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Di recensioni spoiler free e report introduttivi al secondo lungometraggio della saga/prequel di Animali Fantastici in queste ore ne starete probabilmente leggendo a bizzeffe. La mia a riguardo l’ho già detta, su FOX e altrove.
Con quanti tra di voi hanno già visto il film e/o non temono spoiler di sorta, vorrei quindi approfondire un paio di punti particolarmente nebulosi e irritanti di I crimini di Grindelwald che.
Infatti pur essendo più spedito e vivace del precedente Animali Fantastici e dove trovarli, lascia un po’ sconcertati per quanta carne riesca a mettere di malagrazia sul fuoco, senza però far succedere davvero nulla di rilevante o quasi.
O meglio, nulla di entusiasmante.

Seguono, comprensibilmente, [SPOILER].

1 – Chi è il protagonista? 
Non ho mai fatto mistero della mia antipatia per Newt Scamander, protagonista putativo del prequel. Sono già insofferente di mio di fronte all’incapacità del suo interprete Eddie Redmayne di veicolare l’introversione e la timidezza del suo mago senza sconfinare nel patologico, evitando il contatto visivo non solo con gli altri personaggi, ma anche con la cinepresa.
Mi interrogo però sulla riuscita di un personaggio che viene letteralmente eclissato dalla discesa in campo di due veterani come Johnny Depp e Jude Law, alle prese con personaggi che sono costretti a rimanere in stand by per tutto il film. Di fatto uno dei problemi di I crimini di Grindelwald è che da una parte delle azioni delittuose promesse nel titolo se ne vedono poche (né si fa ulteriore luce sulle storiacce pseudonaziste adolescenziali che hanno costituito la prima macchia sulla reputazione di Silente). L’uccisione di un innocente bimbetto fuori scena suggerita da un lampo verde e perpetuata da un lacché mi pare insufficiente a giustificare cotanto titolo.

Dall’altra però il film è chiaramente impegnato a darsi un tono più oscuro, che costringe a riporre nell’armadio la valigia di Newt. Con poche creature fatate a disposizione, Newt si rivela per quel che é: un personaggio meramente funzionale all’impiego delle stesse, che da par suo non ha il carisma necessario per per ritagliarsi un ruolo da Vero Eroe, anche se questa sua evoluzione è costantemente suggerita. Così a naso credo andremo a parare verso un lui risolve tutto con uno snaso ben piazzato ma chiede Silente di lasciarlo nell’ombra. Rimane il fatto che il film ingrana solo quando comincia a farsi gli affari dei due maghi famosi, per arenarsi nella noia non appena ci immergiamo nelle beghe amorose e non di Newt.

2- Piccoli problemi di cuore
Non è un po’ presto per i qui pro quo amorosi? Almeno nella saga principale hanno avuto la decenza di attendere le tempeste ormonali e i primi brufoli per infliggerci il lungometraggio incentrato sul (castigatissimo) risveglio della libido dei protagonisti. Almeno Harry & co. avevano la scusante della giovanissima età per spiegare l’impaccio e l’impiccio, ma assistere ai battibecchi e balbettii di Newt e Tina, giustificati a malapena con una cornice narrativa in volata di lettere e confessioni reciproche, è un filino troppo precoce. Se poi l’inghippo sembra uscito dalla rassegna stampa dei rotocalchi rosa di Gianni Ippoliti a Unomattina, il rischio telenovela si trasforma in certezza.

Se siete morti d’imbarazzo di fronte a un maschio adulto che cincischia come un bimbetto per dire una cosa semplicissima tipo ma non ti vergogni a leggere certe rivistacce Tina? Dovrei tenere io il muso a te! (tenere il muso eh, tipo all’asilo), probabilmente vi sarete sentiti presi in giro di fronte al triangolo. Non quello del simbolo, bensì quello tra i due fratelli Scamander e Leta Lestrange. Sulla carta una cosa vagamente morbosetta, trasformata in una sorta di espiazione inspiegabile di lei che chiaramente preferisce Newt ma per ragioni inspiegate (la sicurezza economica? La carriera? Un ricatto? Il masochismo?) gli preferisce il fratello perfettino, probabilmente ex prefetto, spuntato quasi dal nulla. Con tanto di T’amo e muoio buttato lì sul finale di un’interpretazione di una (giustamente) annoiatissima Zoë Kravitz tutta votata a un sacrificio autoinflitto. Siccome sono compassionevole, soprassiedo al sottolineare la mediocrità delle trame amorose di Queenie e Nagini.

