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Questi sono i dieci libri che più ho amato e che più mi sono rimasti nel cuore o nella mente nel 2018. Una top ten su un totale di una cinquantina di letture annuali costituisce una fetta non indifferente, quindi i veri must read sono da considerarsi i tre sul podio o poco più. Quest’anno edizione dell’austerity a livello visivo ma è già un grande traguardo essere qui in possa melodrammatica a lamentarmi del fatto stesso, quindi procediamo.

Nelle puntate precedenti…
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10 – FIDANZATI DELL’INVERNO & GLI SCOMPARSI DI CHIARDILUNA

L’ingresso nel mondo della letteratura young adult e una timida apertura al fantastico hanno portato bene ad Edizioni e/o. Se Reincarnation Blues non mi ha convinto e Come fermare il tempo l’ho cordialmente detestato, la prima saga dedicata al pubblico giovanile (ma ottima anche per i fan cresciutelli di Harry Potter & co.) della casa editrice mi ha francamente appassionato. Ne riparleremo a breve, ma nel 2018 ho avuto modo di leggere (anzi, divorare, tirando ore indecenti della notte) Fidanzati dell’inverno e anche il secondo volume Gli Scomparsi di Chiardiluna. Se imbastire un universo fantastico accattivante non è poi così difficile, al secondo volume della sua quadrilogia la giovane Christelle Dabos, l’autrice francese di L’Attraversaspecchi, conferma di avere quel tanto di talento necessario non solo ad imbastire una saga, ma anche ad espanderla e, chissà, magari a chiuderla senza troppi intoppi.
Qualche passaggio grossolano persiste anche nel secondo volume, ma quel che rimane invariata è la capacità di catturare il lettore e non mollarlo più: gli inglesi questi libri li chiamano page-turner, la sveglia ti segnala crudelmente che si fagocitano le tue ore di sonno. Delizioso il romanzo insomma, ma soprattutto oculatissimo il modus operandi di Edizioni e/o che, invece di adagiarsi mollemente sul mercato anglofono dove tutti vanno a pescare, ha saputo selezionare un titolo accessibile, facilmente accostabile a grandi classiconi per ragazzi ma con un carattere tutto suo. E francese. Il pubblico pare aver grandemente apprezzato; così a naso dovrebbe essere uno dei loro best seller del 2018. La mia speranza è che Dabos riesca concludere al meglio la saga, Warner Bros ci metta su gli occhi facendoci un adattamento molto danaroso e magari Edizioni e/o faccia quel passetto in più che la porti a pubblicare qualcosa di SFF e basta, e non ibridato e ingentilito da questo o quello.
[RECE][RECE 2]

9 – THE THREE ELECTROKNIGHTS

Per scrivere un bel romanzo bisogna essere bravi, ma per scrivere un bel racconto breve bisogna esserlo anche di più. Se poi stiamo parlando di SFF – dove tutti o quasi si fanno le ossa sulla forma breve, che ricopre molta più importanza che in tutti gli altri generi letterari – è molto probabile che un grande romanziere nasconda da qualche parte ottimi racconti brevi. Stanisław Lem è l’autore polacco di Solaris (unanimemente considerato un capolavoro), quindi non è poi una gran sorpresa che i suoi quattro racconti contenuti in questo agilissimo volumettino di Penguin siano portentosi. Ho l’abitudine di stellinare i racconti sull’indice nelle antologie con la mia matita da lettura, man mano che li leggo. Tendo ad essere molto tirchia: qui il più bruttino ha messo 3 stellette e mezzo su 5.
Siamo in pieno territorio “bellissimo sì ma non sono proprio certa di averlo capito” perché stiamo pur sempre parlando dell’autore di Solaris. In The Three Electroknights c’è una scrittura splendida e una mente palesentemente scientifica, chein maniera malinconica e nostalgica intesse nei suoi racconti Dio, la matematica e la fisica. C’è un vibe est Europeo che dona una certa freschezza; chiaramente non siamo nel solito circolo di stimati ed esimi autori anglofoni. Quello che però mi ha davvero conquistato è che tutti i racconti hanno la parvenza di antiche fiabe con bizzarri Re, mondi comandati ma dei capricciosi, avventure di cavalieri erranti, eppure si tratta di fantascienza. Infatti in originale l’antologia da cui sono stati pescati s’intitola Fables for Robots. Penguin nella collana Modern Classics ne ha raccolti un po’ sotto il titolo di Mortal Engines e devo metterci sopra le mani assolutamente.


