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Bisogna ormai andare i sessanta anni e più per ricordare l’enorme impatto culturale che ebbe la storia di Papillon negli anni ’70. Grazie a un’autobiografia che l’autore Henri “Papillon” Charrière scrisse dal suo esilio in Venezuela e portò a Parigi all’editore rischiando l’arresto, la Francia e il mondo scoprirono che pochi decenni prima centinaia di migliaia di condannati divennero carne da macello nelle colonie penitenziarie della Guyana francese.
La sete di libertà e giustizia di Papillon ha una certa attualità anche nel 2018, per non parlare delle ricadute politiche che un ritratto tanto crudo del mondo carcerario (e delle colonie in sé come sub luogo violento e autoritario) hanno sul remake. Contenuti duri e pregni, forma agile e ricca di adrenalina da action: Papillon sembra aver azzeccato la ricetta perfetta. Il problema stavolta non è il se, ma il come si sia arrivati a questo risultato.

La risposta sta nascosta in bella vista nei titoli di coda, dove si rende omaggio non solo al libro di Charrière ma anche alla sceneggiatura del film del 1973 che contribuì a rendere popolare la storia a livello internazionale. Sceneggiatura che tra l’altro si fregia della firma di un certo Dalton Trumbo.
Basta fare un veloce ripassino per rendersi conto come di fatto Papillon funzioni e bene quando segue fedelmente il sentiero tracciato dal predecessore, creando un film a tratti pedissequo. Quando invece fa di testa sua, manca di essere così incisivo.

Certo qualche merito ce l’ha, anzi, ben più di quanti sarebbe necessario possedere per evitare il passaggio infausto in sala a fine giugno, al netto di una promozione degna di nota. Vale la visione anche solo l’accoppiata Charlie Hunnam/Remi Malek, che porta a casa un risultato davvero inaspettato. Ben lungi dell’essere messo in ombra da Malek (decisamente più carismatico e dotato di lui) Charlie Hunnam tira fuori il suo ruolo più convincente della carriera, lasciandoci finalmente intravedere quell’incisività che alcuni registi hanno fallito di mostrarci. Sulla sua incisività muscolare poi si avrà ampiamente modo di toccare con mano.

Se Hunnam finalmente ingrana, Malek affronta senza sforzo il ruolo del ricco debole e sprovveduto in costante pericolo. Potrebbe essere il lato fangirl di me a parlare, ma l’alchimia tra i due interpreti funziona così bene che il film arriva persino a mettere in secondo piano il tema portante della fuga per mettere al centro l’incrollabile devozione di Papillon nei confronti di quello che prima è un socio, poi un caro amico. E non capite lo sforzo per per mantenermi su queste definizioni diplomatiche, quindi va da sé che se la domanda è “ci shippo qualcuno?” la risposta è che proprio dovete vederlo in sala.

Tornando alla fuga, anzi ai numerosi tentativi di scappare (nella realtà furono 9) verso la libertà che hanno reso celebre questa storia e la sua controparte cinematografica. Il problema non è nemmeno il raffronto tra Hoffman/McQueen e Malek/Hunnam: Michael Noer non è così stupido da cercare il confronto e mantiene il suo film (non privo di scene piuttosto esplicite e violente) nel territorio delle pellicole con qualcosa da dire ma che non si prendono troppo sul serio, concentrate a far bene il loro lavoro.

Il problema sta proprio a monte, in quella scrittura pigra che pensa bene di prendere in prestito idee e battute altrui nella speranza che gli spettatori siano più stupidi di quanti erano in sala nel 1973, o confidando nella memoria corta del pubblico. Peccato che non manchino analisi un po’ stupite di quanto questo Papillon inserisca interi passaggi della sceneggiatura originale, acquistando una verve che difficilmente dimostra nei pochi passaggi davvero originali. Quindi la domanda sorge spontanea: sì, Papillon è un film dignitoso. Per merito di chi?

Credits delle immagini: Eagle Pictures