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Brucia con una fiammata di sfavillanti colori, emette scintille luminose e il suo fumo sale lentamente fino ad essere visibile in ogni angolo dell’affollatissima ma spesso sterile landa televisiva contemporanea: è The Little Drummer Girl, la miniserie evento di BBC (trasmessa negli Stati Uniti da Amc e ancora inedita in Italia) che rischia davvero di essere tra le migliori produzioni televisive di quest’annata. No, anzi, cancellate pure il “rischia” e appuntatevela come un titolo da provare assolutamente.
Non che ci si potesse aspettare di meno dalla combustione spontanea di elementi tanto pregiati. Ci sono interi film e svariate serie TV che si sostengono su uno solo dei nomi che concorrono alla realizzazione di un prodotto che di nuovo non ha davvero nulla, ma la cui qualità prova quanto la formula televisiva classica sia difficile da battere.


Alla base di questa miscela incendiaria c’è un romanzo di John Le Carré, maestro indiscusso (ma spesso sottovalutato) del genere tutto spie e doppio gioco. L’unico che ha per protagonista una ragazza, Charlie, e che vede l’assenza del grande nemico russo. Pubblicato nel 1983, La Tamburina è un libro per certi versi a sé stante nella produzione di un autore che ha sfornato dal 1961 ad oggi almeno un paio di titoli di riferimento per decennio, persino qualche capolavoro.

Hollywood non si è mai fatta troppo pregare nel saccheggiare la sua bibliografia, con risultati più o meno esaltanti: dal bellissimo La Talpa fino a The Night Manager, non passa anno in cui una sua opera – per incisività del titolo o pigrizia degli studios – non approdi al cinema o in TV.
The Little Drummer Girl però è una produzione molto british sì, ma guidata con mano ferma e talento visionario da una delle più grandi firme cinematografiche orientali: Park Chan-wook, il regista sudcoreano già accreditato come uno dei più grandi cineasti viventi, uno che non ha sbagliato mai davvero nulla.

Cosa ci fa il regista della trilogia della vendetta e di The Handmaiden in TV e in terra d’Albione? Posso assicurarvi che ci è andato di sua spontanea volontà perché qualche annetto fa mi confidava con una certa eccitazione di stare tentando di produrre un adattamento del romanzo di Le Carré. Intermezzo tragicomico: se lui era eccitato, immaginate in che stato stessi io, supporter all’ultimo stadio di entrambe le tifoserie coinvolte.

Il matrimonio Park – Le Carré è un’unione benedetta dal cielo, per quanto possa sembrare bizzarra. La commistione tra un romanzo sui generis rispetto allo standard della Guerra fredda con un regista dalla personalità e dallo stile molto lontani dagli eminenti colleghi europei (a cui di solito viene commissionato questo genere di adattamento) rende originale la più classica delle storie: quella di un innocente coinvolto in un gioco di spie di cui non comprendere appieno i contorni, le fazioni e le finalità.

In queste ore si parla di rivelazione di fronte alla performance di Florence Plugh, capace di rimanere al centro della scena come una veterana a fronte dei suoi 22 anni e della sua risicata carriera. Sarei stupita anche io, forse, se non l’avessi già vista in azione nel suo ruolo più luciferino, quello da protagonista in Lady Macbeth (da bravi, segnatevi anche questo film del 2016).
La sua Charlie, un’attrice londinese appassionata, ribelle e libertina, pervasa da una rabbia profonda ma dalle motivazioni superficiali in campo politico e amoroso, vive molto dei suo naturale contegno diretto, sanguigno, persino un po’ rozzo. Non ha l’apparenza principesca e il portamento elegante di tante altre attrici, ha una fisicità più rotonda e un carattere più ruvido: è un diamante dal taglio particolare, che nelle mani di un gioiellerie sapiente come il regista sudcoreano splende più degli altri.

Charlie vive una vita bohémien, superficiale e contraddittoria nella sua ribellione radicale. Le sue simpatie sinistrorse, la sua partecipazione a incontri politici con il fronte ribelle palestinese e il suo talento di attrice attirano l’attenzione di una cellula del Mossad. La scommessa rischiosissima è quella di reclutarla e introdurla nella cerchia di agenti europei utilizzati da Khalil, un geniale bombarolo palestinese capace di sfuggire alla cattura mentre, un’esplosione dopo l’altra, richiama l’attenzione europea sulla situazione mediorientale.