8 – IL POTERE

Su questo non mi dilungherò parecchio perché lo farò senz’altro più avanti, però lasciatemi dire una cosa: quest’anno per motivi recensionistici ho letto parecchia letteratura italiana contemporanea. Qualcosa l’ho anche apprezza eh, nonostante come sapete io non sia propriamente una fan dello scenario attuale. Ebbene, se questo romanzo che non esiterò a definire visionario l’avesse pubblicato un Einaudi o un Minimum Fax, ne avreste sentito parlare ovunque, ovunque. Stiamo pur sempre parlando di un libro che ha profetizzato l’ascesa del Movimento 5 stelle (capendolo forse più dei suoi stessi membri) e che fa ridere, magari con quella risata volgare e grassa che ti permetti solo con chi sei in confidenza, ma ti diverti da morire, forse perché sei sull’orlo del baratro, a un passo dalla Morte. Non è semplicissimo parlarne, anche perché il punto è farlo potendo anticipare davvero pochissimo. Però è un gran bel romanzo, senza ombra di dubbio, senza nemmeno bisogno di aggiungerci dopo “di fantascienza”. Forse avrebbe bisogno di un qualche taglio, ma forse così sarebbe stato troppo di tutto, tutto insieme.

7 – Broken Angels

Forse voi non ci crederete, ma quest’anno ho letto meno fantascienza del solito. Però quasi tutti i titoli SFF letti me li sono scelta io, non erano novità editoriali su cui bisognava arrivare preparati, per cui non stupitevi troppo se alla fine dell’anno sono proprio questi romanzi i miei preferiti dell’annata. Il secondo volume della trilogia di Takeshi Kovacs lo lessi in un’epoca così remota che i contorni della stessa e della trama erano ormai ampiamente svaniti, quindi è stato un po’ come una prima volta. Come ho già avuto modo di dire in passato, nulla mi farà cambiare idea rispetto al fatto che Broken Angels in origine era un romanzo stand alone military SF (sì, tra noi fattoni parliamo così) precedente al successo di Takeshi Kovacs che poi Morgan ha riadattato per continuare la trilogia dopo Altered Carbon, un romanzo che doveva essere autoconclusivo. Però la seconda parte – dove e come va a parare – è proprio pazzesca, forse una delle cose più genuinamente fantascientifiche scritte dal nostro. Mi piange già il cuore al pensiero che, seppur con la benedizione dello stesso Richard, la seconda stagione della serie TV andrà per tutt’altra strada. Questa è la parte in cui mi vanto come una stronza dicendovi che lo so perché me l’ha detto Richard. Quest’altra invece è quella in cui vi assicuro che è davvero un uomo da sposare (e infatti lo è sposato) e fossero tutti i fan di fantascienza così, la mia vita sarebbe decisamente migliore.
[RECE][INTERVISTA]

6 – For Two Thousand Years

Questa posizione nasce da un equivoco e dal mio amore per le edizioni Penguin Modern Classics. A un certo punto non chiedetemi come mi imbatto in questo classico di recente riscoperto e tradotto della letteratura romena, una sorta (vagamente eh) di Diario di Anna Frank (perdonami Mihail Sebastian) scritto del 1934 in forma di resoconti discontinui da un giovane perseguitato negli anni bui dell’Europa novecentesca. Ora, io avevo capito perseguitato perché gay, invece salta fuori perseguitato perché ebreo. Insomma: staziona sulla mia mensola così tanto che Fazi Editore nel frattempo l’ha pure tradotto e pubblicato. Alla fine però ci sono arrivata e devo dire che è stupendo, davvero stupendo. For Two Thousand Years mescola alla perfezione l’energia tumultuosa della gioventù (all’inizio del diario Sebastian è un giovanissimo studente che fatica a frequentare l’università perché gli ebrei sono oggetto di ogni genere di persecuzione) a uno sguardo acutissimo e di un’onesta che rasenta la spietatezza, oltre ad avere una bellissima prosa. Per la cronaca: l’autore poi nei campi di concentramento ci finirà (e ne uscirà vivo), ma il diario s’interrompe prima. Ci sono dei bruschi salti temporali tra le tre parti di cui è costituito e, nonostante l’autore invecchi di poco meno di un decennio, fa in tempo a comprendere con sgomento e disillusione che il miglioramento della condizione della sua minoranza, faticosamente ottenuto, è solo una fase, e le persecuzioni torneranno. Sfortunatamente attualissimo, davvero bello. Nel caso abbia tempo in zona Giornata della Memoria, ve ne parlerò ancora.

