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Ammettiamolo: dal punto di vista squisitamente giornalistico, il fatto che Jafar Panahi sia così osteggiato dal governo del suo Paese dal dover contrabbandare clandestinamente film e premi per partecipare al Festival di Cannes è una manna. La sedia vuota in conferenza stampa, il premio alla miglior sceneggiatura ritirato al rientro del cast all’aeroporto di Teheran, gli infiniti espedienti con cui il regista sfida il regime e continua a girare film e a farli partecipare ai festival europei, rischiando il carcere, forse la vita; un dramma artistico e umano che per chi è alla ricerca di una nota di colore è davvero appetitoso.
Soprattutto quando poi sul film non c’è tantissimo da dire. Three Faces non ne esce bene dal confronto con l’intenso, incredibile Taxi Teheran, meritato Orso d’Oro a Berlino nel 2015. Un film così memorabile, così politicamente vibrante – pur essendo già girato clandestinamente e con mezzi di fortuna – da far passare in secondo piano l’incredibile storia del suo approdo a Berlino. O forse no: la copia presentata alla Berlinale arrivò in Germania nascosta in una torta.

Difficile fare supposizioni in merito che non sia basate prettamente sulle sensazioni, ma guardando Three Faces si ha la netta impressione che il limitatissimo campo d’azione di Panahi, a cui è stato proibito di lasciare il paese e di girare altri film, si sia ancor più ristretto. Rispetto a Taxi Teheran il suo ultimo film cede anche quel poco di raffinatezza formale ed estetica che si era concesso in precedenza. Le voci raccontano di un film interamente realizzato con un telefono cellulare, l’impressione è che ogni sequenza sia girata con l’attitudine di chi è pronto a interrompere tutto e fuggire, alla bisogna.

Non è un caso probabilmente nemmeno l’ambientazione lontana dalla capitale, che s’inerpica via via tra i remoti villaggi di montagna dell’Iran rurale; quello così tradizionale da far sembrare Teheran una metropoli di modernità e possibilità. L’attrice Behnaz Jafari e il regista stesso s’inoltreranno su strade impervie, tra villaggi sconosciuti, alla ricerca di Marziyeh, una giovane aspirante attrice che minaccia gesti estremi perché la famiglia vuole farla sposare e vietarle di studiare al Conservatorio della capitale. Minaccia o forse ha già compiuto: un drammatico video inoltrato al regista lascia aperte diverse interpretazioni in merito. Jafari e Panahi cercano il villaggio della ragazza per far luce sulla vicenda.

Il carisma e il genio di Panahi si misurano tutti lì, nel finto neorealismo forzato che lo obbliga a interpretare ogni volta sé stesso insieme al suo cast, a cesellare storie verosimili che mimino un documentarismo fittizio. A questa dimensione da espediente narrativo alla manoscritto ritrovato tra l’altro non si manca mai di alludere, rendendo il tutto ancor più meta: mi avevi detto che stavi scrivendo una sceneggiatura sul suicidio dice a un certo punto Jafari al regista, temendo una trappola da parte sua.
Tirar fuori dal pertugio narrativo in cui è costretto ogni volta sceneggiature interessanti e non asfittiche non deve essere semplice: Three Faces ancora una volta spinge a chiedersi cosa potrebbe fare Panahi nel pieno della sua libertà creativa, senza dimenticare che alcuni guizzi ironici e cinematografici derivano proprio dai labirinti di allusioni e elisioni che è costretto a percorrere per continuare a fare film, pur dichiarando di non girarne mai.

Per questi motivi è forse ingiusto elencare i difetti di Three Faces adducendo come unico responsabile Pahani, costretto a girare di soppiatto un film che conta cinque attori accreditati nel ruolo di sé stessi, girato per la gran parte nella macchina del regista. Panahi s’ingegna e non poco per dare una dimensione estetica alle sue riprese, ricercando una profondità di visione, spingendo i protagonisti a scende dall’auto, a muoversi su piani differenti, spesso senza nemmeno ricorrere a tagli e montaggio. Le lunghe scene di dialogo tra lui e Jafari che discutono animatamente sulla ragazzina attrice non devono essere state così semplici da girare, date le premesse e l’assenza di tagli (oltre a un lavoro comunque rintracciabile sulle luci e sui colori).

Lungi dall’essere brutto, Three Faces è un bel film che racconta un Iran contadino sospeso tra pura superstizione e saggia tradizione, durissimo per le donne e affascinante solo se visto (e forse solo parzialmente compreso) con gli occhi di quanti vengono da fuori; arrivare da Teheran o stare in sala in Europa pone alla stessa, siderale distanza filosofica da quel mondo.
Il suo unico problema è il confronto schiacciante con l’immediato predecessore. Anche qui si lascia che a parlare siano i volti, le contraddizioni, l’ironia iraniana. La critica velata al regime emerge da sé, perché è la stessa architettura della vita quotidiana a incappare negli ostacoli ideati dal sistema di potere e controllo statale e a evitarli con strategie consolidate.

Pur essendo un film incentrato su tre volti femminili (uno quasi assoluto protagonista, l’altro introdotto dal drammatico videomessaggio, l’ultimo mai mostrato a Panahi e allo spettatore), Three Faces difetta di vigore ed espressività. Sulla carta racconta la disperazione giovanile di una ragazza disposta a tutto pur di ovviare alle costrizioni che la famiglia e il contesto rurale in cui vive la costringono, ma la forza di questa storia si perde nella sua trasposizione su schermo, che rimane poco memorabile.

Three Faces verrà distribuito in Italia da Cinema.

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