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La “cosa femminile” è esplosa a Hollywood, o quantomeno gli studios si cominciano a porre il problema di quando, come e dove tentare di applicare un intento parificatore a lungo richiesto dall’opinione pubblica.
Non sorprende poi tanto scoprire che la prima reazione in questo senso venga piazzata nella stagione meno rischiosa (quella estiva) e con un’operazione usato sicuro: quella della riscrittura di franchise già collaudati in chiave femminile, talvolta femminista.
Difficile però biasimare gli studios nella loro eccessiva prudenza quando il primo esperimento in questo senso – Ghostbusters – per quanto non riuscito ha attirato una mole di odio e violenza ingiustificabile, che molto racconta della resistenza che una certa fetta di pubblico tira fuori quando vede corrodersi il granitico totem dell’assoluto protagonismo maschile. Stavolta tocca alle star più glamour tentare la medesima mossa, con la versione in gonnella della saga del colpo grosso per eccellenza: ecco Ocean’s 8.
In questi due anni di supereroine e super incassi di film con protagoniste alla riscossa qualcuno i compiti in Warner Bros – la casa di Wonder Woman – li ha fatti e molto bene. Ocean’s 8 ha sì il tono cool e vagamente distaccato dei suoi predecessori, ma serve un piatto ricchissimo di situazioni inedite per un film hollywoodiano popolato di attrici. La più iconica in questo senso è Rihanna, una che già nel privato e nel pubblico si arroga il diritto di essere trasgressiva e incoerente quanto le pare e piace con la sua immagine e la sua sessualità. Vederla fumare erba e aggirarsi con i suoi rasta lunghissimi e con il generoso seno non sorretto da alcunché in un’aura di coolness confortevole in un film che vive sotto l’egida del lusso di Cartier è un piccolo terremoto.

Certo il film ruota attorno a uno degli avvenimenti più modaioli e “femminili” dell’annata – il tradizionale struscio di lusso al MET Gala con conseguente guerra di outfit al red carpet dedicato – ma a osservarlo da dietro le quinte c’è un gruppo di star che mangia di continuo ogni genere di cibo e beve di tutto, dalla birra allo champagne, esattamente come succede ai colleghi, senza il bisogno di una scusa o una cornice giustificatoria. Sarebbe la cosa più naturale del mondo, eppure sono immagini che hanno un certo impatto.

Forse l’elemento che denuncia più di ogni altro come la produzione e la sceneggiatura usi gli stessi codici maschili senza filtrarli per i personaggi femminili è come il film sia sorretto dal rapporto profondamente bromatico (sismantico?) che si crea tra una Sandra Bullock appena uscita dal carcere e in cerca di rivalsa e la sua partner di sempre, una Cate Blanchett (la Blanchett di Carol, per intenderci) vestita da lesbo rocker e che sottolinea con la dovuta noncuranza quanto lei vorrebbe e potrebbe essere molto più di una partner in affari per Debbie, la sorella del compianto Danny Ocean’s.

La scena tra le due al ristorante è costruita con speculare ambiguità a quella celebre del primo episodio di BBC Sherlock Holmes, non esattamente la serie TV più eterosessuale sulla piazza*. Aggiungiamoci la presenza di Sarah Paulson e Mindy Kaling e diamo un caloroso in bocca al lupo a tutte le spettatrici tumbleriane e/o lesbiche che si avventureranno in sala.

Il problema è che un film può essere rivoluzionario quanto vuole, ma deve essere innanzitutto e soprattutto un’opera di cinema. In questo senso Ocean’s 8 è peggio che deludente: è atonale, un usato sicuro diretto da un regista – Gary Ross – che non ha un briciolo del carisma di Steven Soderbergh. La mano di Soderbergh è stata una componente fondamentale del successo di Ocean’s Eleven e chissà come se la riderà il nostro (qui apparso in veste di produttore), constatando quando la sua versione “povera” e anti-Ocean della saga – La truffa dei Logan – sia di molto superiore all’ultimo capitolo ufficiale, quello al femminile.

Forse il limite di Ocean’s 8, oltre alla regia, è di credere un po’ troppo nella superiorità di Debbie su Danny. Certo ha avuto ben 5 anni per affinare il suo piano da dietro le sbarre, ma se c’è una regola cardine dei film sul colpo grosso è che non appena il piano viene applicato, ecco che il copione viene annientato dalla miriade di imprevisti e variabili che la realtà apporta.
Ocean’s 8 manca di ritmo e di verve perché di fondo non c’è mai un imprevisto. Quando qualcosa di inaspettato succede, viene immediatamente riassorbito senza nemmeno generare allarme o tensione. Non percepiamo mai una falla nell’organizzazione, le protagoniste si muovono con efficienza sovraumana, nulla va storto e quindi nulla seduce o intrattiene. Ocean’s 8 insomma prova che, passo dopo passo, Hollywood si sta forse incamminando nella giusta direzione ma, nel terrore di scivolare in qualche errore grossolano, è ancora troppo rigida nell’affrontare l’intera questione e non si lascia andare.

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In compenso si shippa da morire e Cate Blanchett con la sua vaga gelosia verso l’ex di Sandra Bullock e i suoi outfit da rocker mascholina si arroga di diritto il titolo di gran regina dei sogni lesbici, per cui almeno c’è qualcosa con cui smussare un po’ di noia che genera la visione.

*JLIR, of course.