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Eccoci al settimo, romanticissimo appuntamento con il cineriassuntone settimanale, in cui vi racconto in breve i film in uscita il 14 febbraio 2019, vi consiglio cosa andare a vedere e cosa evitare come la peste e vi rimando ad opinioni della sottoscritta più dettagliate nel caso vogliate indagare ulteriormente. La settimana di San Valentino non perdona, ma tra i tanti mali almeno si può scegliere il minore. 

ALITA – L’ANGELO DELLA BATTAGLIA  di Robert Rodriguez
Nella Città di Ferro, squallida baraccopoli sovrastata da una misteriosa e ricchissima megalopoli volante, si risveglia all’improvviso una ragazzina dal corpo robotico, senza nome e senza memoria. Il suo “scopritore” la chiama Alita e le fa da padre, mentre la giovane scopre a poco a poco la realtà che la circonda, tra cacciatori di taglie, sport adrenalinici e i residui di una guerra contro le colonie marziane i cui strascichi sono evidenti per le strade e nella miseria delle persone. Pian piano le sue eccezionali abiilità nel combattimento e le sue memorie la porranno sullo scacchiere politico insieme al suo tutore, come Angelo della Battaglia, decisa ad ottenere le risposte che cerca.
Non c’è nulla di nuovo in Alita, anzi, c’è qualcosa di estremamente datato nella mentalità che porta uno statunitense come James Cameron ad appropriarsi di una storia di culto tra i manga giapponesi degli anni ’90, strappandola dal suo contesto e dai suoi messaggi per sfruttarne la mera spendibilità action e lo sfondo fantascientifico e robotico. Non a caso Cameron accarezzava l’idea da più di un decennio e non a caso ha ceduto un progetto non più attuale come scopi e temi (superato nella sua svilente operazione dal già non brillante Ghost in the Shell) a Robert Rodriguez, salvo poi fare la parte del leone durante la promozione; neanche il film lo avesse girato lui.
La pochezza dell’operazione sta tutta nella sua chiusa, in cui la fonte originaria viene definita graphic novel (“manga”), a riprova di quanto Alita sia stato solo un contenuto da prelevare e riarrangiare a piacimento, più che una storia compresa e amata prima di essere fatta propria. Così un personaggio a suo modo iconico di un’epoca (senza voler negare che il manga per molti aspetti non è certo invecchiato benissimo) diventa il più stereotipato dei protagonisti di un coming of age così a tappe forzate da sembrare figlio di un certo cinema action statunitense con il auto-tune narrativo inserito. Il tutto per testare i limiti di tecnologie strabilianti e così all’avanguardia nel loro essere allo stato dell’arte da essere tragicamente destinate all’invecchiamento precoce, sorpassate da altre corse a nuove chimere. Va bene sperimentare, ben venga la tecnica e l’avanguardia, ma solo se sono al servizio di una storia e di qualcosa da dire o dimostrare, qualcosa che non sia guardate come facciamo i fighi giocando con le storie degli altri. In sé è un innocente action con la sua buona dose di spettacolarità, combattimenti e tutto il resto, ma che mestizia vedere l’ennesimo tentativo di far funzionare i manga nel cinema statunitense ridotto per l’ennesima volta a una tale pochezza.

LA PARANZA DEI BAMBINI di Claudio Giovannesi
Nicola e il suo gruppetto di inseparabili amici scorrazzano in motorino per il rione Sanità, spensierati e insieme frustrati dal non poter ottenere sicurezza per i loro genitori, begli abiti e mobili lussuosi per la propria famiglia e sé stessi. La scuola è inesistente, l’unico lavoro possibile è quello di affiliati; sta solo nel decidere a quale boss votarsi. Così Nicola comincia a spacciare fuori dall’università, mostrando la dedizione, il carisma e l’attitudine del leader. Quando un giro di arresti lascia un vuoto di potere nella zona, propone un’alleanza al figlio di un boss decaduto e a un anziano capo agli arresti domiciliari. A 15 anni il suo obiettivo è ottenere il controllo del quartiere guidando una “paranza” di ragazzini, imponendo le sue logiche e la sua nuova morale sul proprio territorio.
