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Varsavia è la Parigi dell’Europa dell’Est.
Cold War, il film di Paweł Pawlikowski candidato a tre premi Oscar, è il La La Land autoriale ed europeo. Sfida dialettica di un lezioso post del sabato pomeriggio? Pura vis polemica? Boutade cinematografica da blog di provincia? A voi la scelta, ma prima permettetemi di citare l’immortale attacco argomentativo di Emanuele di Tutti pazzi per amore e… seguite il mio ragionamento.
Cold War non è affatto il film pesantone polacco che pensate, anzi, è un’opera struggente che rende palese la nostra intossicazione da sentimenti e sentimentalità statunitensi.
Attenzione, il post è a rischio [SPOILER], facendo riferimento diretto al finale di Cold War.

Cosa accomuna un romantico, coloratissimo musical hollywoodiano che promette di diventare un classico d’antologia e un film polacco che già nel titolo richiama alla durezza esistenziale della Guerra fredda nel blocco sovietico? Sostanzialmente tutto. Per rendersene conto, basta uscire dalla dicotomia film autoriale europeo uguale peso vs. film hollywoodiano con Emma Stone uguale divertimento.

Cold War e La La Land sembrano anche visivamente così diversi, eppure proprio nel comparto tecnico i due registi Chazelle e Pawlikowski operano una serie di scelte stilistiche che sono davvero affini per come si spingono al di fuori dallo standard contemporaneo. A partire dal formato, che per rifarsi a un tempo passato a cui entrambi i film guardano insistentemente rifugge dal riferimento attuale dei 16:9. La La Land è girato in Cinemascope, una tecnica di ripresa molto in voga tra gli anni ’50 e ’60, con un rapporto 2.55:1 e con un formato estremamente allungato e panoramico, che ben si presta a seguire i numeri corali di ballo e quelli di canto dei due protagonisti innamorati, senza perdere di vista la Città delle Stelle alle loro spalle. Cold War fa una scelta altrettanto estrema, ma dall’altro lato dello spettro: il formato è quello dell’Academy ratio, lo standard cinematografico tra il anni ’30 e i ’50, che somiglia ma è ancor più “compresso” del successivo 4:3. L’immagine qui è quasi perfettamente quadrata, ideale per incorniciare una storia intima, ispirata dall’amore travagliato dei genitori dello stesso regista, a cui è dedicato il film.

Anche a livello cromatico i due film rifuggono la contemporaneità con scelte precise e assai caratterizzanti. Entrambi sono girati in pellicola, unico supporto in grado di garantire loro la resa cromatica che li connota così fortemente. Anche con i più moderni ritocchi digitali non esiste altro modo per ottenere da una parte i colori brillanti e caldissimi di La La Land (la cui cromia satura è tipica di una certa iconografia dei musical pre Cantando sotto la pioggia, come spiegato da Chazelle), dall’altra il bianco e nero avvolgente, tattile e profondissimo di Cold War, che ha intere sequenze girate in 4K. Con i giusti direttori della fotografia e i giusti schermi per la proiezione questa combinazione permette una profondità di neri incredibile. Insieme a Cuaron (che però ha girato Roma in digitale), Pawlikowski è uno dei registi che quest’anno si più speso per innovare il “semplice” bianco e nero cinematografico, con un lavoro fotografico ancora più encomiabile di quello operato su Ida, che probabilmente varrà di nuovo l’Oscar della fotografia ai suoi collaboratori. Il regista polacco ha tra l’altro dichiarato che avrebbe preferito girare a colori e non ripetersi, ma la paura di sbagliare la distintiva cromia della Polonia sovietica nel crescendo della Guerra Fredda (il film copre gli anni dal 1946 al 1964), potendosi basare solo sulle sue memorie di bambino, gli ha fatto cambiare idea.

Nel loro rapporto con il cinema contemporaneo i due registi scelgono entrambi di distanziarsi dallo standard e di guardare al passato, solo in direzioni diverse. Il discorso invece si fa quasi completamente sovrapponibile analizzando le tematiche cardine delle due pellicole, il genere di appartenenza e persino la narrazione e i punti di vista.

