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Nel 2018 un film come Venom non dovrebbe esistere. Non mi riferisco alla possibilità – tutt’altro che remota, dato il livello di saturazione del mercato – di sbagliare un cinecomics, realizzando un pessimo film. Come avrete già appurato dalla reazione della stampa internazionale, Venom sarà un autentico bagno di sangue per chiunque ne abbia fatto parte, in primis lo sfortunato protagonista Tom Hardy.
A lasciare allibiti non è tanto la bruttezza specifica del film; basta guardare in casa DC per rendersi conto che sono solo i Marvel Studios a far sembrare semplicissimo il complesso sforzo necessario che garantire la riuscita di un singolo film in un universo cinematografico condiviso. Venom questo problema nemmeno se lo deve porre, dato che vive in una bolla isolata dal MCU, che ha messo per ora fuori combattimento anche Spider-Man. Eppure il film di Ruben Fleischer procede spedito verso il baratro, ignorando ogni lezione imparata negli ultimi venti anni di cinecomics.

A quanto pare ho un parassita, commenta ad alta voce Tom Hardy con un certo grado di fatalità dopo che una creatura aliena ha instaurato un rapporto simbiotico con lui, stravolgendogli una vita che era già capacissimo di mandare all’aria in totale autonomia. Il fatalismo quasi succube del protagonista riflette fedelmente quello di un film che sembra muoversi in un presente così vago da odorare di passato prossimo, concentrato sullo spuntare eventi e spiegazioni da una lista, senza curarsi minimamente del risultato complessivo agli occhi dello spettatore.

Al netto dello smartphone con cui Eddie Brock – palesemente il peggior giornalista d’inchiesta della storia, che lascia compromettenti telefonate nella segreteria telefonica delle sue fonti in pericolo di vita – scatta foto e fa chiamate, Venom potrebbe essere ambientato in un anno qualsiasi tra il 1995 e il 2005. Non esistono i social network, a ben vedere non esiste nemmeno la stampa o una reazione pubblica di qualche tipo a una creatura misteriosa che uccide (e mangia!) le persone, persino il protagonista non sembra porsi particolari problemi dopo una vaga sorpresa iniziale. A quanto pare ho un parassita, dunque, procediamo spediti verso la prossima scena di una pellicola che sembra basata su una sceneggiatura scritta all’epoca dei primi, infruttuosi tentativi di portare i supereroi Marvel su grande schermo, quando ancora i supereroi non erano presi sul serio nemmeno dai loro stessi film.

Sulla sceneggiatura dunque non si può fare affidamento: sarebbe stata vecchia e ritrita una ventina di anni fa, figuriamoci che effetto può fare in un 2018 in cui i cinecomics sono impegnatissimi ad aumentare il livello di complessità narrativa e di ambizione cinematografica.
Nemmeno la regia di Ruben Fleischer sembra in grado di mitigare la disfatta, anzi: il regista di Zombieland è sostanzialmente assente in un film girato (male) con il pilota automatico. Venom è una rapida successione di establishing shot così sgraziati da anticiparti cosa succederà qualche minuto dopo. Quel che è peggio, la regia è totalmente incapace di narrare autonomamente alcunché, per cui ai protagonisti tocca l’ingrato compito di spiegare ogni loro azione o pensiero, anche in corso di svolgimento.

Quindi Tom Hardy – vittima sacrificale di un film che non ne ucciderà la carriera solo in considerazione del suo enorme talento – non può nemmeno vomitare in santa pace: mentre lo fa, deve esclamare “ma cosa mi sta succedendo!?“. Insomma, Venom è chiaramente il suo John Carter (con la differenza che nessuno sul pianeta Terra può argomentare che John Carter sia anche solo vagamente comparabile a questa cosa qui), l’arresto improvviso della sua carriera da cui dovrà risollevarsi un colpo alla volta. Proprio non ci voleva per un attore famoso sì, stimato sì, ma a cui manca ancora la consacrazione (commerciale o autoriale) definitiva e che per giunta stava facendo un pensierino a candidarsi come erede di Daniel Craig nei panni di Bond.
Non va meglio a Riz Ahmed, incastrato nel ruolo di cattivo macchietta scopiazzato dai signori oscuri della  Silicon Valley, con una spruzzata delle malvagie compagnie farmaceutiche. Se Eddie è il peggior reporter della storia che dire della Life Corporation, una mega compagnia capace di mandare razzi nello spazio, inseguire le sue prede attraverso droni che scandagliano il traffico di San Francisco ma la cui sicurezza si fa passare sotto il naso reporter ficcanaso e alieni vari?

Venom sembra insomma del tutto ignaro di quanto successo negli ultimi 20 anni nel mondo dei supereroi cinematografici. Il suo è un viaggio a un’epoca (decisamente infelice) in cui la complessità caratteriale dei protagonisti veniva piallata in favore di un paio di scene d’azione rese ridicole dai limiti di budget, un periodo completamente scevro di livelli meta e in cui il fanservice bisognava ancora importarlo dal mondo del fandom, una fase in cui si trattava il pubblico come un’orda di ragazzini immaturi.

Così Eddie Brock non è un giornalista moralmente non ineccepibile, non è un fallito che manda a rotoli la sua vita per un unico peccato di superbia: è un personaggio disperato confinato in un film che nella prima metà tenta un tono drammatico e cupo (ma senza poter mostrare una goccia di sangue) per poi buttarla improvvisamente sul comico (ma senza nemmeno far togliere la maglietta al protagonista, a cui non viene mai concesso più di un bacetto e un rapido rotolar di lenzuola con Michelle Williams).

L’impressione che si ricava è di non aver capito chi sia esattamente Brock e cosa ci trovi in lui Venom, dato che l’incoerenza del film è tale da farlo risultare un autentico coglione. Ad aggravare una situazione già disperata e che urla a pieni polmoni “peggior film del 2018” c’è anche il doppiaggio italiano. Se Tom Hardy non è mai particolarmente fortunato in materia di doppiatori, non si può che avere i brividi quando si ritrova a commentare di avere “un alieno su per il culetto” (up in my ass?). In un certo senso è un adattamento fedele del tono di un film che come un adolescente si sente spregiudicato se dice, pur con una certa titubanza, un paio di parolacce. Pietà.

[SPOILER] Le scene nei credits di Venom
Mid credit scene – In un singulto di orgoglio, il film azzecca almeno le scene extra. Nella prima vediamo Woody Harrelson (amico del regista dai tempi di Zombieland) nei panni di Carnage che promette di evadere a Eddie, recatosi nella sua cella per intervistarlo. Parruccone alert già scattato.
Post credit scene – Se il passaggio migliore del film è uno spezzone del film di Spider-Man tratto dall’Alternate Universe, allora siamo messi davvero, davvero male. La scena in sé è tutto quello che Venom non riesce mai a diventare: accattivante, molto comics, drammatico il giusto quando mostra la tomba di Peter Parker. A livello di principio però è squalificante per Venom e ricattatorio per lo spettatore: ma che senso ha cacciare a forza in chiusa di un film quello che di fatto è il promo di un titolo completamente differente?

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