autoriale. L’orizzonte non solo è ristretto a una sola nazione, a una sola cittadina, ma addirittura a una sola casa; quella paterna, dove Dickinson visse per larghissima parte della sua vita, passando gli ultimi anni quasi segregata nella propria stanza.
A Quiet Passion si apre con una giovane e volitiva Emily Dickinson dall’allure brontiana. Sembra quasi una Jane Eyre statunitense mentre tiene testa alla direttrice del collegio (anche questo molto vittoriano) che vuole piegarla al Vangelo e alla fede.
Questa inquietudine spirituale e questo spirito di ribellione però fermentano quasi completamente nell’interiorità della sua mente, con rarissimi scoppi volitivi e di dinamismo, che costituiscono le scene cardine del film.
L’unico tema che sembra risvegliare la caparbia di Dickinson è la fede, la religione. Lungi dall’essere un prodotto ateo e letterario tanto spesso partorito dal clima malsano e violento dei collegi religiosi, la sua religiosità è così spirituale che la protagonista la reclama esclusivamente per sé. A confrontarsi con la sua anima ci sarà sempre e solo lei, senza interferenze di messe domenicali, istitutrici e preti.

L’unico volere a cui lei e i suoi fratelli si rassegnano con arrendevolezza degna di Abramo è quello del padre: un figura dolce ma anche incredibilmente autoritaria, con un potere assoluto sulla vita degli figli, che fa valere solo per questioni di vita (religiosa) o di morte. La figura cardine della famiglia è il noto avvocato di Amherst, tanto che quando si sposano i suoi figli finiscono per tornare ad abitare nelle immediate vicinanze.
Emily Dickinson però nel suo cuore ha spazio solo per la poesia, tanto da sacrificargli un destino di moglie e padrona di casa. A Quiet Passion delinea con precisione il suo rifiuto categorico di sacrificare a un marito la passione per i versi e la vicinanza quotidiana con i suoi cari.

Quel che difetta però è in parte impossibile da realizzare: per quanto sia sapiente la regia di Terence Davies (cineasta molto amato dalla critica e acutamente consapevole di aver raccolto un millesimo di fama e riconoscimento dei suoi colleghi e coetanei), la noia e la ripetitività della vita che si è cucita addosso la Dickinson non lascia scampo nemmeno al film.

Il versante più interessante è quello personale del regista, dato che A Quiet Passion di fatto è un biopic nel biopic. Come ha rivelato in numerose interviste, pur soffrendo del mancato riconoscimento dei suoi film, Davies è allergico alla fama, spaventato dalle folle, legatissimo ai suoi affetti e alla sua intimità.
Insomma, forse la vita di Dickinson poteva parlare solo a lui e in quanto regista, per stile minimale e capacità di cogliere l’intimo quotidiano con autentica emozione, solo lui poteva raggiungere un risultato discreto senza stravolgere il personaggio.

Per quanto la critica l’abbia amato, A Quiet Passion non riesce mai ad essere un film poco più che discreto. Si poteva fare di più o è proprio il materiale iniziale a non permettere guizzi di genio? Di certo un’enorme mano alla verve del film la dà Cynthia Nixon, capace di essere vibrante e di modulare le passioni della sua protagonista mantenendone il tono dimesso e l’attitudine filiare.
La scena in cui chiede il permesso al padre per poter lavorare dalle due di notte all’alba (l’ora più silenziosa nel suo rifugio già appartato e personale) è un piccolo saggio di maestria, che trasmette tutto il rispetto verso la figura paterna e tutta la devozione dell’autrice verso la poesia.

Qualche errore di valutazione però Davies lo compie, soprattutto in fase di sceneggiatura. Per una storia così statica sarebbe stato meglio optare per un biopic di taglio contemporaneo, magari concentrandosi sugli ultimi anni dell’autrice, quando per i suoi dolori cronici e per l’aggravarsi del suo rifiuto alla vita pubblica raramente lasciava la sua stanza. Raccontare la sua intera vita dagli anni adolescenziali fino alla morte, in maniera così canonica, impedisce al film di creare un ritmo e lo condanna a una ripetitività eccessiva.

 

A Quiet Passion rimane insomma un film che ha motivo di esistere soprattutto perché racconta una storia ancora cinematograficamente inedita e ci ricorda che sotto le spoglie di un personaggio patinato e scintillante della TV d’inizio millennio si può nascondere una vera attrice (e chissà, magari una governatrice di New York). Anche la ricostruzione dettagliatissima della casa dove si svolge la vicenda e i personaggi di contorno sono ammirevoli, ma solo se partiamo dalle ambizioni e aspettative ridotte che suggerisce questa uscita estiva.

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