Partiamo dal genere: La La Land è chiaramente un musical, Cold War è considerato un film autoriale. Entrambe le pellicole hanno avuto come piattaforma di lancio un festival europeo (Chazelle a Venezia, Pawlikowski a Cannes) nella sezione competitiva più prestigiosa, che tendenzialmente è indice di un certo livello di qualità artistica. La risonanza presso l’Academy avvalora l’ipotesi che entrambi i film abbiano anche una certa vocazione internazionale e una certa spendibilità commerciale. Il che è particolarmente vero per Cold War; non è da tutti strappare tre nomination (tra cui quella pesantissima di miglior regia) agli Oscar senza passaporto anglofono. Più che provare la qualità del film, ne prova la mancata appartenenza a quello stereotipo di ermetico, imperscrutabile film europeo così autoriale da essere invendibile. Pellicole di quel tipo non escono dal circuito dei Festival, a volte non escono nemmeno al cinema. Figurarsi se finiscono in un contesto come gli Oscar, dove un certo livello di commerciabilità è un requisito essenziale per uscire dal ghetto di Miglior film in lingua straniera.

Abbiamo quindi appurato che entrambi i film hanno una certa qualità autoriale, sappiamo che entrambi hanno un autore dall’identità e carattere forte dietro la cinepresa, tale da garantire alla propria opera una rilevanza internazionale e una certa commerciabilità. Quindi La La Land oltre che ad essere un musical e un film sentimentale, è anche un’opera con un certo grado di autorialità. Nozione più facilmente accettabile dell’uguale e opposta: Cold War è un film autoriale a tematica sentimentale con un certo grado di musical in sé. Di fatto Cold War è un’opera in cui l’azione viene portata avanti sulla scena non solo dalla recitazione, ma anche dalla musica, dal canto e dalla danza, che fluiscono in modo spontaneo e naturale. Ovvero la definizione di musical copincollata da Wikipedia (grazie Wiki).
Certo il genere è tradizionalmente codificato nella tradizione americana e certo le canzoni di Cold War sono in buona parte radicate nella cultura polacca e nel repertorio della compagnia Mazowsze (che esiste veramente!), ma ci sono almeno un paio di pezzi inediti, che vengono persino rielaborati passando per vari generi e arrangiamenti durante lo svolgimento del film. Tanto che zitti zitti, i responsabili hanno mandato in giro dei vinili promozionali ai membri dell’Academy, nella speranza di agguantare una nomination anche come miglior canzone originale.

Se il passaggio precedente può essere considerato come una forzatura, sfido chiunque a dirmi che le trame dei due film non sono quasi sovrapponibili. Non mi riferisco solo alla sinossi generale dei due amanti follemente innamorati ma incapaci di stare insieme, di mettere da parte i propri interessi per arrivare a un punto mediano di reciproco accordo e sacrificio. Sì, entrambi i film hanno un finale amaro e piangerone che non vede il trionfo dell’amore in senso lato.
La somiglianza è molto più profonda e radicata. In entrambe la storia l’ambizione artistica e professionale – strettamente legata al mondo della musica – è in aperta competizione con la realizzazione affettiva. Con la differenza che sul versante capitalista l’ostacolo insormontabile è il desiderio di avere successo, su quello comunista è l’impossibilità di essere sé stessi sia in patria (per via della repressione del regime) sia da esuli, per via del fatto che un vero polacco si sente tale solo in Polonia.

Entrambi i film esibiscono persino la scena del protagonista maschile che “spiega” il jazz alla sua compagna. Con la differenza che Chazelle lo fa con la solita boria saccente, Pawlikowski fa accennare a Viktor un pezzo di Gershwin, alludendo sottilmente alla tua formazione musicale occidentale ed europea e alla sua insofferenza verso il mito riletto in chiave propagandistica della musica folkloristica polacca.
A ben vedere persino i protagonisti condividono parecchi tratti in comune: entrambe le coppie sono formate da persone profondamente egoiste, incapaci di prendere la decisione giusta ogni volta che se ne presenta l’occasione. Entrambi i film hanno un finale triste perché i protagonisti si dimostrano a più riprese refrattari a mettere da parte la propria realizzazione o di parlare apertamente del proprio senso di inferiorità e impotenza all’altro. Zula a Parigi, Sebastian di fronte alla carriera in ascesa di Mia.
I quattro poi sono fighi pazzeschi con un’ottima chimica di coppia. Riflessione profonda, lo so, ma stiamo parlando di due film palesemente estetizzanti anche nelle scelte di casting. L’anagrafe e l’aspetto fisico poi evidenziano impietosamente il mito della giovinezza eterna del cinema statunitense, laddove Tomasz Kot e Joanna Kulig dimostrano che si può essere efficaci, sensuali e irresistibili anche dopo i 35 anni. Su quale protagonista sia più convincente a livello vocale, lascio fare a voi. *sorriso diabolico*

