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Tra le anteprime più prestigiose viste al FeST 2018 (Il Festival delle Serie di Milano) brilla la proiezione dell’episodio pilota di The Romanoffs, una fastosa produzione Amazon Studios che riporta sul piccolo schermo un nome che ne ha fatto la storia recente. Quello di Matthew Weiner, il creatore di Mad Men.
Il concept alla base della serie TV è semplice: 8 episodi da 90 minuti ciascuno, con al centro un erede della mitica famiglia imperiale russa, o sedicente tale.
Gli elementi univoci finiscono qui, perché The Romanoffs rischia davvero di essere una serie infinitamente più interessante per come e quando è stata realizzata che per il suo contenuto vero e proprio.

Emblematico in questo senso è il pilota, che stiracchia la stessa definizione di “episodio zero” fino a strapparla. Un “soggetto visivo” che dura 90 minuti di fatto è un film vero e proprio, almeno per minutaggio. Guardando The Violet Hour si ha la conferma di quanto Weiner stia lavorando alla sua Creatura, tentando di cucire in un involucro antologico vecchi format e nuovi standard televisivi, per quello che dovrebbe essere il prodigioso ritorno – a lungo atteso – di uno dei padri fondatori della “serialità alta”, come oggi la conosciamo (e pretendiamo).

Come accadeva nel romanzo di Mary Shelley il prodigioso esperimento ha successo, ma il risultato è al contempo stupefacente e mostruoso. Quello di cui Weiner sembra essere inconsapevole – e con lui tutti i grandi nomi della prima era della serialità canonica – è che si porta dietro fuori tempo massimo un agglomerato di desiderata e pretese che sono ormai carne morta, impossibili da rianimare. Maniaco del controllo, calibratore di dettagli e spoiler, esigente al limite del fanatismo, maschio, bianco, Weiner tenta di scivolare nella nuova era della serialità continuando ad indossare i panni del vecchio sistema hollywoodiano. Il paradosso è che tenta di farlo con una delle ultime creature della famigerata Weinstein Company e con un codazzo di accuse di molestie a lui direttamente indirizzate scaturite dal #MeToo.

L’elemento più emblematico di The Romanoffs è la libertà creativa assoluta che gli è stata garantita per la realizzazione, subito prima che lo scandalo epocale rendesse questo approccio faraonico alla cosa filmica sorpassato. Complice la voglia di imporsi con prodotti di assoluta qualità sul comparto televisivo, Amazon Studios gli ha garantito la cifra astronomica di – si mormora – 50 milioni di dollari per la realizzazione della serie; un budget colossale come solo gli antichi imperi decadenti a un passo del collasso sanno spendere. In The Romanoffs c’è aria di impero romano e faraoni decadenti, c’è profumo di Uova Fabergé con i contadini rivoluzionari che già bussano alle porte di palazzo. Episodi girati a Parigi, attori feticcio come John Slattery e Christina Hendricks, l’accessorio di lusso di una Isabelle Huppert convocata per un solo (attesissimo) episodio.

The Violet Hour è insomma il Cleopatra della prima era serialità televisiva “seria”, in senso storico e cinematografico. Manca solo il flop a suggellare questa sintesi duplice e perfetta. Potete immaginarvi Weiner (con o senza le fattezza di Liz Taylor) che s’imbelletta e tenta di conquistarvi, voi romani detentori del telecomando o dell’abbonamento Amazon Prime. Da parte mia non mi sono sentita né ammaliata come Cesare né rapita come Marco Antonio, quanto piuttosto impegnata in calcoli di natura squisitamente politica come Augusto.
La partenza di The Romanoffs non è insomma l’uscita da un tappeto arrotolato di un’esotica creatura mai vista prima che ti conquista: non è Mad Men. Onore a Weiner per non averci nemmeno provato a seguire il sentiero già battuto: qui il suo tocco è quasi irriconoscibile. Bisogna inoltrarsi a lungo per le strade di Parigi con Greg (Aaron Eckhart) e subire il razzismo della zia Anushka (Marthe Keller) per riconoscerlo in brevi sprazzi di cinismo e (dis)umanità, ma è davvero un esercizio da appassionato di vecchia data.

Concentriamoci quindi sul nuovo, anche se di novità in The Romanoffs a livello di contenuti se ne vedono pochissime. The Violet Hour ci trasporta in una Parigi classista in cui la vecchia nobiltà decadente guarda con orrore alla scomparsa della classe adiacente (the middle class is gone dice un parigino, sentendosi piuttosto intelligente nel farlo) e con paura alla vitalità della nuova Francia, quella che porta hijab mentre legge Rimbaud in metropolitana.

