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Ci sono alberi maestosi di noci e contorti, nodosi alberi di pero selvatico. Ci sono case più che umili mangiate dai debiti, vite corrose dalla mancanza di lavoro, circondante da distese naturali immense della Turchia rurale. Lo sguardo e il cinema del regista Palma d’Oro Nuri Bilge Ceylan non conoscono né confini né limiti, in un continuo rincorrersi di grandi temi e bellezza maestosa.
L’albero dei frutti selvatici conferma la sua passione per i paesaggi sconfinati della sua terra e per i minutaggi imponenti (188 minuti), segnando un suo ritorno in cui la mediocrità sembra appartenere solo ai due protagonisti della storia: un professore statale la cui vita è stata distrutta dai debiti di gioco e il figlio con ambizioni da scrittore, alla ricerca di un modo per pubblicare il suo primo romanzo.

Certo Ceylan si trova particolarmente a suo agio al Festival di Cannes, con tanto di ricchissimo palmares che lo attesta come uno dei nomi più amati in Croisette. Winter Sleep gli valse la Palma d’Oro nel 2014, ma forse il responso più strepitoso lo ottenne C’era una volta in Anatolia qualche anno prima, nel 2011.
The Wild Pear Tree (titolo da cui è stato tratto l’inspiegabilmente generica traduzione italiana) s’inserisce in continuità per modi, tempi e vezzi alle sue opere più osannate, ma non ha raccolto lo stesso consenso unanime. Il perché è presto detto: si tratta pur sempre di cinema di altissima qualità e grana autoriale, ma stavolta fatica più del solito a sostenere l’enorme impianto su cui viene costruito.

Prima di capire dove si stia andando a parere lo spettatore viene lasciato per più di due ore in balia del protagonista Sinan (Aydın Doğu Demirkol), la cui compagnia è solo a tratti gradevole. Il ragazzo è costretto ad affrontare lo squallore concreto e spirituale di una nazione in cui il lavoro manca, in cui le difficoltà economiche esasperano i tratti più contraddittori e antiquati di una tradizione e una religione che esaspera il lato peggiore dei cittadini. Corruzione, nepotismo, studiato immobilismo: il tentativo di Sinan di pubblicare il suo primo romanzo che racconta la storia perduta delle sue terre, senza velleità propagandistiche o turistiche, si scontra con le resistenze del sistema.

In attesa di partire per la leva, sospeso tra la fine degli studi, la difficoltà di trovare un impiego statale e l’indecisione cronica su cosa fare del proprio futuro, Sinan cerca i soldi necessari per pubblicare il suo libro. Nel farlo s’imbatte in tutta una serie di amici, conoscenti, parenti alla lontana che finiscono per incarnare posizioni contrastanti su grandi temi universali o intrinsecamente turchi. Emblematica in questo senso è la scena in cui Sinan sorprende il giovane imam che ha sostituito l’anziano nonno a rubar mele da un albero insieme a un altro religioso. Segue una contesa teologica incentrata sull’immobilismo dell’interpretazione del Corano. Sinan con la sicurezza tracotante di chi ha appena chiuso la porta sulla pubertà sentenzia che la fede è il rifugio di chi non vuol conoscere la verità.

Ceylan però ha in serbo per lui in risveglio drammatico e doloroso, che ruota attorno alla figura paterna. Con un abile costruzione narrativa, Ceylan ci presenta il personaggio cardine ambiguamente, attraverso gli occhi dei suoi cari. Per Sinan, la sorella e la madre di lui Idris (il notevole Murat Cemcir) è un uomo che si è rovinato alle corse dei cavalli, falso e inaffidabile, che attende la pensione per buttare altri soldi nelle corse, mentre a casa si tenta di sopravvivere, pagare i creditori e le bollette.
La granitica sicurezza con cui Sinan giudicherà il padre e agirà di conseguenza gli si rivolterà contro, costringendolo a vedere la somiglianza con il padre nel proprio fallimento. Anzi, Sinan sarà costretto a rivedere le sue azioni sotto una nuova luce, a rimpiangere la propria vanità, scoprendo nel padre una fedeltà verso sé stesso e ciò che ama che nessun altro nel film dimostra.

Il crescendo emotivo del finale è innegabilmente riuscito, ma è frutto di un tale lavorio che si rischia di arrivarci mortalmente annoiati da questo racconto universale di padri e figli. Sinan è un personaggio via via più irritante, che di fatto viene inconsapevolmente compatito da tutti gli adulti che lo circondano e riconoscono nelle sue risposte taglienti e nelle sue azioni odiose l’ombra di errori di gioventù.
Talvolta viene da pensare che i suoi errori siano quelli di Ceylan, che stavolta si dimostra un po’ troppo sicuro dei suoi panegirici filosofici, delle sue frasi altisonanti, di un’impostazione generale che forse andrebbe rinnovata.

Sì, il ritratto tragico del padre di Sinan è il fulcro del film, però ci troviamo di fronte all’ennesimo titolo fiume del regista turco in cui solo i capi famiglia hanno la capacità di elevare il discorso ad argomenti universali. Le donne invece sono relegate a questioni quotidiane, microscopiche, agenti meccanici inseriti nella storia per suscitare scoppi di passione, litigi, gelosia tra gli autentici protagonisti, tutti maschili. In questo senso la bellissima scena all’ombra del noce si rivela poco dopo meramente funzionale a narrarci l’emozione del protagonista, lasciando che la conturbante compagna di scena rimanga appunto un agente sensuale ma conformato, una figurina priva di profondità.

Rimane il feticcio del tè offerto e consumato ad ogni scena, restato le vedute anatoliche che segnano il passare delle stagioni, si ampliano a dismisura gli scambi a sfondo filosofico in cui si parla dei Grandi Temi della Vita. Tanto che in molti citavano come fonte di più che una semplice ispirazione La mia cena con André, forse il film simbolo della produzione di Louis Malle. L’albero dei frutti selvatici cresce tutto all’ombra della sicurezza del suo protagonista, sbocciando davvero quando nel rapporto con il padre compaiono il rimpianto e il rimorso, avvisaglie della una saggezza autentica, figlia dell’esperienza, ben lontana dalle sentenze da lui pronunciate per tutto il film.

È piacevole ritrovare un cineasta che non si accontenta di raccontare una storia “semplice”, che punta a riflettere su ciò che accomuna la vita di ogni società ed essere umano. Tuttavia quando ci si approccia a temi così importanti, azzeccare il tono giusto per non sembrare dei vecchi Soloni non è molto semplice. Stavolta Ceylan per lunghi tratti sembra un po’ petulante nell’impartire lezioni nascondendosi dietro i suoi personaggi maschera.

Il tono del film è ulteriormente aggravato da alcune scelte stilistiche francamente incomprensibili, vedi il montaggio brusco tutto tagli improvvisi e raccordi brutali. Le transizioni tra un’inquadratura e l’altra talvolta si avvicinano all’artigianalità di video montati da semplici utenti, con l’ausilio di software minimali. Questa soluzione cozza frontalmente con la studiata bellezza delle immagini che tenta di raccordare.
Che sia voluto o meno, questo metodo di taglio dimezza anche la maestosità di L’albero dei frutti selvatici, una pianta che si erge imponente ma non ha sempre le radici ben piantate nel suolo.

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