È un gioco da tutto o niente, privo di certezze, popolato d’incognite: può una donna poco più che ragazzina infiltrarsi tra i ranghi di un’organizzazione radicale e uscirne viva? Saprà resistere alla seduzione di una causa per cui ha già dimostrato di simpatizzare?

I grandi master of puppets della partita sono Khalil – il Karla, il burattinaio della causa palestinese – e Marty (Michael Shannon), il manipolatore israeliano che ha ideato il piano. Ovviamente non sarà lui a scendere in campo e a sporcarsi le mani: ci penserà Gadi, un soldato e una spia di grande esperienza, capace di calarsi con sorprendente aderenza nella mente di Charlie e in quella di Khalil, l’obiettivo finale.
Se Shannon è una garanzia e Plugh una rivelazione, la scoperta forse più esaltante della miniserie è Alexander Skarsgård, lo statuario attore svedese che qui, libero dal macigno del suo casting tipo da nordico strafico dallo sguardo di ghiaccio (qual è), tiene testa a entrambi, con una recitazione sottile e in sottrazione che era davvero difficile sospettare gli appartenesse.

The Little Drummer Girl è un racconto di spie che parte da un teorema imprescindibile – quello del coinvolgimento sentimentale come imprevisto e come arma manipolatoria – per divenire via via più inarrestabile, amorale, vertiginoso. Difficile dire chi stia manovrando chi, tra i personaggi e tra i tanti artefici.

Da una parte abbiamo le splendide geometrie di John Le Carré, che conduce con precisione tagliente un gioco di sovrapposizioni ricorrenti. Gadi interpreta il fratello di Khalil per addestrare Charlie, che si chiede quando sia sé stesso e quando sia una maschera. Quando nella sua mente l’immagine del terrorista e del soldato si fondono, ecco che entrambe le figurine si sovrappongono a quella di Khalil. Come Gadi, il terrorista gioca un’eterna partita contro un demone che non può vedere ma di cui avverte la presenza, che pensa come lui e ha un corpo segnato dalle stesse cicatrici, la cui unica missione è annientarlo.
Gadi a sua volta è in perenne lotta con Marty, teoricamente suo superiore, ma che spesso è indebolito dal bisogno molto umano di avere l’approvazione del suo collaboratore e degli agenti che non esita ad abbandonare nelle braccia del nemico. L’ascendente di Gadi su Marty è a sua volta minato dall’affezione che prova per Charlie, che da strumento di manipolazione diventa via via sentimento genuino.

Dall’altra c’è Park Chan-wook, che prende queste geometrie letterarie e le trasforma in una regia più che presente e protagonista. Sono le geometrie architettoniche più simboliche a regnare incontrastate in The Little Drummer Girl, insieme a un abbagliante, spavaldo uso dei colori primari. Charlie e gli altri personaggi sfoggiano un campionario di indumenti dai colori vividi e primari: i gialli dorati in coppia con i blu lapislazzuli, il verde vivido con il rosso più intenso, con accostamenti dal significato politico e geografico, che potrebbero risultare un pugno nell’occhio se non fosse un vero artista a reggere la tavolozza.
Invece pur sfoggiando una palette brillante, The Little Drummer Girl esprime sempre una certa dose di rigore e durezza, una profonda solitudine collettiva, un senso opprimente d’inganno che permette di usare e abusare delle immagini classiche dello spionaggio cinematografico, senza risultare leziosi. Ogni scena madre della miniserie si svolge tra motivi architettonici che richiamano alla dualità, alla spirale, all’ambiguità. C’è sempre una scala da scendere o salire quando i rapporti di forza vanno ridiscussi, c’è sempre qualcuno che osserva la scena madre da una finestra o da un finestrino.

Infine c’è un utilizzo di una tecnica démodé come quella dell’improvvisa, fulminante carrellata su un primo piano o un dettaglio: un pezzo di storia del cinema ormai dimenticato, qui usato a più riprese fino a diventare parte del carattere della serie, una firma d’artista.
In questo viluppo di omissioni e reticenze, Park Chan-wook è l’unico a non nascondersi mai: obiettivi grandangolo e occhio di pesce, lame di luce dorate, aloni rossastri e verdastri si spingono molto più in là dell’omaggio, regalando a una storia di taglio classico una veste così moderna e appariscente da risultare davvero irresistibile.

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