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Se non è solo fantasia, di certo non profuma di vita vera Bohemian Rhapsody, il film biografico che promette di rileggere la storia della rock band inglese per eccellenza ricalcandola sulla classica parabola del carismatico leader: ascesa, fama, diventare uno stronzo, caduta, rialzarsi faticoso e ultimo momento topico, raggiunto finalmente con consapevolezza adulta.
A compiere l’ascensione al Golgota della Fama è ovviamente Freddie Mercury, leader indiscusso del gruppo, una spanna di geniale sensibilità sopra gli altri: magari anche un film sull’infinita pazienza di Brian May sarebbe interessante, ma c’è un indubbio vantaggio ad essere la leggenda deceduta in giovane età.
La prima notizia non esattamente sorprendente è che il film – pur valutandolo negli standard non proprio autoriali degli studios statunitensi – non è l’omaggio irriverente e ardito che si sarebbe meritato una delle icone della musica inglese del Novecento. La seconda è che inaspettatamente siamo ripiombati in un mood biografico volemosebenista da pieni anni ’90.

Delle due l’una: o Bohemian Rhapsody è una ciofeca irredibimibile (cosa che non è) e lo è anche e ancor di più A Star is born, o i due film musical simil biografici sulla nascita di una stella del 2018 sono stati giudicati con due pesi e misure. Non è possibile infatti far quadrare il fuoco di fila a un film che impiega un cast di attori veri e propri e un regista di nome e di fatto come Singer e poi lasciar correre con un piglio possibilista una pellicola con un’approssimazione di regia il cui lato sorprendentemente positivo è che chi attore manco lo è se la cava e in qualche modo porta a casa l’operazione.

Bohemian Rhapsody ha un problema palese e lampante, sin dal suo avvio: ha una storia grandiosa per le mani, oltremodo semplificata da una sceneggiatura più che banale, a tratti liberalmente ispirata alla realtà e (quel che è peggio) con un intento didattico che aumenta l’urgenza di appiccicare etichette su tutti i personaggi. Il punto centrale della faccenda (quello che probabilmente ha trattenuto gli studios dal fare un film sui Queen finora) è quello dell’omosessualità di Freddie Mercury, tratto su cui non si poteva davvero glissare. Dato che vediamo il nostro eroe che occhieggia promiscuamente camionisti e party goers, che limona duro e si porta a casa amanti, direi che il film non mimetizzi più dello stretto necessario per portare a casa il tanto sospirato PG-13. Quindi chi strepita su una censura forse dovrebbe farsi due conti su quando gli è capitata l’ultima volta di veder limonare due uomini in un film statunitense prodotto dagli studios e con questo rating. Una cosa è il cinema autoriale, magari pure europeo o diretto da un regista con sensibilità orientale, un’altra è un blockbuster che porti al cinema quando ci sono già in giro gli addobbi natalizi. Se ci pensate bene, con la cocaina sparsa sui tavoli e qualche palpata a sederi maschili, con questo biopic 20th Century Fox si è presa pure un certo rischio.

Bohemian Rhapsody sotto questo punto di vista fa quel che può e anzi, dimostrandosi sinceramente interessato alla musica dei Queen, rilegge una progressione di hit della band come un oscuro presagio o una chiara consapevolezza dell’imminente scomparsa di Mercury. Il film si apre con l’ingresso sul palco di Wembley di Freddie Mercury, per quella che è forse l’esibizione più iconica della banda: il concerto del Live Aid del 1985. Sarà quello anche il punto di arrivo, dopo un viaggio che trasforma un grande momento di musica in un testamento rock vero e proprio, il punto di arrivo dell’ascesa e della caduta di una stella, lo smarrirsi e il ritrovarsi di un uomo. Mi ha sorpreso in positivo quanto il film si soffermi a restituire gran parte di quell’esibizione, dedicando parecchio del minutaggio complessivo alla musica vera e propria (utilizzando saggiamente le tracce audio originali con la voce di Mercury).

