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Viene da chiedersi quale torto abbia mai compiuto l’umanità contro Yorgos Lanthimos, il regista greco che forse più di chiunque altro sa giocare ad armi pari con un certo Michael Haneke sul terreno di cinismo e pessimismo universale. Se avevate trovato inutilmente cinico e crudelmente sadico The Lobster (definito da Luca Guadagnino per questi motivi come “un film orrendo e senza speranza”), vi conviene stare alla larga da Il sacrificio del cervo sacro. Il vincitore del premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 70 fa sembrare tutto sommato speranzoso e possibilista il suo predecessore.
Haneke e Lanthimos spartiscono un interesse cinematografico comune: quello per una clinica dissezione del comportamento umano e delle emozioni più universali (anche le più positive), alla ricerca delle loro radici più profondi e non particolarmente nobili. Il sacrificio del cervo sacro è proprio questo: un asfissiante thriller che, strato dopo strato, spoglia un nucleo famigliare amorevole e unito, fino ad arrivare al cuore delle loro relazioni e guardare su cosa davvero poggino.

Perbenismo, individualismo ed egoismo è la disperante risposta, che di certo non sorprenderà i fan del surreale regista greco, arrivato al suo secondo film in lingua inglese e alla seconda collaborazione con Colin Farrell. Stavolta non è solo una relazione coniugale e amorosa a essere passata sotto la lente d’ingrandimento, ma anche il legame filiare tra un noto chirurgo cardiotoracico e i suoi due pargoli. Figli ideali, belli, bravi e coscenziosi, su cui Lanthimos si accanisce fino a tirarne fuori i medesimi istinti di sopravvivenza, lo stesso individualismo dei genitori.

Gli intenti di Lanthimos divengono però palesi a film più che avanzato, dopo essere passati attraverso una surreale, esasperante introduzione della bella famigliola felice e posata del facoltoso chirurgo. C’è un che di impostato e finto nei loro scambi verbali quanto nelle pratiche sessuali tra i due coniugi, tanto che si sfiora un certo manierismo da teatro d’avanguardia. Insomma, anche se in tanti hanno scomodato addirittura Stanley Kubrick per la composizione millimetrica e molto ragionata delle inquadrature, Il sacrificio del cervo sacro è un film decisamente rivolto a chi non ha paura del cinema autoriale più spinto.

Si soffre e parecchio nella prima parte, perché la tensione da thriller è più affidata allo stridore di violini che alla vicenda in sé. Appare chiaro che il protagonista abbia un segreto scomodo, che lo costringe in qualche modo a mantenere una relazione morbosa con Martin, il figlio di un suo paziente morto sotto i ferri. Nota a parte: l’interprete Barry Keoghan ha dichiarato che dopo questo film (in cui dà un performance da bridivi) per un po’ rifiuterà ruoli da psicopatico e un po’ ha anche ragione. D’altronde come non capire Hollywood, dato che ha i tratti somatici perfetti per ispirare una profonda, sconcertante inquietudine?

Certo si prende tutto il tempo necessario, ma quando si arriva alla resa dei conti, Lanthimos ripaga lo spettatore di tanta attesa. Stiamo comunque parlando di qualcuno – come la sottoscritta – non immune al piacere masochistico di farsi passare a fil di bisturi da un film dalla costruzione perfetta e dalla morale più tagliente di un rasoio. Ad alcuni parrà ridicolo, ma se si accetta quel tono un po’ surreale non si può che apprezza i due piani su cui lavora il film. Quello classico del gioco psicologico incalzante che costringe il protagonista a prendere una decisione terribile e quello dell’eterno dubbio circa il realismo di ciò che sta accadendo*. Stavolta Lanthimos non ha neppure bisogno di pescare nell’allegorico o nel surreale, anzi, il film si fa concreto come il sangue e la carne man mano che si avvicina alla conclusione.

Forse il film che ricorda in più di un passaggio è proprio Eyes Wide Shut, vuoi perché anche qui Nicole Kidman annichilisce la sua controparte maschile, vuoi perché l’incrociarsi tra indifferenza e desiderio di piacere è il medesimo. Funziona particolarmente bene con i giovani protagonisti (compreso Marvin), di cui Lanthimos aggira le difese e le scuse con ancor maggiore facilità. Siamo quasi nel territorio del sadismo glaciale, ma se questo perverso piacere di guardare dentro l’umanità e vederci solo un impressionante vuoto di altruismo vi piace, allora non sottovalutate questo film.

[SPOILER]
La spiegazione del finale di Il sacrificio del cervo sacro – Di fatto il film costruisce con perversa ambiguità anche la parte più concreta riguardante la misteriosa malattia che affligge i due giovani figli del protagonista. La malattia esiste davvero? Il film in questo frangente è equidistante dalle due possibili soluzioni.
Il dilemma irrisolvibile è causato da Kim, la figlia adolescente del protagonista, innamorata di Martin. È facile immaginare che il ragazzo possa averla convinta a fingersi malata per dare spessore ai sintomi del fratello e convincere i genitori, quasi una controparte cinematografica di certe terribili giovani coppie della cronaca nera. Il fratello minore potrebbe essere stato spaventato a morte e in seguito avvelenato per “piangere sangue”, o potrebbe essere stato convinto di essere malato e mostrare una forte reazione psicosomatica. Questo spiegherebbe per esempio perché la ragazza dimostri sempre una certa energia e a un certo punto riesca anche a camminare, mentre il fratellino sia da subito molto debole.
Senza dimenticare il particolare più intrigante: la moglie di fatto non si ammala mai, anche se il film ci costringe a seguire con preoccupazione ogni suo passato, in attesa dell’eventuale paralisi.
Tuttavia sarà la stessa Kim a implorare Marvin di guarirla: ha aderito così tanto alla finzione da crederci? O è spaventata che il padre possa preferirle il fratello e lei possa diventare il cervo sacro per amore di Marvin?

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