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Eccoci al sesto, ritardatarissimo appuntamento con il cineriassuntone settimanale, in cui vi racconto in breve i film in uscita il 7 febbraio 2019, vi consiglio cosa andare a vedere e cosa evitare come la peste e vi rimando ad opinioni della sottoscritta più dettagliate nel caso vogliate indagare ulteriormente. Mi perdonerete, ma ero la settimana di Sanremo non fa prigionieri. 


IL CORRIERE – THE MULE di Clint Eastwood
Superati abbondantemente gli 80 anni, il botanico Earl Stone rimane senza casa e senza un soldo: il lavoro di coltivatore di fiori pregiati da competizione gli si rivolta contro e la famiglia, trascurata per anni per poter primeggiare nel settore florovivaistico, non ne vuole più sapere di lui. Avvicinato da un latino mentre abbandona la casa della figlia, a Earl viene proposto un lavoro per rimettersi in piedi: l’unico requisito è quello di guidare un fuoristrada dal punto a al punto b. Earl capirà ben presto di essere diventato un corriere della droga per un cartello sudamericano. Il suo essere uomo, bianco e anziano gli fornisce un vantaggio enorme: nessun agente della stradale sospetterebbe di lui, figuriamoci controllare il suo bagagliaio. Il successo crescente lo porta però ad essere affiancato da uno scomodo controllore, mentre una squadra speciale del FBI viene a sapere che c’è un nuovo, imprendibile “mulo” al soldo del cartello.
La trappola perfetta orchestrata con grande sagacia dal caro, vecchio Clint. Di fatto la storia vera dell’arzillo corriere del cartello gli consente di girare quello che è quasi un film autobiografico, in cui Eastwood sembra riflettere sulla sua stessa fallacia di padre totalmente dedito alla carriera e dimentico della famiglia. Il film in sé sa essere sorprendente ed è una visione gradevole, ma ne ho ricavato la netta impressione che nell’equazione finale da spettatore di fatto ricopri il ruolo dello sceriffo pacioso che si fa intenerire dall’anziano inoffensivo, salvo poi venirne fregato. Con la scusa dei suoi 90 anni e con lo schermo di un’apparente autocritica, Eastwood torna di fatto a fare, dire e girare sostanzialmente ciò che gli pare, sfidando quel “politically correct” che poi in realtà sarebbe il sentire comune contemporaneo, senza nessun valido argomento di disobbedienza e protesta se non “faccio come mi pare”, perché sì. Vedi per esempio tutta la famiglia di Earl, che più che veri e propri personaggi sono figurine a cui il regista dà sbrigativamente ragione per poi tornare a parlare di sé stesso, ovvero del protagonista. Poi ci mette le scopate a tre e altri tocchi che lo rendono accattivante, una sorta di incorreggibile e ruvido anziano americano. L’impressione più forte è che sotto la lieve autocritica, ci sia ben più di qualche ombra e pochissimo autentico pentimento.
[RECE]

TRAMONTO di László Nemes
1913. La 20enne Irisz Leiter torna a Budapest dopo aver studiato l’arte della cappelleria a Trieste. Si presenta per un colloquio in un noto negozio che porta il suo cognome, rilevato da un industriale alla tragica morte dei suoi genitori: il nuovo padrone alterna una certa premura verso la ragazza con tentativi più o meno espliciti di allontanarla. Quanto Irisz scopre per caso di avere un fratello (e per giunta implicato in un omicidio e in varie azioni violente messe in atto da un gruppo anarchico) decide di rimanere in città e scoprire la verità sulle passate fortune della sua famiglia.
Lo ammetto: dei 242 minuti di durata del secondo film di Nemes a Venezia ne devo aver dormiti almeno un centinaio. A mia discolpa mi trovato sull’estrema destra della prima fila, ero stanca e faticavo a leggere il sottotitolo, indispensabile dato che non mastico l’ungherese. Mi era rimasta una sensazione di confusione e di acuto se capisce e non se capisce, che mi hanno confermato in molti tra quelli che sono rimasti svegli. Dopo una seconda, quasi altrettanto travagliata visione*, mi trovo a smentirli nettamente: Tramonto è un gran bel film, che quando lascia dietro di sé un non detto, lo fa per voluta ambiguità, per rafforzare la sensazione di angosciante incapacità di trovare una risposta univoca e giusta alle domande più pressanti. Non a caso Irisz passerà buona parte del secondo tempo a confrontarsi con un fratello che non si capisce se sia vivo o sia morto, di cui tutti parlano e il cui nome ispira atti violenti, senza che si abbia prova certa che sia veramente lui l’ideatore. Come affresco delle ombre lunghe della Guerra mondiale che si allungano sull’impero austroungarico è sublime; la ricostruzione storica è impressionante, dai costumi agli ambienti, considerando che non siamo di certo di fronte a una budget da studios. La bravissima Jakab Juli è un volto che da solo fa il film, inquieto e volitivo, incorniciato dallo stile incalzante di Nemes ma anche da una fotografia che alterna luci dorate e ombre sinistre. Tecnicamente è impressionante: tornano tutti gli stilemi del primo film di Nemes, ma ricombinati per adattarsi al carattere di un film e di una protagonista molto differenti. Mi viene da accomunarlo a Suspiria; due film Venezia che parlano del passato per catturare l’inquietudine del presente, con un comparto tecnico pregevole ma che si fanno prendere la mano nella smania di dire tante, troppe cose. Comunque un gran bel film, capace di far vivere l’atmosfera dorata di quel luogo e quell’epoca: mi ha ricordato per certi versi La cripta dei cappuccini di Joseph Roth, quindi a mio modo di vedere Nemes ci ha azzeccato alla grande.
[RECE]