Bohemian Rhapsody quindi spiega – e piuttosto chiaramente – quanto la produzione musicale dei Queen e certi pezzi iconici di Freddie Mercury siano il contraltare di un percorso difficile di accettazione di sé e la voglia di immortalità nell’epoca dell’AIDS mietitore di giovani vite. Non era così scontato, nemmeno con un personaggio come Singer al comando dell’operazione, soprattutto considerando le enormi difficoltà produttive di un progetto con un regista fantasma che ha completato le riprese quando il primo è stato coinvolto in uno scandalo, dopo che l’intera pellicola è sembrata più volte sull’orlo della cancellazione. Inoltre non fa mai bene rileggere eventi di più di 30 anni fa con la sensibilità odierna: in piena epidemia di AIDS il clima non era esattamente sei gay, wow, 5 alto e pacca sulla spalla, quindi che i membri della band “tollerino” le boutade di Freddie e ne critichino lo stile di vita promiscuo e distruttivo in quanto tale (e non in quanto omosessuale) è forse uno dei pochi aspetti realistici dell’intera faccenda.

Il vero peccato quindi è stato quello di sprecare un talento genuino e una somiglianza superba come quella di Rami Malek per un film che nei suoi momenti migliori non riesce che a suggerire a come avrebbe potuto essere il grande biopic che i Queen si meritano. I Queen tutti, perché così come la preminenza di Malek mette in ombra un cast di ottimi attori con le loro notevoli performance, il film fa sembrare il resto della band una comparsa, laddove invece il coinvolgimento era decisamente più attivo, quando non altrettanto geniale.
Con le mani legate dal bisogno di inserire anche l’omosessualità in una certa retorica redentiva simil religiosa (vedi alla voce figliol prodigo), il film è costretto a semplificare in maniera grottesca tutta una serie di figure per tentare di rendere sfaccettato il suo protagonista. Vedi ad esempio il malvagio gay che porta il sensibile protagonista sulla cattiva strada: sgravare Mercury da quasi ogni responsabilità sulla piega che la sua vita ha preso lo rende un personaggio molto infantile, immaturo, ma soprattutto fa torto all’altra figura omosessuale del film. Il che non è esattamente il massimo, per un film che si propone di essere propositivo sull’argomento.

Spesso poi si ha l’impressione che chi traccia il percorso della pellicola non colga frutti succosi che pendono da rami più che accessibili. Rimaniamo al malvagio gay che irretisce l’ancor biconfuso Freddie: quando butta lì quella frase sulla sua grigissima infanzia repressa intravediamo in un rapidissimo spiraglio tutto un mondo che avrebbe potuto renderlo ben più di un semplice cattivo da favoletta, salvando il film dalla tragica contrapposizione gay buono (in quanto sensibile)/gay cattivo (in quanto promiscuo).
Che dire poi del fatto che con un po’ di sforzo Mercury poteva essere presentato come un uomo del 2018, in forte anticipo sui tempi? La mania per i gatti, il bisogno di osare con la propria immagine, la voglia di mettersi al centro e apparire, la profonda solitudine, l’immaturità latente: Mercury appare involontariamente come antesignano di un’estetica Tumblr senza che il film sia in grado di evidenziare questo o qualsiasi altra lettura critica e a posteriori su di lui.

 

Bohemian Rhapsody, A Star is born e parecchie delle pellicole che rischiamo di trovarci protagoniste tra qualche settimana all’avvio della stagione dei premi richiamano alla memoria una certa superficialità forzatamente ottimista e un po’ moraleggiante: quella di taluni film biografici degli anni ’90, connessi ad alcune delle vittorie più imbarazzanti agli Oscar di quel decennio. Di fondo è un po’ l’equivalente del Live Aid: un progetto messo su con le migliori intenzioni, ma che risulta imbarazzante in retrospettiva per superficialità e supposta superiorità morale benevolente con cui viene affrontato. Cantiamo per i bambini affamati dell’Africa. Raccontiamo i Queen come gruppo di sostegno psicologico a Freddie Mercury, ragazzo sensibile dal genuino talento traviato da un malvagio gay promiscuo.


 

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