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Un conto è impostare e avviare una saga fantasy, tutto un altro paio di maniche è dominarne l’evoluzione con un alto grado di controllo, espandendo l’universo geografico e narrativo della storia, senza venir meno al brio iniziale o cadere in contraddizione. La bella notizia è che Christelle Dabos, il recente fenomeno delle letteratura fantasy francese che ha raccolto un bel po’ di successo anche in Italia con Fidanzati dell’inverno, ha più dell’estro richiesto per un buon esordio. Ha il grado di talento necessario per confermare e rilanciare la sua saga con il secondo tomo della quadrilogia in corso di pubblicazione in Francia.
Grazie a un uso sapiente (ancorché talvolta molto impostato) di solidi impianti ed espedienti narrativi, Gli scomparsi di Chiardiluna è di qualche spanna superiore al suo predecessore e riesce anche a corregerne qualche pecca, anche se rimane molto da fare.
Il saltello tra avvio intrigante e consolidamento narrativo non è semplice e Dabos conferma di avere un talento non scontato, ancorché ancora da raffinare. Il secondo libro (nella carriera e in una saga) rimane una bestia nera per tanti scrittori, investiti da un mix di aspettative, necessità di crescita professionale e il lasciarsi alle spalle tutti gli indubbi vantaggi della scrittura personale, occasionale e amatoriale.

Ad una prima lettura, la mia (ottima) prima impressione è stata che Dabos nella pausa minima occorsa tra primo e secondo tomo abbia fatto i compiti o sia stata affiancata da un competente editor. Gli scomparsi di Chiardiluna fila via come un treno a un ritmo serratissimo, libero dalle incombenze introduttive del precedessore ma anche da qualche macchinosità pur minima del passato. Nonostante alla protagonista Ofelia e al romanzo sia richiesto il salto di qualità, il calcare la scena apertamente senza più nascondersi dietro le quinte, nell’evoluzione della storia convivono momenti di grande suspense e passaggi in cui la protagonista in continuo pericolo e difficoltà può prendere fiato (e con lei il lettore).

Il marchio di fabbrica della Dabos rimane quindi la capacità di tenere incollati alle pagine sino alla fine, senza però avere quello sgradevole effetto “al rilancio” o peggio, percependo che le pagine finite a sinistra del volume siano anche già dimenticate, lasciando una traccia minima dietro di sé a lettura completata. Il merito è dell’innesto molto sapiente di una sottotrama da detective story all’interno dell’impianto già assodato, che altrimenti rischierebbe di ripetersi. Da una parte abbiamo quindi Ofelia alle prese con le crescenti attenzioni di Faruk, la voglia di mettersi alla prova con la lettura del fantomatico Libro, i segnali contrastanti lanciati dal sempre altissimo/biondissimo/tormentatissimo Thorn e il matrimonio politico tra i due due. Dall’altra però l’inquietante serie di sparizioni di eminenti figure dalla ambasciata teoricamente inespugnabile di Chiardiluna permettono al libro di avere quell’ossatura da standalone che evitare l’impressione del romanzo ponte tra punto di partenza e di arrivo. Il mistero in sé è anche ben congegnato e gestito quasi sempre senza intoppi, anche se finisce per rivelare due grossi limiti della giovane scrittrice.

Il primo riguarda l’architettura fantastica di questo mondo disgregato in varie zolle, dette arche. Nel tentativo di sottrarsi alle attenzioni di Faruk e di scoprire l’identità del rapitore, Ofelia intraprende un viaggio sia nei meandri di Città-cielo, sia attraverso alcune importanti località dell’arca del Polo Nord. Qui scopriamo che non solo il mondo si sta lentamente disgregando, ma che appena si mette il piede fuori dai confini disegnati nel primo romanzo, le proporzioni si fanno incoerenti, con Cittàcielo che a più riprese sembra mostruosamente grande oppure minuscola, rispetto a quanti livelli contiene e come fluttua sopra la sua arca.
Per quanto poi Dabos sia accorta, non bisogna essere dei gran conoscitori di gialli per capire chi sia il colpevole. Poco male, perché questo arco narrativo è la giusta distrazione per il vero colpo di scena, anzi, quasi un colpo da maestro che porta la storia su tutto un altro livello. Anche con qualche perplessità: un po’ perché dietro un nome altisonante “la rivelazione” nasconde un trope molto abusato, un po’ perché appunto, Dabos sarà costretta a rilanciare anche nel terzo romanzo, gestendo un villain molto complesso ancorché davvero accattivante.

Se però è riuscita a portare a casa un personaggio contradditorio e enigmatico come Faruk, di cui qui finalmente capiamo un po’ la psicologia e i trascorsi, c’è di che ben sperare. Certo qui si sente la lettrice che si sta tramutando in scrittrice: un po’ perché nelle debolezze appena citate si sente una grande appassionata di Harry Potter più che una grande conoscitrice del fantastico, un po’ perché per il bene della schiena di Thorn, si auspica che non passi anche il terzo romanzo tutto il tempo chinato sull’amata Ofelia per ovviare alla sua biondissima, tormentatissima, magrissima altezza. Posto che Thorn mi ispira una tenerezza infinita e non mi appassionavo così a una coppia etero e ingenua da tempo immemore, è un personaggio con grandi potenzialità, se solo l’autrice si disinnamorasse un po’ di lui e cominciasse a utilizzarlo davvero. Un altro piccolo appunto che si può fare a Dabos è che i suoi riferimenti sono sin troppo evidenti: Harry Potter su tutti, ma con una spruzzata di Alice e qualche influenza persino da Orgoglio e Pregiudizio, con la differenza che la madre di Ofelia non solo appare odiosa, ma è così priva di raziocinio da apparire poco plausibile quando apostrofa chicchessia perché lei ha delle opinioni. L’ho trovata odiosa.

Infine una nota personale: quello che mi stupisce e forse un po’ mi preoccupa di Gli scomparsi di Chiardiluna è quanto sia castigato. Che io sia una depravata è assodato, ma la scrittura della Dabos (che si avvantaggia proprio di una certa freschezza rispetto alla forma mentis anglofona e americana che ci aspettiamo di default dai romanzi fantastici young adult) qui sconfina nel puritano. Posto che è una lettura per giovani scritta da un’autrice under 30 (e per giunta francese, che fuor di stereotipo in genere significa un buon 20% in più di passionalità) questo libro è completamente privo di erotismo, nonostante ci siano languide favorite letteralmente accasciate sul corpo del loro sovrano e ricoperte solo di diamanti, nonostante i due protagonisti siano disperatamente innamorati l’uno dell’altro e pian piano consapevoli di ciò. Capisco la timidezza, capisco la situazione non semplice, ma c’è un’aura quasi puritana in cui un bacio a stampo viene sospirato con un’attesa manzoniana e quasi penitente. Ormoni giovanili: non pervenuti. Data la svolta finale del romanzo, son ben curiosa di vedere si ci sarà qualche evoluzione (o deriva) di vago sapor religioso nei prossimi titoli.


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