Dunque, direte voi, qual è il punto? La parte più interessante del discorso è perché questa somiglianza non balzi all’occhio in maniera istintiva e vada decostruita e spiegata punto per punto per essre colta. Pur raccontando entrambi di quella tipologia d’amore così forte da non sopravvivere alla vicinanza dei sue stessi amanti, La La Land è considerato un film commovente e altamente emozionante, mentre non di raro Cold War è stato descritto come freddo, glaciale, distante. Volevo arrivare proprio qui, perché la passione di Cold War è tutt’altro che fredda, arde con un furore tale che vediamo sonore ubriacature, scenate di gelosia, scene di sesso con tanto di camicie strappate via a forza e il sacrificio di un uomo e di una donna che si gettano a capofitto nell’infelicità nella speranza di salvare l’altro, di rivederlo un’ultima volta.

In Cold War la passione scorre ad alto voltaggio, eppure ci sono solo due scambi verbali propriamente amorosi. Di uno siamo consapevoli solo noi e e Viktor, che sussurrerà alla sua amante in una notte parigina stanotte ho incontrato la donna della mia vita. L’altro arriva sul gran finale, con una Zula che abdica a ogni pretesa di essere indipendente e felice pur di salvare Viktor. La donna annega nell’alcol e in un matrimonio infelice, correlato da un’incurante maternità. Così quanto l’incontro fatidico avviene, Zula accoglie l’amato con un ti amo più della mia stessa vita ma devo assolutamente vomitare.

Non propriamente romantico, direte voi, ma chi ha costruito il nostro standard condiviso di romanticismo? Buona parte dei nostri riferimenti “romantici” vengono dalla cultura anglofona e in particolare statunitense, per non parlare dell’enorme influenza che hanno i film sentimentali (per ambo i sessi, a dispetto di quanto si creda) nella cultura e nell’immaginario popolare e globale. Tanto che gli studios, anche in momenti di stanca come quello attuale, lottano disperatamente per tirar fuori almeno un film iconico per ogni generazione.
Cold War è una storia di un amore a tutto tondo, in cui l’amante impossibile da avere è anche la Polonia libera, in cui vivere ed essere sé stessi, da polacchi e non da cittadini dell’Unione Sovietica. È una storia molto europea e molto polacca, che racconta il carattere orgoglioso e volitivo di questo popolo. Il fatto che ci paia così aliena, fredda e paradossale, pur avendo profonde radici europee (e pur essendo esistita in Italia una discreta fetta di popolazione che guardava a quel lato del Muro) la dice lunga su quale sia il nostro livello di intima, connaturata familiarità con il sentire statunitense. Pensate a quanti film vedete in un anno e in quale percentuale questi siano statunitensi e italiani. Al di là di dolorose constatazioni qualitative, è probabile che la prima percentuale sorpassi di netto la seconda. Se sommate tutti i film europei è probabile che la situazione non cambi. Possibile che non lo faccia anche sommando tutti i film non statunitensi in un unico gruppone.

Non può essere dunque che il senso di straniamento e “altro” che proviamo di fronte al bizzarro senso dell’umorismo nordeuropeo, all’intenso e tristissimo esistenzialismo tedesco, al presunto sciovinismo cinematografico francese, al bizzarro, incomprensibile romanticismo polacco, russo, slavo, giapponese, sudcoreano e via dicendo non sia dovuto tanto a un lost in traslation emotivo, a un divario culturale, quanto piuttosto all’egemonia culturale statunitense che vede nel cinema e nella cultura “soft” uno dei più silenziosi ma efficaci metodi di diffusione? Non è un discorso nuovo, anzi. Non da quando le due posizioni in merito avevano diviso Berlino a metà con un muro. Vale però sempre la pena ricordarsi di questo profondo discrimine iniziale in occasioni come questa, in cui pensiamo di partire da una posizione neutrale e invece è già fortemente connotata.

E comunque a me Cold War è piaciuto da impazzire e ne sono stata emotivamente travolta, oioioi.

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