Lo scontro che anima l’episodio è quello tra una cariatide rinchiusa nel suo appartamento da sogno parigino e la sua nuova badante, una giovane, energica ragazza di fede musulmana. Marthe Keller è una gentile concessione al gentil sesso del classico protagonista carismatico e sgradevole di Weiner, ma bisogna ammettere che è di gran lunga il personaggio migliore del pilota, con il suo razzismo tagliente, la sua contraddittoria paura di rimanere sola e le sue memorie di un fasto passato di cui rimane solo la scenografia: la sua meravigliosa abitazione.

A fare da quieto spettatore allo scontro c’è Greg, un Aaron Eckhart al solito impeccabile che ora pare l’alter ego di Weiner, ora di Woody Allen in una Parigi che non si tenta nemmeno di raccontare al di fuori della percezione turistica e americana. Weiner sa di ritrarre una façade della metropoli europea, tanto che fa dire alla giovane protagonista che There is an ideal and a real Paris, irridendo un Greg che ci vive da anni e pare esservi atterrato l’altro ieri. Greg è spettatore della sua stessa vita, diviso tra una zia bisbetica a cui è affezionato e una compagna arrivista che attende trepidante la morte della stessa per impossessarsi del magnifico appartamento.

The Violet Hour diventa ben presto una sorta di commedia romantica, di quelle elegantemente irriverenti che sono sconosciute Oltreoceano ma molto praticate dal cinema d’Oltralpe. Il problema è appunto questo: in questi 90 minuti potrebbe e dovrebbe esserci l’equivalente di un film vero e proprio, invece vi si diluisce il contenuto di un episodio regolare da 40 minuti (e nemmeno di uno particolarmente memorabile). The Romanoffs non sembra l’autentico erede della serialità high brow della scorso decennio, annegato com’è in aspirazioni tipiche del cinema statunitense degli studios: produzioni importanti, cast che varia episodio dopo episodi, volti e ritmi consueti del grande schermo.

Quello che Weiner invece esprime alla perfezione è il mescolarsi progressivo di cinema e televisione, in cui entrambi i media perdono le loro specificità e la loro forza. Unire una produzione cinematografica a un minutaggio seriale è quello che stanno facendo da una parte i blockbuster contemporanei (che ormai veleggiano verso durate abbondantemente superiori alle due ore) dall’altra serie TV sempre più ambiziose, sempre più standardizzate. Meno male che c’è gente come il regista giapponese Shin’ya Tsukamoto a ricordarci che è ampiamente possibile realizzare un film entro i 90 minuti (anzi il suo ultimo film al Lido si fermava a quota 80). Anzi, era ampiamente la norma fino a qualche decennio fa.

La sintesi e la selezione sono rami secchi, consuetudini sempre meno praticate sia in sala sia nel salotto di casa, con la convinzione che dare allo spettatore una grande quantità di materiale sopperisca al rarefarsi della qualità dello stesso. Ci sono passaggi brillanti e feroci in The Violet Hour, certo, ma sono intervallati a lunghi spezzoni appena sufficienti. Che dire per esempio del personaggio di Inès Melab, inserito per amor d’inclusività ma di cui chiaramente Weiner non sa cosa fare?
You’re not french and you’re even trying
, le rimprovera Anushka, su cui invece lo showrunner si accanisce, che monta e smonta fino ad esplorarne i pertugi esistenziali. La giovane badante Hajar è sempre rispettosamente ritratta entro i confini di uno stereotipo positivo: lavoratrice, arguta ma rispettosa, studiosa, modestia filiare e Rimbaud nello zaino perché non dimentichiamoci che è francese. Quale miglior attestazione di quanto permanga l’incapacità (o la paura) di affrontare un personaggio non caucasico con la stessa feroce onestà riservata ai bianchi, senza cadere nel razzismo?

 

Così balzando da Rachmaninov a Stromae (inclusività!) fino a Pigalle di Georges Ulmer, The Violet Hour si dimostra sorprendentemente leggero, talvolta superficiale, nel raccontare quel che vuole mostrare, che poi è il grande mistero del ritorno di Weiner: esattamente, cosa stiamo guardando? Gli sprazzi nostalgici della vecchia, terribile Europa rievocata da Anushka – tutta lusso, nazisti, comunisti e stupri archiviati con un’alzata di spalle – sono lampi di senso che appaiono sporadicamente in un non-film in cui il punto chiaramente non sono i Romanoff, reali o immaginari. E quindi il punto qual è? Forse è solo avere quella libertà assoluta di fare ciò che si vuole, con carta bianca e assegno non compilato da riempire con la cifra prescelta. Un lusso da favola, come un uovo di Fabergé da ammirare mentre i rivoluzionari affamati già bussano alle porte.

I Romanoff sarà disponibile in italiano a partire dai primi mesi del 2019: i primi due episodi sono stati pubblicati il 12 ottobre 2018. A seguire Amazon ne renderà disponibile uno a settimana.

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