IL PROFESSORE CAMBIA SCUOLA di Olivier Ayache-Vidal
Professore di lettere in un prestigioso liceo parigino, single e castrato dal successo letterario del padre, François Foucault tratta con sprezzante sarcasmo gli allievi della Parigi bene. Durante un evento letterario per far colpo su un’impiegata ministeriale vaneggia di scuole di periferia e della competenza di insegnanti di lunga data; l’uscita gli si ritorce contro quando il ministro in persona, informato dell’accaduto, lo spedisce per un esperimento formativo a insegnare in una scuola di periferia, multietnica e chiassosa. François vede naufragare ogni precedente sistema di mantenere l’ordine e l’attenzione in classe, sai con le buone sia con le cattive. La sua naturale predisposizione all’insegnamento avrà però la meglio sui suoi pregiudizi, permettendogli di trovare un modo per comunicare con i suoi giovani, scalmanati studenti. 
Non posso che guardare con ammirazione a un cinema che è fonte inesauribile di curiosità, attenzione e riflessione sulla gioventù e il suo sentire, attraverso una sequenza infinita di film a tema scolastico. L’esempio fulgido e insuperabile è La Classe (meritatissima Palma d’Oro a Cantet), di cui Olivier Ayache-Vidal dimostra di aver interiorizzato la lezione. Un film così non ci vorrebbe niente a farlo anche da noi, eppure non riesco nemmeno a immaginarmi una pellicola capace di essere così sarcastica e scorretta, eppure sorretta da un interesse genuino verso i giovani e la loro educazione, senza paternalismi.
Tant’è che poi Il professore cambia scuola è un racconto di formazione sì, ma del suo protagonista, che compie una parabola di tutto rispetto lavorando non solo sui suoi pregiudizi, ma anche sull’accettazione dei suoi limiti. Il vero asso nella manica del film è uno strepitoso (strepitoso!) Denis Podalydès, assolutamente irresistibile nella spocchia intellettualoide che nasconde la pavidità del suo personaggio. Contando che è lo stesso regista a rivelare come molte delle scene fulminanti del film (cfr: la scena in cui François getta per terra i libri per attirare l’attenzione degli studenti) sono frutto di improvvisazioni del protagonista, si capisce che ogni lode è meritata. Io ho avuto la fortuna di vederlo in lingua originale e rivedendo delle clip in italiano mi è parso che perda un po’ di verve.
[RECE]

LE NOSTRE BATTAGLIE di Guillaume Senez
Olivier è una presenza sfuggente per la moglie e i figli: lavora tutto il giorno in un’azienda di stoccaggio e spedizioni che ricorda Amazon e quando finisce il turno si batte come sindacalista per i colleghi. Proprio quando uno di loro tenta di togliersi la vita a causa del licenziamento improvviso (vicenda in cui il ruolo di Olivier è tutt’altro che limpido), un’inaspettata crisi famigliare piomba sull’uomo. La moglie se ne va improvvisamente di casa, senza una parola o una lettera, lasciandogli i due figli piccoli a cui badare. Sconvolto dall’abbandono e incapace di far fronte a lavoro e famiglia, Olivier si troverà a rivedere profondamente le proprie priorità e il proprio ruolo negli equilibri familiari.
Sono andata in proiezione stampa spinta dall’amore per Romain Duris, che di fatto è il perno umano ed emotivo attorno a cui ruota questo film. Roba che vorresti abbracciarlo anche quando vorresti contemporaneamente prenderlo a sberle ogni qual volta (quasi sempre) tra le due possibili vie d’azione sceglie sempre la più sbagliata o meschina verso le tante donne della sua vita.
Potrei ripetere paro paro il discorso fatto sopra. Lo stesso film girato in Italia l’avrei visto forse solo a fronte di recensioni stellari, perché avrebbe promesso una pesantezza senza pari e magari anche un discorso non troppo edificante sulla moglie che prende e se ne va. Le nostre battaglie mescola con acume temi attuali e drammatici come la crescente precarietà mercenaria del lavoro e quella affettiva in famiglie dagli equilibri complessi, aggiungendo il carico da novanta dello spettro spesso evocato, mai chiarito ma comunque ingombrante del padre di Olivier. Da quel poco che percepiamo, una figura che lui ritiene esemplare, ma che si rivela abusiva, egoista e tirannica, come marito e come padre. Eppure è innanzitutto un film che scalda il cuore, tenero anche quando drammatico, capace di essere sentimentale e di non scegliere mai la via più semplice, lasciando molte ombre sul protagonista e facendogli prendere una decisione tutt’altro che scontata sul finale. Senza essere eccezionale è l’ennesimo film con qualcosa da dire che il cinema francese porta a casa come se niente fosse, in cui persino i due piccoli attori protagonisti sono carini e professionali ben oltre la media. E scusate se poi ai cugini d’Oltralpe gli si dà un occhio di riguardo.
[RECE]

*Tramonto era il famoso film di cui parlavo inviperita nelle stories su Instagram, quello dalla cui proiezione stampa ero tornata senza successo perché non riuscivano a far partire la pellicola. Succede anche questo.

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