3- Il ritorno delle ancelle
Quello che è davvero inaccettabile è però la trasformazione di ogni personaggio femminile finora introdotto in una presenza ancillare per il maschio di riferimento. Tina sembrava timidamente avviata a diventare una donna d’azione, invece qui non fa nulla che non sia riconducibile alla figura di Newt: da Auror a valletta innamorata in meno di un film. Le hanno lasciato giusto la dignità necessaria per indossare un impermeabile lungo in pelle e poco più.
Nagini almeno si consola con fatto che nel film quasi non appare, dirà in tutto una ventina di parole (non frasi, parole), tra cui il passaggio più intelligente del film: Clarence, ma è davvero così importante sapere di chi tu sia figlio? Non ha un’introduzione, non ha una storia sua, non ha nemmeno la dignità di una scena madre in cui venga spiegato perché finisca nel Team Silente. Insomma, si potrebbe tranquillamente dire che da magical pet di Voldemort il personaggio ha uno sviluppo ben più complesso e intrigante. D’altronde mica si poteva lasciare Ezra Miller senza il suo contraltare femminile e love interest, giusto?
Si sfiora il limite nell’offensivo con Queenie, la bionda che doveva rivoltare lo stereotipo della sciocchina un po’ pazza. Tra lo sconcerto generale, eccola tramutarsi prima in un’anarchica pressapochista al grido di “sì ma chissene delle regole, faccio quel che mi pare!” poi in una simpatizzante del Male, entrando nel Team Grindelwald (quello che ammazza i babbani) per salvare il babbano di cui è innamorata. Eh? Ma lei non lo sapeva! verrebbe da dire. Maccome, mica è una legimens? L’unico modo per ridare coerenza a questo viluppo di scempiaggini è dare per scontato che sia un’autentica cretina.
4- Commedia o tragedia?
Inoltrandoci in beghe più cinematografiche e meno potteriane, uno dei problemi principali di questa pellicola è la cronica indecisione sul tono da assumere. Con Grindelwald a piede libero che ammazza babbani e tiene il solito discorsetto motivazionale dall’allure vagamente politico-metaforica per ogni spettatore statunitense in sala, i contorni della vicenda si fanno giocoforza più drammatici e adulti. Come per il primo film però, si percepisce una netta deficienza di atteggiamenti e attitudini adulte nella quasi totalità del cast.

Nonostante siano passati anni dai flashback che li vedono infelici e depressi nei corridoi di Hogwarts, Newt, Leta e gli altri hanno mantenuto inalterato quel comportamento adolescenziale che contraddistingueva i vecchi protagonisti. Piacerebbe poter dire qualcosa in più sul giovane Credence, ma forse l’unico vero crimine di Grindelwald è tarpare le ali a un attore potenzialmente esplosivo, schiacciandolo dietro un potere e un cognome enorme e frustrazioni piccole così. Quindi largo (finalmente!) a duelli a fil di bacchetta e all’ultimo sangue, che alleviano un po’ il meccanico dividere i personaggi nel Team Silente e Team Grindelwald (scopo primario e principale della pellicola). Peccato che i personaggi fronteggino la morte e la drammatica scelta di fazione che ne segnerà per sempre il destino per motivazioni più o meno infantili. Quasi viene da rivalutare Credence che con grande onestà dice a Nagini: Beh, Grindelwald sa quello che anche io voglio sapere. Vado con lui e me lo faccio dire. Ci si vede in giro.

