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Il primo re è tutto quello che siamo abituati a rimproverare al cinema italiano di non essere. Quello di Matteo Rovere è un progetto già impressionante sulla carta, con una sfilza incredibile di numeri e dati che ne manifesta l’ambizione sconfinata nell’orizzonte ristretto del nostro panorama cinematografico.
Nove milioni di euro raccolti per produrre il film, cinque mesi di preparazione fisica e linguistica per gli attori e di ricerca e allestimento dei set per le maestranze in giro per il Lazio, una schiera di linguisti, semiologi, archeologi e studiosi della Sapienza di Roma impegnati a garantire il massimo rigore storico a questo kolossal mitologico sulla fondazione di Roma.
Della grandiosità dei risvolti d’azione e realizzazione di Il primo re ho già parlato ampiamente altrove, perciò stavolta voglio concentrarmi su un passaggio che ogni film, grande e piccolo che sia, deve affrontare: la scrittura di un copione.

Seguono riflessioni non propriamente SPOILER, ma ecco, magari vale la pena di andare a vedere il film prima + i miei soliti 5 minuti di sclero (ma pieni di fun facts, statistiche e info varie) che mi prendono in questa stagione. Niente cineriassuntone a questo giro, che le uscite importanti sono solo due e le copriamo tra oggi e domani.
Il primo re potrebbe limitarsi ad essere un ottimo film di un genere poco praticato in Italia e già così risultare coraggioso e accattivante. Il suo scopo potrebbe essere semplicemente quello di essere un prodotto così ben realizzato all’interno di un filone capace di contenere tutta una serie di film, da The Eagle a Valhalla Rising passando per Apocalypto, da farne pienamente parte, magari anche in un’ottica di ampia distribuzione internazionale. Sarebbe già un’impresa non da poco, anche per un regista come Rovere che negli ultimi anni si sta servendo di tipologie di film poco convenzionali sul mercato italiano così tragicalmente bipolare (da una parte tutti i film compiutamente autoriali e seri, dall’altra tutte le commedie ridanciane che guai, morte e morire, possano infilare dentro una riflessione di qualche tipo oltre la semplice risata) per espanderne i confini e spiccare per netto contrasto su tutto il resto.

Rovere però non si accontenta proprio per nulla, anzi, utilizza un genere considerato poco nobile per imbastire un discorso così complesso e meditato, così “alto” da avere tutto un retrogusto shakespeariano. Quindi sì, in Il primo re ci sono trucissimi combattimenti corpo a corpo e Alessandro Borghi coperto di fango e sporco che lotta per la sopravvivenza sua e del fratello, però al contempo c’è tutta una bellissima riflessione – perfettamente sospesa tra il classico senza tempo della mitologia e un sapore più contemporaneo – sul ruolo della religiosità nell’interpretazione della nostra vita. Il primo re fornisce di fatto un contesto particolarmente estremo nel suo essere primitivo e primordiale, per tornare sull’annosa domanda di sempre: l’uomo è in pieno controllo della sua esistenza e perciò solo o la sua vita è riempita da una presenza divina al cui capriccio però non può ribellarsi, finendo per essere prigioniero della predestinazione?

Il primo re affronta questo quesito esistenziale all’interno di una cornice millenaria, altrettanto rodata: quella dell’oracolo e della conseguente hybris umana del tentativo di sfuggire allo stesso, di cambiare il proprio destino. Il ribaltamento che mette in moto il film e che fornisce ad Alessandro Borghi un grandissimo ruolo in cui brillare (figlio in buona sostanza di un’ottima scrittura) è che al centro di tutto non c’è il predestinato, il primo re di Roma, Romolo; Borghi infatti interpreta Remo. È come mettere al centro del racconto Abele, esaltandone le qualità e spogliando Caino dell’aura di malvagità ma soprattutto, dell’iniziativa.

Romolo qui è una figura opaca, un morto vivente che rimane nella terra dei vivi quasi in maniera artificiosa, solo grazie alla granitica volontà del fratello. Remo invece è un leader nato, una figura carismatica, in cui brilla una forza vitale (e letale) tale da farlo apparire quasi sovrumano, emanazione del divino stesso. Il che rafforza ancora di più la sensazione dissonante che rende la pellicola così affascinante. Il primo re di un gruppetto di disperati che finirà per fondare Roma di fatto è lui (il film fa leva consapevolmente sull’ambiguità del suo titolo), eppure è proprio il suo legame con il fratello a metterlo contro il Dio, a trasformarlo nel giro di una notte in un terribile despota tiranno, a far rialzare improvvisamente le quotazioni di Romolo. Eppure Romolo dall’inizio alla fine rimane sempre lo stesso: un personaggio castrato nella sua potenzialità dalla superstizione, da bisogno fisico attanagliante di sentirsi in contatto con la Triplice Dea. Al contrario Remo da scettico nel corso di un pugno di giorni fa un balzo in avanti di qualche migliaio di anni, solleva il velo dipinto, vede come la divinità tarpi le ali alle persone, ne condizioni in maniera illogica e innaturale le scelte.

Eppure Il primo re racconta nelle sue pagine di copione con così grande precisione un mondo così primitivo e selvaggio che diventa difficilissimo non sentirsi circondati dalla divinità, quantomeno come emanazione di una natura incomprensibile, incontrollabile a ogni livello, mortifera. Così Borghi si ritrova per le mani il classico eroe positivo che affronta una svolta decisamente shakespeariana, toccando punte allucinogene di follia. L’esultanza per aver cancellato la presenza del Dio si trasforma nell’angoscia di percepirne finalmente la presenza, solo dopo atti così sacrileghi da preludere a un terribile castigo.

