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Il nuovo film di Hirokazu Kore-eda valeva la Palma d’Oro? Sì, è di certo un film ben sopra il livello del meritorio, che non esiterei a definire magistrale.
Certo con solo cinque dei venti e passa film in concorso visti è difficile esprimere giudizi di merito, però quel che è certo è che il regista giapponese vivente più amato e noto nel circuito internazionale ha scritto e diretto una pellicola di raro equilibrio e maestria, anche per uno come lui che sia dall’esordio documentaristico ma dimostrato di una capacità di sintesi e un’espressività eccezionali.
La domanda dopo l’ulteriore conferma di Un affare di famiglia sorge spontanea: Hirokazu Kore-eda ha mai sbagliato un film in vita sua?
Si sarebbe tentati di rispondere no, sopratutto giudicando l’impressionante striscia di film sopra la media che ha inanellato da quando, nel 2006, dichiarò con Hana di voler cambiare corso alla sua filmografia e di dedicarsi a film meno “importanti”.
A fare questa dichiarazione era un laureato alla Waseda che, fattosi conoscere con una serie di documentari sull’attualità giapponese, aveva fatto il salto di qualità con un pugno di pellicole che proprio nella dimensione criminale ed efferata della cronaca nera giapponese avevano trovato la loro forza. Lavori di concetto e di denuncia, che avevano da subito conquistato Venezia e Cannes.

La sua svolta intimista e familiare se possibile ha ancor più incontrato i gusti occidentali, tanto da rendere ricorrente l’accostamento del suo nome a quello di Yasujiro Ozu, regista di Tokyo Monogatari. Accostamento forse un po’ pigro, perché basato sulla nazionalità e su una superficiale comunanza di tematiche consumate all’interno della famiglia giapponese.
Sia Ozu sia Kore-eda hanno uno sguardo acutissimo nel ritrarre i sentimenti umani, uniti a una solidarietà verso il dolore dei propri personaggi che danno vita a film che sanno essere vibranti e intensi senza essere esasperatamente sentimentali.

Le analogie finiscono però qui, perché Kore-eda non parla di famiglie qualsiasi, bensì di una realtà raccontata poco e malvolentieri in Giappone: quella di chi per necessità o indolenza vive al di fuori del sistema paese così come strutturato dalla società giapponese.
Basta guardare ai nuclei familiari di Ritratto di famiglia con tempesta e Our Little Sister (adattamento del fortunato manga di Akimi Yoshida) per comprendere come mai il nome del regista rimanga di nicchia in patria. Quelle che racconta sono storie di padri e madri incapaci di stare al passo con il modello virtuoso che il Giappone pretende di esprimere, dove oltre il buffo e il tenero – ovvero gli schermi attraverso cui buona parte del cinema giapponese racconta storie simili – il disagio c’è ed è insormontabile, quando non proprio causato da una società che attribuisce enorme importanza alla facciata e all’ufficialità.

 

Il quesito che consuma i padri e le madri di Kore-eda riguarda la sostanza dei legami affettivi, magari non sanciti dal sangue, ma che quasi sempre si rivelano più autentici tra non consanguinei. Questo insistere su padri inadeguati ma sinceramente affezionati e madri e nonne “sostitute” che mettono una pezza agli errori di quelle ufficiali potrebbe persino farlo tacciare di un certo buonismo, o comunque di un pregiudizio rispetto alla formalità della società giapponese.

La risposta adeguatamente complessa e per certi versi straziante la fornisce Un affare di famiglia, il primo film che sintetizza le due anime del suo cinema – quella rivolta alla dimensione pubblica e istituzionale (giustizia, media) e quella concentrata sul privato e lo fa con una magnitudo fuori scala, soprattutto nella parte finale.
L’incipit è travestito da classico film del tardo Hirokazu Kore-eda: in una casa disordinata e sgangherata nella periferia di una grande metropoli giapponese vive un nucleo familiare composto da cinque persone, in un’atmosfera tra l’affettuoso e il fiabesco.