La contrastante identità adulta e infantile dei personaggi si rispecchia nei toni del film, che vorrebbe essere ora maestosamente drammatico (la splendida chiamata alle armi di Grindelwald che copre a lutto l’intera Parigi), salvo poi ricordarsi che ci sono dei bimbi in sala e allora largo agli animaletti batuffolosi e alle gag con gli snasi. Non c’è sintesi migliore di quanto questi cambiamenti siano mal orchestrati dello sconcerto che lascia vedere Grindelwald – uno capace di corrompere qualsiasi mente ed evadere da qualsiasi prigione – farsi beffare da un pacioso Snaso. Che dovrebbe essere il Messaggio del film, ma funziona molto meglio come amara morale sulla scarsa incisività di Newt e sul caracollare incerto del film tra le sue due anime.

5 – Silente e il termometro queer
Ovvero il mio principale campo di competenza, l’annosa domanda ci shippo qualcuno? decuplicata da un dibattito pubblico davvero sfuggito di mano a un’autrice con le migliori intenzioni ma un pessimo tempismo, un po’ come la vecchia zia adorabile impicciona che ti fa una domanda terribilmente imbarazzante nel mezzo del pranzo di Natale con tutti i parenti fino alla diciassettesima generazione in educato silenzio in attesa della tua risposta.

Quanto vorrei tornare indietro al giorno in cui Rowling si è decisa ad annunciare al mondo che Silente era gay e chiederle: ma sei davvero sicura di riuscire a gestire le implicazioni di questa rivelazione? Come narratrice sembra più a suo agio con lieto fini matrimoniali che con peccaminose relazioni omosessuali tra adolescenti, in un periodo in cui – ci piace ricordarlo – tra i babbani finivi in carcere o sulla forca. Sul patibolo ci è poi finita lei, perché piuttosto prevedibilmente la reazione di molti all’annuncio è stata: e quindi perché non lo hai reso esplicito nella saga? Cosa ce ne facciamo adesso di questa tua precisazione?

Il problema si ripresenta con la trasposizione di Animali Fantastici, perché alla luce della famosa Rivelazione e del fatto che siamo nell’Anno Domini 2018, viene da aspettarsi qualcosa in più di una semplice dichiarazione d’intenti. Insomma, la Rowling ha cacciato Warner Bros nello stesso vicolo cieco di Frozen e le principesse Disney: qualcuno prima o poi dovrà tirar fuori il primo personaggio apertamente queer dell’intrattenimento commerciale per famiglie. Solo che nessuno arde dalla voglia di essere il primo a capitolare. E come svicoli da questa situazione, dopo aver giurato che non succederà nulla di queer e poi spergiurato che sarà tutto chiaro, lampante e gay nel giro di due settimane di promozione? Semplice: con la magia.

Fangirlisticamente parlando sentire un attore con i precedenti illustri di Jude Law guardare in camera riferendosi a Grindelwald e dire we are closer than brothers non è cosa da nulla e dà una certa trepidazione, così come vederlo struggersi di fronte allo specchio che ti rivela ciò che più desideri (altro che calzini, sei falso, Albus, sei falso cazzo! Arisa cit.). Anzi, il film si fa persino prendere un po’ la mano con le espressioni di estasi orgiastica che i due giovani interpreti dei grandi maghi esibiscono quando stringono lo scellerato patto di sangue. Ed è proprio questo l’inghippo, la geniale paraculata incantata: dietro quella sottospecie di patto/chiavetta magica si possono consumare le più turpi cadute nell’omosessualismo, senza mai impensierire la famiglia ben pensante con figli appresso, magari beatamente ignara dell’uscita della Rowling su quel birbantello di Silente.
Insomma: non dico un limone duro già al secondo film (anche perché provo grande disappunto al pensiero che metà della coppia sia formata da Depp ossigenato e attorialmente sgonfiato), ma non si può che provare un po’ di disappunto nel constatare che la cosa più gender fluid e queer vista finora siano i red carpet di Ezra Miller.

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