Unico italiano in concorso alla Berlinale, La paranza dei bambini dimostra soprattutto la forza del cinema di Matteo Garrone; con Gomorra ha di fatto posto un punto di partenza imprescindibile per tutti quelli venuti dopo, o almeno quanti non hanno altrettanta forza autoriale e creativa. Claudio Giovannesi dimostra di aver imparato bene la lezione, con un racconto che scova a Napoli i luoghi ma soprattutto le facce giuste per la sua storia: Francesco Di Napoli è perfetto con il suo volto puro e la sua intensità, pur essendo un giovanissimo esordiente non professionista. L’avvio è notevole, sospeso com’è tra gioco e guerra, con un gruppo di giovanissimi criminali inarrestabili, proprio perché privi di limiti morali, di paura della morte, di preconcetti, di cattiveria. La loro carriera criminale non riesce ad arginare una vitalità straripante, un genuino stupore e desiderio verso la vita: non a caso il film è tutto un sussegguirsi di esclamazioni di ammirazione verso cose a dire di Nicola e gli altri bellissime. Nel gruppo ci finiscono i mobili pacchianissimi dei boss, i vestiti firmati, le armi di seconda mano, gli occhi della fidanzata, con lo stesso, autentico trasporto. L’ascesa al potere e la discesa nell’amoralità è così repentina che si mescola all’ingenuità adolescenziale, alla purezza di cui Nicola non riesce a disfarsi altrettanto rapidamente. La paranza dei bambini è un bel film che ben rappresenta l’Italia a Berlino, con il solo ma castrante limite di non riuscire a fare questo discorso sulla camorra suo, a sposare di un centimetro il discorso su cinema e camorra fatto da Garrone, tanto da sembrare un ottimo, ma gregario, capitolo secondo.
[RECE]
LA VITA IN UN ATTIMO di Dan Fogelman
Will e Abbey sono una coppia di giovani newyorkesi giovani e innamorati, con un bimbo in arrivo. Un tragico incidente darà il via a una catena di eventi, drammatici e felici, che riguarderà tre generazioni di uomini e donne di varie condizioni sociali e nazionalità. Dalla Spagna agli Stati Uniti, il vero amore sembra trovare sempre la sua strada, fino a riparare il torto iniziale, o a donare felicità a quanti hanno visto le loro vite distrutte da quel primo, tragico avvenimento.
Prendete un bel respiro perché si comincia a parlare dei film romantici di San Valentino, la cui qualità testimonia ancora una volta lo stato cronico e terminale in cui versa la commedia romantica in questo decennio. Facendo un grosso sforzo iniziale vi parlo dal punto di vista cinematografico del peggiore dei tre film in arrivo, La vita in un attimo, il cui selling point è la mano del creatore della serie TV This is us. Ora, io la suddetta la conosco solo per sommi capi, ma qui la sua influenza è chiaramente visibile nel carattere generazionale ed episodico-ma-in-cui-tutto-è-collegato della vicenda. L’episodio più memorabile è il primo, forte di un Oscar Isaac assolutamente fenomenale nel portare a casa con sentito sentimento e convinzione un personaggio con più di qualche pecca. Il film infrange la quarta parete, riavvolge la storia, lascia spiazzato il lettore, almeno nella prima parte. Poi il meccanismo si ripete e comincia a stancare, infine a risultare parecchio forzato.
Fine parte cinematografica, inizio dello sclero.
Ora voi sapete che io i cinemozioni5 me li sciroppo tutti e ho una resistenza notevole alle loro assurdità o tossicità, ma questo mi ha fatto montare una rabbia incredibile, come non succedeva da tempo. Sotto accurati veli di tragedie personali e momenti piangerone, il messaggio di La vita in un attimo è la resistenza e resilienza acritica a qualsiasi tragedia personale o sfiga cosmica, in attesa del vero amore. Nel senso che quando lo trovi, da quel giorno passerete insieme ogni notte per i successivi 47 anni della vostra vita (sto citando, giuro). La conseguenza logica ineccepibile è che quando questo amore lo perdi, questo amore così totalizzante e unico e in grado di dare senso alla tua vita, ti ammazzi. E questa pericolosa logica melensa e totalizzante il film la porta avanti senza nemmeno rendersene conto, annullando corna, stizze, momenti di stanca, per non parlare di modi alternativi di concepire la coppia che non siano uomo, donna, matrimonio, sesso alla missionaria e poi stare abbracciati finché non muore uno dei due (o entrambi, dato che dopo il vero amore solo una dolorosa vedovanza è concepibile). Quando, accidenti, sarebbe bastato insegnato a Olivia Wilde ad attraversare la strada dopo aver guardato bene in entrambe le direzioni.

UN VALZER TRA GLI SCAFFALI di Thomas Stuber
Dopo essere rimasto senza lavoro, Christian fa domanda di assunzione in un supermercato della zona: il contratto prevede massacranti turni notturni in cui spostare casse, riallestire scaffali e utilizzare il muletto. Preso sotto l’ala protettrice dei colleghi di turno, bonari e ligi al dovere, il taciturno Christian si ambienta pian piano nel supermercato, sino a creare una routine che gli dà un calore familiare che manca nella sua vita. Finirà per innamorarsi di Marion, una volitiva e pungente collega che a casa fa i conti con un matrimonio violento.