5 – La ragazza del Convenience Store

Se quest’anno ho letto un sacco di romanzi targati Edizioni e /o, oltre al fatto che hanno inaugurato da poco due collane di mio grande interesse, è perché hanno una gestione del loro rapporto con stampa e pubblico ineccepibile. Facciamocele due domande, editori poco rappresentati in questa classifica. Dato il mio amore per la letteratura giapponese e il mio continuo lagnarmi della mancanza di autori rilevanti adesso in Giappone pubblicati nel Bel Paese, non vi stupirà sapere che della nuova collana dedicata al Sol Levante ho letto (e vi ho recensito) tutto. Sul migliore ero molto indecisa tra questo e il notevole (ma forse un po’ ostico) Nipponia Nippon, ma alla fine ho optato per Sayaka Murata, anche solo per la sua capacità di vivere in pace con sé stessa, in aperto contrasto con ciò che in Giappone è considerato normale per una donna.
L’aspetto buffo è che mi è capitato spessissimo di sentirlo raccontare come un libro sul disagio, il disordine psicologico, incapacità di rapportarsi al quotidiano. A me invece La ragazza del Convenience Store è parso esprimere tutto il disagio e il disordine psicologico del lato “normale” della società, prendendo un personaggio paradossale e al limite e mostrandoci pian piano quanto la sua felicità personale, la sua realizzazione personale, messa a rischio da quanti si trovano in difficoltà a inserirla nella loro visione ordinata del mondo. L’autrice ha un po’ quel vibe da mangaka stracult tipo Moyoko Anno o Aki Shimazaki. Sono impaziente di leggere altro e confermare o smentire questa mia impressione.
[RECE]

4 – Dandelions

Nel 2018 sono molto orgogliosa di aver letto una marea di letteratura giapponese, soprattutto contemporanea. Però. Però è bastato uno scritto (poco più di una bozza, una prima stesura con persino delle incoerenze interne) di Kawabata Yasunari, di recente tradotto per la prima volta in inglese da una casa editrice misconosciuta, per spazzare via tutti gli altri. Scrittori contemporanei di bella statura divenuti formiche di fronte a un gigante della letteratura novecentesca. Ovviamente Dandelions non sfiora nemmeno il livello di capolavori come Il paese delle nevi (uno dei miei romanzi preferiti di sempre, prendete pure nota), ma è impressionante come un Kawabata anziano, prostrato dalla morte orrenda dell’amico Mishima e gravemente malato sapesse scrivere, di getto e in prima battuta, pagine di questa bellezza.

3 – Luna Nuova

Questo è l’altro momento in cui faccio la stronza e vi rammento che anche qui ho messo l’autore all’angolo e anche Ian McDonald a Stranimondi ha confermato i miei sospetti: se i suoi colleghi possono sistemarsi per sempre facendo fortuna con un adattamento televisivo, perché non dovrebbe farlo anche lui? Quindi eccolo che tira fuori dal cappello Luna Nuova, primo capitolo di una trilogia che vuole essere una sorta di Dallas sulla Luna, anche se il suo editore l’ha prontamente trasformato nei ben più glamour Il Padrino / Game of Thrones sul nostro satellite. I tre paragoni sono tutti ugualmente azzeccati.
La misura della sua bravura è data dal fatto che in effetti il primo volume della Trilogia della Luna è già nelle fasi preliminari di produzione. Non è certo il libro più letterario di McDonald, ma la vostra diabolica qui presente ci ha fatto appassionare e dannare un sacco di lettori per bene, convincendoli a provarlo. Lettori che continuano a chiedermi: e il secondo, quando uscirà? (così a occhio, agosto 2019). Uscendo poi nel pieno d’agosto è stato un vincere facile. Luna Nuova è una corsa alla colonizzazione della Luna da parte di 5 famiglie rivali appassionante quanto il miglior thrillerone da spiaggia, eppure con basi scientifiche solidissime (la missione cinese di questi giorni alla ricerca di materie prime sul lato oscuro del nostro satellite potrebbe essere l’incipit dell’antefatto di questo romanzo) colpi di scena e tradimenti degni della miglior serie TV e – particolare tutto sommato sorprendente – dettagli di stile e scene di sesso davvero ragguardevoli. È scritto in maniera mercenaria per farti spasimare per i protagonisti e le loro sorti, ma da uno scrittore così bravo a gestirsi una pletora di personaggi memorabili, volitivi e splendidamente caratterizzati che si muovono in un ambiente pericoloso e mozzafiato, che si rimane comunque rapiti. Se la scrittura commerciale da portarsi sotto l’ombrellone fosse tutta di questo livello, le nostre estati non avrebbero nulla da invidiare al resto dell’anno da lettori. Se l’avete già letto, ci tenevo a dirvi che sono spudoratamente #TeamLucas.
[INTERVISTA]