Al suo fianco c’è un personaggio quasi altrettanto interessante: quello di chi l’oracolo lo dà, la vestale che custodisce il fuoco del Dio, che maledice i nemici, finita nel gruppo proprio per volere di Romolo. Interpretata con grande pathos da Tania Garibba, la donna è l’unica figura devota a incarnare un’adesione adulta e meditata al culto. La vestale è in grado di leggere nelle viscere degli animali ma anche di capire profondamente il volere del Dio, la futilità dell’opposizione di Remo, la tragica ironia dell’agnello che si prodiga a salvare il suo aguzzino. Eppure oltre l’atto sacrilego di Remo riesce a leggere una giusta causa, il raziocinio dietro la follia violenta del predestinato sì, ma alla morte, fino a tentare di un’impossibile operazione di ribaltamento.

L’unico ad essere immune da questa complessità spirituale contemporanea è proprio Romolo, fornendo una riflessione esemplare sul rapporto tra storia e mito, realtà e narrazione. La figura devota e positiva della mitologia fondativa romana (costruita dagli scrittori di epoca imperiale secoli dopo la fondazione della città) è la presenza più superstiziosa e opaca di tutte, incapace di farsi bastare l’amore del fratello, che è comunque molto di più di quanto hanno avuto tutti gli altri protagonisti per salvarsi dal baratro della Natura crudele e del Dio indifferente. La sua vittoria è frutto di una brace non sopita, di un colpo di fortuna, dell’incapacità di anteporre l’amore per il fratello alla rassicurante sensazione di aver soddisfatto qualcosa di invisibile e crudele.

Con la sua ascesa al potere, il suo trasformarsi nel primo re del mito, cancellando la memoria del fratello, Romolo annulla anche quel pericolo di nostalgia da Ventennio della Roma imperiale, gloriosa, mitologica, virile, vincente. Come sottolinea lo stesso Romolo, la città è fondata sul dolore di una famiglia, sul sangue di un fratello, su una vittoria che ha pochissimo di meritocratico, epico o glorioso. Il primo re riesce così nell’ardua impresa di indurre il pubblico italiano a riflettere sull’epica del proprio paese, dopo migliaia di ore di intrattenimento pro capite devolute alla costruzione e incensazione del mito a Stelle e strisce. La sensazione è straniante, ma per fortuna qui ad essere celebrata è la complessità dolorosa della realtà e non lo smalto superficiale del mito.

Insomma, se c’è un film che merita il sostegno del pubblico è proprio Il primo re, che apre il 2019 cinematografico italiano spingendo sui confini (spesso autoimposti) del cinema autoctono. Nove milioni di euro è un numero importante sì, ma per rendervi conto dell’ambizione mostruosa di questo progetto contestualizziamolo un po’. Per rientrare dell’investimento iniziale (ignorando diciamo il milioncino e rotti che stimo così un po’ a spanne per la promozione), Il primo re dovrebbe fare lo stesso incasso di A casa tutti bene (9,1 milioni), *l’unico* lungometraggio made in Italy che l’anno scorso è riuscito a sfondare quota 9 milioni, comunque rimasto fuori dalla top ten degli incassi. Nella top 20 italiana ci sono solo altri 3 film autoctoni: Benedetta Follia (8,4 milioni), Come un gatto in tangenziale (7,6 milioni) e Amici come prima (6,89 milioni). Questo non vuol dire che sia stato un anno disastroso in toto per il cinema italiano, anzi: vi rimando a questa analisi approfondita di Bernocchi, uno dei pochi a parlare dati ed esperienza alla mano. Se qualcuno mi linka di nuovo quel pezzo del Post scritto copincollando i soli dati di Box Office Mojo senza una vaga idea del contesto italiano, non rispondo di me, sappiatelo.

Per sfondare la soglia psicologica dei 10 milioni Il primo re dovrebbe avere una performance simile a corazzate estive come Jurassic Park e Jumanji. Stiamo parlando di un film con Alessandro Borghi coperto di lercio e gente che parla in latino antico. Penso ora possiate ammirare il coraggio di Rovere e capire perché ogni fottutissimo biglietto conta, in un botteghino italiano in cui 10 milioni è già un risultato da top ten. Ma ehi, era doppiato, è uscito il torrent l’altro ieri pomeriggio, non posso aspettare due settimane per vedere Beautiful Boy perché devo vedere Timmy subito subito e poi è candidato agli Oscar, c’avevo judo. Nota bene: la stragrande maggioranza dei film nominati quest’anno era già passata dalle sale italiane prima dell’annuncio delle candidature. Sì, io vi leggo, vedo i vostri log su Letterboxd e spero che prima o poi qualcuno trovi il sistema di calcolare quanto perde un film dell’Oscar season per colpa di queste scuse, ancor prima della pirateria. Anche uno di quelli che poi al botteghino va bene, s’intende. Sono settimane che mi trattengo, non ce l’ho fatta, sono straripata come il Tevere. Voi fate i bravi, andate a veder Borghi che urla “pugnateeeeee!” e ci regala un bellissimo, italianissimo…

Fottuto cervo metaforico – e qui comprendete l’assoluta qualità internazionale di questo film, che piazza la scena col cervo più fottutamente metaforico da molti mesi a questa parte, quello che uccidi con le tue mani (per un secondo ho pensato che Borghi volesse cavalcarlo e mi sarebbe andato benissimo) e ne divori il cuore. Sì, così metaforico. Brividi!

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