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Da recensore professionista e da appassionata lettrice mai capirò le strategie commerciali di Mondadori, conglomerato editoriale tanto enorme quanto irraggiungibile. Nell’era in cui bastano un paio di click e due righe via messaggio privato su un social network qualunque per far sapere anche all’ultima casa editrice che esisti, scrivi per tal dei tali testata e vorresti essere inclusa nei loro contatti stampa, la virginale reticenza con cui Mondadori si nega a ogni contatto ha un sapore quasi démodé.
Gli effetti sulle vendite di tale strategia incurante del mercato sono immaginabili, eppure si assiste stagionalmente a qualche tesoro abbandonato a sé stesso tra gli scaffali delle librerie. Stiamo pur sempre parlando di chi aveva lasciato andare fuori stampa Le Cronache del ghiaccio e del fuoco a pochi mesi dall’approdo in TV, pubblicandone i tomi discontinuamente e con una pessima traduzione su Urania. Di chi ha buttato sul mercato Cuore Oscuro di Naomi Novik come se fosse l’ultimo degli young adult a sfondo fantastico e non il tomo fantastico vincitore del Nebula 2016 e tra i più chiacchierati dell’annata.
Date le premesse, non dovrei stupirmi se solo per pura casualità sono venuta a conoscenza della pubblicazione di una delle autrici contemporanee più amate dalla popolazione giapponese, quando l’ultimo degli esordienti pescati fuori da edizioni e/o gode di una copertura capillare sulla Rete. Non dovrei, ma è più forte di me. Oh, è uscito in Italia Un bosco di pecore e acciaio, romanzo vincitore del Japanese Bookseller Award e nominato al prestigioso premio Naoki, di cui meno di un mese fa in Giappone è stato commercializzato il film, tra il solito, assordante silenzio generale.

Il primo ricordo ben nitido che ho di Natsu Miyashita è il commento un po’ nostalgico e un po’ amaro che fece di lei un professore inglese che insegna in pianta stabile in Giappone da più di 30 anni. Quando sono arrivato qui – ricordava sui social – lo scrittore più amato dai miei studenti era Dazai Osamu, ora quando leggono al di fuori delle consegne scolastiche (sempre che lo facciano) sfogliano i romanzi di Natsu Miyashita.
A lettura terminata di Un bosco di pecore e acciaio comprendo perfettamente e confermo in toto quel tono vagamente rammaricato che aveva la constatazione di quel docente. Non si può dire certo che sia un brutto romanzo (tutt’altro) ma si mescola perfettamente a quell’amalgama di narrativa giapponese dal tocco così lieve da rischiare di essere inconsistente.

L’evocativo titolo del romanzo fa riferimento allo strumento musicale del pianoforte, il cui suono è prodotto da martelletti di feltro di lana di pecora che percuotono corde d’acciaio. La musica classica è un elemento centrale del romanzo, quello che fornisce al 17enne Tomura un momento d’estasi tale da cambiare per sempre la sua vita. Fino a quel momento la sua esistenza incolore si era svolta senza scossoni ed aspirazioni, poi sente qualche nota del pianoforte della scuola appena sistemato dall’accordatore che ha accompagnato nella palestra scolastica e vede (non sente, vede) un bosco in quella musica. Non è una foresta qualsiasi, per profumi e suoni è identica a quella che lambiva il paesino di montagna lontano da tutto in cui è cresciuto, che ha dovuto lasciare per frequentare le superiori.

L’incontro fatale con l’accordatura dà improvvisamente direzione alla sua vita: s’iscriverà alla scuola per accordatori consigliatagli da Itadori e andrà a lavorare in un negozio di musica nel Nord del paese, per poter seguire le orme dell’uomo che con il suo straordinario lavoro gli ha cambiato la vita.
Dopo quell’incontro magico con la musica in apertura del romanzo, Un bosco di pecore e acciaio segue Tomura nei primi, difficili anni di apprendistato, quando dovrà fare i conti con il terrore e l’esaltazione di inoltrarsi sempre di più nel bosco dell’accordatura, senza sapere se e quando potrà uscirne e diventare un accordatore capace.

Al fianco del suo mentore Yanagi, Tomura entrerà nelle case di musicisti professionisti e semplici appassionati, farà la conoscenza dei loro pianoforti e dei professionisti che se ne prendono cura e lavorano per e con Itadori. Natsu Miyashita traccia un quieto microcosmo di vite quotidiane in cui il caos interiore e sociale viene riordinato un giro di chiave armonica alla volta. Nel negozio di musica ci si interroga sul suo perfetto per un pianoforte, sull’approccio giusto al pianista e al pubblico, scontrandosi con visioni di vita differenti e svelando a poco a poco le aspirazioni, le paure e i rimpianti che hanno spinto ogni accordatore a intraprendere questa professione. Tomura dal canto suo realizzerà pian piano come la condizione d’isolamento e la rigidità climatica ed economica in cui è cresciuto lo abbiano plasmato, quanto le sue montagne abbiano definito la sua forma mentis.

Si pensa un po’ a Paolo Cognetti e un po’ a John Edward Williams leggendo le pagine di Miyashita, capace di raccontare la musica classica dal dietro le quinte di chi, lontano dal pubblico, crea e cura il suono della stessa. La parte tecnica riguardante l’accordatura è ricostruita minuziosamente senza mai diventare troppo tecnica, anzi: arrivati a fine romanzo ci si rende conto di aver allungato lo sguardo in un mondo complesso, non limitandosi alla sua facciata, non aggrappandosi ai facili appigli della passione o del talento per spiegarne le dinamiche.

Letterariamente Natsu Miyashita rilascia quella sensazione continua di tepore che dà benessere, quell’atmosfera in cui anche la criticità più drammatica perde immediatamente la sua forza d’impatto. Insomma, le venature del storia di Tomura ricadono nel più classico degli stereotipi legati alla letteratura giapponese: quello della delicatezza. Entrare nel mondo dell’accordatura dal punto di vista di Tomura significa anche fare un viaggio in una mentalità totalmente priva di malizia, che cerca in ogni osservazione pungente il consiglio che dà per scontato nasconda.

Osservare Natsu Miyashita mentre tratteggia i suoi personaggi è come guardare a quegli insetti in grado di sfruttare la sottile tensione della superficie di uno  stagno per procedere a pelo d’acqua, come camminandoci sopra, senza mai affondare. L’effetto è per certi versi meraviglioso, ma alla lunga manca di solidità e consistenza. In altre parole Un bosco di pecore e acciaio è tanto gradevole da leggere quando incapace di lasciare una forte impressione di lettura, al di fuori del lato musicale piuttosto intrigante.

copyright: Yoshika Horita

Miyashita come autrice è la perfetta espressione di un Giappone in cui è scomparso dalla superficie e dalla letteratura il conflitto umano e sociale. In una situazione così pacificata (che sia una pace naturale, una rassegnazione nazionale o un chiudere gli occhi soggettivo è poi tutto da vedere) la letteratura finisce per ripiegarsi sul quotidiano, sullo slice of life, sui piccoli conflitti personali e su quel tepore sul momento gradevole, ma incapace di penetrare a fondo.

Il calore bruciante del conflitto e della ribellione, quello capace di scottare, ma anche di rimanerti dentro, sembra relegato a un’epoca ormai finita. In attesa di una nuova crisi epocale e nazionale: nei periodi storici più drammatici la letteratura giapponese ha sempre reagito con un’eccellenza violenta, drammatica, memorabile. Per il momento tocca accontentarsi.

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