 

A mandare avanti la baracca è la pensione della nonna, che viene spesa dall’anziana anche ai pachinko (le slot machine giapponesi) e in altre attività poco virtuose. Gli altri due adulti di casa – una coppia formata da un’addetta alla stiratura di una lavanderia e da uno sfaccendato – dimostrano poca solerzia nel lavoro ma una straordinaria agilità nel mettere a segno furterelli e piccole truffe. C’è poi una liceale molto ligia al suo lavoro in un peep show e legatissima alla nonna. In un contesto simile anche il piccolo di casa sviluppa un suo talento, con tecniche virtuosistiche per fare la spesa taccheggiando i supermercati e negozi della zona.

Eppure sarà proprio questo gruppo di poco di buono ad accogliere una bimba parcheggiata perennemente sul terrazzino dai genitori, denutrita e maltrattata. Con questi sconosciuti truffaldini la bambina sperimenterà per la prima volta un sentimento di protezione e affetto autentico.
Sarebbe un perfetto ritratto di famiglia koreediana, se non fosse che sia dal principio c’è un profondo senso di elisione, un non detto costante che avvolge nel mistero i legami tra i protagonisti della famiglia: che grado di parentela e che rapporti di forza ci sono tra di loro?

Mentre si consumano piccole scene intime di calore quotidiano tra i ragazzini e gli adulti, tutto assume quasi un’aria sinistra e stonata, perché ciò che è stato taciuto ai più piccoli comincia a farsi sempre più pressante. Quando la rivelazione arriva è così impattante da ridurre in frantumi il ritratto della perfetta famiglia disfunzionale di Manbiki Kazoku, forse anche di quelle dei film precedenti del regista.

Alle macerie e ai frammenti rimasti Kore-eda continua a guardare ossessivamente, alla ricerca di una risposta precisa, fino ad a giungere alla più amara di tutte: un rapporto umano guasto lo si può giudicare a una prima occhiata e senza appello, mentre quanto c’è di mezzo è l’affetto, è impossibile distinguere tra i slanci d’amore autentici e mosse dettate dall’opportunismo.
Per il regista giapponese è quindi chiaramente descrivibile l’indifferenza, la mancanza di solidarietà, ma la certezza del sentimento non esiste e se c’è è sempre diluita nel lato più gretto degli esseri umani.

Può essere un risultato sorprendente, date le premesse e i nomi coinvolti. Non lo è però se si ha ben vivo in mente il precedente, trascuratissimo film del regista, Sandome no satsujin (The Third Murder), passato in sordina a Venezia e ancora inedito in Italia. In quel bellissimo e complesso legal drama – straordinariamente lungo, molto sbilanciato e sbavato per gli standard del regista – di fatto c’è il germe di questo film, che ne prosegue la diatriba morale e filosofica, riuscendo però a renderla essenziale e immediata, senza privarla della sua complessità.

Ben sapendo che quasi nessuno tra voi è riuscito a vederlo, mi azzardo a dire che di fatto Un Affare di famiglia è lo stesso film, ma svolto al contrario, trasformando la conclusione nell’incipit.
Se questo vi è sembrato più un excursus sul regista che una recensione sul film, sappiate che forse è esattamente così, perché Un affare di famiglia è la summa di anni di lavoro e di film, un punto d’arrivo in cui convergono discorsi iniziati da tempo. Un punto d’arrivo memorabile, bellissimo, che mai mi azzarderei a tirar fuori dalla sua dimensione nebulosa prima che possiate vederlo: il film è imperdibile, ma fate molta, molta attenzione agli spoiler.

Un affare di famiglia verrà distribuito da BIM in Italia, probabilmente nell’autunno inverno 2018.

[…e comunque a me è piaciuto molto, ma mai quanto il più ruvido, complesso e oscuro Sandome no Satsujin. Ma tranquilli, sono l’unica a pensarla così. ]

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