Dovrebbe essere perseguibile penalmente affibbiare un titolo tanto romantico e speranzoso a un perfetto rappresentante del cinema più peso, disperante e deprimente che trova la sua casa naturale alla Berlinale (della scorsa edizione), e infatti. Questo lungometraggio tedesco a un suo modo molto bizzarro, molto deprimente e in buona sostanza molto tedesco è pure teoricamente un film sentimentale, ma alla fine del primo tempo già vedevo il baratro, la speranza e la felicità perdute per sempre nell’oscurità. Mancava ancora tutta la seconda, interminabile, noiosissima e straziante seconda parte. Il film ha quel gusto tutto tedesco di denunciare con un po’ di fatalismo, un bizzarro senso dell’umorismo e un atteggiamento obliquo una serie di storture delle vite sentimentali e lavorative dei commessi di questo esercizio commerciale, senza mai spingersi in un’aperta rivendicazione politica, perché il disagio e anzitutto e soprattutto esistenziale. Solo quando attaccano con “qui una volta era tutta Germania Est” ho capito in che trappola mi fossi infilata. Tutto sommato non è nemmeno così tremendo, ma è disperante per come è troppo lungo e troppo PESO, anche se rivedo sempre com piacere Sandra Hüller, la protagonista di Toni Erdmann e volto ormai familiare di quando il cinema tedesco si infila in territori inconsueti e bizzarri.

UN’AVVENTURA di Marco Danieli
Matteo aspetta per quattro anni un segnale da Francesca, suo amore adolescenziale partito per Londra senza lasciare traccia. All’improvviso lei torna nel paesino del Meridione d’origine, a causa della malattia della madre. I due si ritrovano e si fanno la promessa di non lasciarsi andare più. È il 1977 e Matteo insegue Francesca su un treno diretto a Roma. Qui comincerà una nuova vita di coppia per entrambi, ma la distanza mentale tra le loro differenti visioni del mondo rischia di trasformare l’amore della vita in una semplice avventura finita male.
Facciamo le dovute premesse: Un’avventura è un film poco più che discreto, un musical con tante pecche e la madornale colpa di non aver saputo trovare un’attrice all’altezza da affiancare a Michele Riondino, se non in campo attoriale almeno in quello canoro o coreografico. Laura Chiatti ci mette tutto quello che ha, ma chiaramente non è abbastanza. Il più grande limite del film è di presentarsi con una locandina e un trailer che lo fanno apparire ben peggio di quello che è. Ovvero ridendo e scherzando, la scelta più solida per chi vuole vedere un film romantico al cinema questo San Valentino. Nonostante quello che il trailer suggerisce, Un’Avventura è tutt’altro che il classico film italiano (e non) che racconta lo svilupparsi di un amore vero tra ostacoli e cadute fino al suo naturale lieto fine.
È anzi un film disperatamente impegnato a evitare tutte le svolte facili e prevedibili del genere; una pellicola con la lungimiranza necessaria a piazzare la storia a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, in modo da poter sembrare innovativo e dirompente senza dover per forza scendere a patti con le questioni più liquide e spinose del sentimento contemporaneo. Un’Avventura ci prova tanto, talvolta troppo e infruttuosamente. Evita accuratamente le canzoni più banali di Battisti (Mi ritorni in mente, 7:40, Fiori rosa fiori di pesco), fa di tutto per arginare una certa mascolinità tossica delle commedie romantiche standard e anche di certi testi di Battisti e Mogol, attentissimo a proclamarsi femminista nelle parole e nei fatti. Tanto che non solo misura millimetricamente lo spazio da assegnare ai protagonisti, ma si spende parecchio per nobilitare il personaggio femminile “tentatore” di Matteo. Non tutto va per il verso giusto, perché un approccio così concentrato nelle intenzioni uccide la spontaneità dell’operazione, però tra masturbazione, aborto, madri single senza mariti, adolescenti che girano il mondo con i figli dei fiori e gente che manda all’aria il matrimonio e si sente dire dal genitore “guarda che hai fatto la cosa giusta” siamo in un territorio ardito per il nostro cinema (e non solo il nostro, vedi la pellicola statunitense lassù e i suoi edificanti messaggi). La prova del nove la dà questo sagace pezzo di Gabriele Niola, che fotografa una serie di aspettative per fortuna disattese. Il film anzi si lascia sfuggire un paio di occasioni per essere davvero dirompente; personalmente avrei preferito che si concludesse al passaggio in radio della canzone, facendo davvero giustizia al suo titolo. Anche così rimane il secondo colpo battuto da un cinema italiano finalmente proattivo nel provare nuovi generi e nuove soluzioni. Magari nuove attrici…magari si fosse osato anche in quel senso!
[RECE]