2 – CHIAMAMI COL TUO NOME

Qui è davvero difficile tracciare un solco tra romanzo, film e il mio anno vissuto guadagninamente. Come direbbe qualcuno è un libro esperienziale, che ricordo con affetto anche per tutta una serie di incontri e discussioni che ne sono scaturite. Tuttavia se quando l’ho concluso non avevo preso minimamente in considerazione di metterlo in classifica (e al secondo posto), devo dire che a conti fatti, in un anno ricchissimo di letture queer e LGBTQA+, questo è stato di gran lunga il libro letterariamente più impressionante e umanamente più toccante. Anche André Aciman ho avuto la fortuna di poterlo incontrare e ascoltare ed è una sorta di testimonianza da un’altra epoca: un uomo e un romanziere profondamente istruito, poliglotta, connesso al mondo del classicismo (artistico, letterario, persino morale e sentimentale) in maniera quasi inedita per questi anni.
Mi ha dunque stupito trovarmi di fronte a un testo ben più complesso, stratificato e, inutile negarlo, personale di quello che mi era stato paventato come un romanzo emozione e poco più da alcuni lettori. La precisione con cui l’autore riesce a tracciare qualcosa d’ineffabile come l’attrazione e la dimensione corporea segnalano una raffinatezza letteraria e una sensibilità umana a cui certe presentazioni davvero fanno torto.
Se ho trovato la parte romana francamente un po’ esasperante, la chiusa (ovvero la parte glissata dal film) mi ha del tutto conquistata, convincendomi che fosse “giusto” che si andasse a parare in quella direzione. Chiamami col tuo nome è sul secondo gradino del podio anche perché per arrivar qua si è battuto e ha vinto contro i romanzi per molti versi contigui letti nel 2018. Titoli come Non mentirmi di Philippe Besson, sotto molti aspetti la sua versione francese (se vi è piaciuto Aciman, dateci un’occhiata). Più ruvidi e vividi, ma letterariamente meno incisivi sono stati invece due titoli entrambi riusciti proprio sul versante queer come Nights in the Garden of Spain di Witi Ihimaera e Beijing Comrades di Bei Tong.
Il frutto letterario migliore dell’intera faccenda e davvero uno dei testi più impressionanti letti nell’annata è però questo long form (davvero long) apparso su Granta a firma André Aciman, in cui l’autore racconta il suo rapporto viscerale e decennale con la Città Eterna. Non solo è stupendo, ma chiarisce in maniera lampante quanto (tantissimo) ci sia di autobiografico nel suo best seller, anche lui negandolo e spergiurandolo da anni. La malinconia di trovarsi di fronte a luoghi che si conosce da una vita, sempre uguali eppure irrimediabilmente diversi, perché a cambiare siano noi che li guardiamo, così come catturata dalla penna di Aciman in questo pezzo fa davvero salire le lacrime agli occhi.
[CONVERSAZIONE TRA ACIMAN E GUADAGNINO]

1 – THE BONE MOTHER

Se a mettere insieme i 10 titoli e ad attribuire le posizioni quest’anno ho avuto qualche titubanza, non avevo il minimo dubbio su chi schiaffare al numero uno. The Bone Mother è stato l’unico volume dell’annata da 5 stellette, senza se e senza ma, il migliore letto da parecchio tempo a questa parte. Difficile indicare esattamente dove si collochi tra assoluto gioiello e capolavoro il sinistro, inafferrabile esordio horror di David Demchuk.
Perché non ne avete ancora sentito parlare? Perché come A Stranger in Olondria, è un esordio pubblicato da una casa editrice microscopica. Da qualche parte però mi giunta voce di un’antologia horror incredibile e mi sento di sottoscrivere appieno l’affermazione.
Già i racconti presi singolarmente ti sgusciano tra le mani per poi assalire te e la tua morale alle spalle. Quando poi cominci a notare l’ombra di una presenza che striscia storia dopo storia, riunendo tutti i personaggi in un affresco da incubo, Demchuk mette a segno un colpo che sarà davvero difficile scordarsi negli anni a venire. Per chi non ha paura della lingua inglese, dovrebbe davvero darci un’occhiata.
[RECE]