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Da spettatori italiani è davvero difficile mettere da parte l’orgoglio di vedere Stefano Sollima (Gomorra – La serie, Suburra) alla guida di un grande film hollywoodiano e concentrarsi su altro, soprattutto considerando l’ottima riuscita di Sicario – The Day of the Soldado. Non sfigurare a paragone diretto con Denis Villeneuve non era semplice, soprattutto se privati del talento di Emily Blunt e di figure tecniche come il leggendario direttore della fotografia Roger Deakins.
Eppure anche con il regista italiano alla guida, la macchina da guerra di quello che zitto zitto potrebbe presto trasformarsi in un franchise vero e proprio non fallisce. Allora il nome da mettere sotto i riflettori forse è un altro: quello dello sceneggiatore Taylor Sheridan.

Sicario, Hell or High Water, I segreti di Wind River (suo esordio alla regia) e ora Soldado: a scorrere la lista di sceneggiature firmate da Sheridan diventa chiaro che,  pur essendo rimasto più o meno nell’ombra sino ad oggi, è forse lui il più grande narratore della frontiera americana contemporanea. È lui ad aver raccolto più di ogni altro il testimone della crepuscolarità cinematografica statunitense di Kathryn Bigelow e Thomas Mann, in chiave letterale e metaforica.

Anche in Soldado infatti sono i magnifici tramonti sulle distese sconfinate del deserto messicano ad ammantare di bellezza in un mondo quasi totalmente privo di virtù o bontà. Il film in questo senso raccoglie il testimone di Sicario e racconta il dietro le quinte corrotto di un’America che forse non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani e la coscienza (we call you because we want it dirty), ma che rispetto al passato è meno prudente nel darsi al lato oscuro, meno guardinga nel tentare di occultarlo.

È un mondo di mercenari prezzolati, misteri con fondi occulti, venditori di armi e sicari quello raccontato in Soldado, appena ad un passo di distanza dagli antesignani Collateral e in Zero Dark Thirty. Il racconto gelido e distaccato della manina statunitense sullo scacchiere politico messicano e internazionale si adatta alla perfezione allo stile visivo duro e ambizioso di Sollima, uno che la sua carriera l’ha imbastita e rifinita senza mai uscire dal recinto del mondo del crimine su grande schermo.
Pur rimanendo un film dall’approccio celebrale, Soldado fa un passo avanti rispetto a Sicario, perché racconta una reazione di pancia: dopo un attacco terroristico su suolo statunitense, si sospetta che i cartelli della droga messicani abbiano favorito la movimentazione dei terroristi dall’Oriente al territorio americano.

L’idea è quella di scatenare una guerra tra cartelli della droga, minando il precario equilibrio raggiunto dai vari signori del narcotraffico, con un intervento dietro le quinte e oltreconfine di agenti terzi, mercenari e agitatori. Torna così sulla scena Matt Graver (Josh Brolin), lo spietato esecutore dei lavoretti sporchi per i piani alti del governo degli Stati Uniti, che a sua volta si rivolge ad Alejandro (Benicio Del Toro), mercenario instancabile e inarrestabile, con un conto in sospeso con uno dei re del narcotraffico.

La cocaina però è storia vecchia, soppiantata nei libri paga dei narcos dal traffico di esseri umani al confine statunitense. La povertà oltre confine è già strisciata e ha reso molti degli insospettabili cittadini statunitensi collaboratori entusiasti dei cartelli, che pagano e bene.
L’idea di Graver  – quella di premere alcuni punti di pressione, facendo sembrare che i cartelli stiano agendo gli uni contro gli altri – si rivela tutto sommato ingenua, peccando di una profonda sottovalutazione del grado d’infiltrazione dei cartelli nel sistema sociale e politico messicano. A pagarne le spese sarà Alajandro, rimasto sul campo a fare il lavoro sporco quando i mercenari statunitensi sono costretti a rintanarsi oltre confine.

Soldado ha un approccio molto classico rispetto alla materia criminale che racconta (il mercenario con una sua etica, la ragazzina da salvare), ma tenta di attualizzare l’istantanea scattata ai tempi di Sicario da Villeneuve, raccontando tutta la distanza tra gli Stati Uniti del 2015 e quelli del 2018. Il confine con il Messico rimane cruciale sullo scacchiere politico e ancora una volta finisce per raccontare molto più di chi tenta di blindarlo che di quanti tentano di attraversarlo illegalmente.
Il confronto con il suo predecessore non è schiacciante, ma si sente la mancanza di quella che forse l’ultima manifestazione cinematografica del primo Villeneuve.

Soldado ha un approccio molto classico rispetto alla materia criminale che racconta (il mercenario con una sua etica, la ragazzina da salvare), ma tenta di attualizzare l’istantanea scattata ai tempi di Sicario da Villeneuve, raccontando tutta la distanza tra gli Stati Uniti del 2015 e quelli del 2018. Il confine con il Messico rimane cruciale sullo scacchiere politico e ancora una volta finisce per raccontare molto più di chi tenta di blindarlo che di quanti tentano di attraversarlo illegalmente.
Il confronto con il suo predecessore non è schiacciante, ma si sente la mancanza di quella che forse l’ultima manifestazione cinematografica del primo Villeneuve. Da La donna che canta a Sicario, quella degli esordi di Villeneuve è una fase spesso già archiviata in favore del suo sbarco fantascientifico a Hollywood, anche se forse i suoi lavori migliori sono rintracciabili in quegli anni, caratterizzati da uno sguardo limpidissimo sulla ferocia propria dell’essere umano.

Non è certo Sollima, che qui lavora da talentuoso terzista mercenario, a frenare il film. Difficile fare di meglio quando ci si ritrova per la mani la giovane Isabela Moner nel ruolo di pecorella sacrificale tutta occhioni al posto di una Emily Blunt in un ruolo femminile secondo forse solo a quello di Amy Adams in Arrival nella galleria di donne eccezionali create da Villeneuve.
La colpa stavolta è di Sheridan insomma, o piuttosto della Hollywood dietro di lui. Più Soldado avanza oltre confine e più diviene chiaro quanto non se la senta di portare fino in fondo il cinismo posto a premessa del suo ritratto oscuro degli Stati Uniti di oggi.
Sollima non ha la forza autoriale per opporsi all’intenerimento poco giustificato di Graver, o per puntare su Catherine Keener, di certo in grado di incarnare il personaggio spietato di cui il film ha bisogno, ma lasciata in disparte proprio nel momento chiave. Si sente insomma la mancanza di una voce autoriale fuori dal comune che tenga fede alle premesse iniziali, che è un po’ il limite di tutti i comunque pregevoli script con cui Sheridan si è fatto un nome in questi anni.

Soldado è quindi un successo nella misura in cui trasforma in un prodotto commerciale di qualità e replicabile in scala una prova d’artista unica, un soggetto d’autore. L’esito dell’operazione era tutt’altro che scontato, perciò possiamo ritenerci più che soddisfatti.

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