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Roberto Bolaño è morto nel 2003 con la speranza che il suo romanzo capolavoro, 2666, venisse diviso in cinque volumi e contribuisse in maniera sostanziale a sfamare i suoi eredi. Un calcolo materialista sì ma figlio dell’esperienza di un uomo che ha trascorso la sua vita tra una miriade di lavoretti e impieghi saltuari, la cui opera letteraria è divenuta la sua attività primaria solo dopo molti libri e tante delusioni personali.
Bolaño è morto dopo aver trascorso gli ultimi anni in maniera appartata, lontano dal clamore della ribalta che lo chiamava sempre più, forse scottato irrimediabilmente dai tanti rifiuti, dalle troppe alzate di spalle. Se ne è andato sapendo di essere amato e apprezzato, ma inconsapevole che da lì a 15 anni il suo nome sarebbe stato il più osannato e riverito dell’intero Sud America nel panorama della letteratura high brow. Le sue opere dimenticate si sarebbero tramutate in gemme preziose, lette tanto quanto i romanzi che lo hanno lanciato a livello internazionale. La pista di ghiaccio, un esordio stampato in qualche decina di copie e scomparso poco dopo, si sarebbe trasformato in una delle fonti d’ispirazione per un nuovo caposaldo del racconto fittizio e letterario della violenza e del crimine.

Narra la leggenda che Nic Pizzolatto abbia pescato qua e là con abbondanza prima di avviare il processo di creazione di True Detective, diventato a sua volta oggetto di culto. Se il riferimento a The King in Yellow è palese ed esplicitato nella stessa serie TV, da interviste e interventi dello show runner sappiamo che ha giocato un ruolo non indifferente anche il noir dimenticato di Roberto Bolaño. La pista di ghiaccio è un romanzo curioso per status letterario: teoricamente è l’esordio dello scrittore cileno, che lo pubblica nel pieno del suo esilio spagnolo (nel 1993), eppure l’apparizione del titolo è stata talmente fugace e senza reazioni di sorta che altri preferiscono considerare il suo primo romanzo vero e proprio il successivo Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce , scritto in collaborazione con  Antoni García Porta.

Come punto di partenza per approcciare l’opera del poeta e scrittore cileno risulta altrettanto sfuggente. Contiene già molti degli elementi che diventeranno i tratti distintivi dell’autore (che certe ossessioni e certi sentiti non si possono radicare dalle persone, figuriamoci dagli scrittori) e per giunta in maniera lineare e moderata, risultando quindi invitante per il lettore meno avvezzo alle peculiarità della produzione letteraria sudamericana. D’altro canto però gli estimatori di Roberto Bolaño sottolineano spesso quanto sia difficile indovinare le vette a cui l’opera dello scrittore arriva nei romanzi successivi, basandosi su quanto letto in queste pagine.

Per un bizzarro rovesciamento del destino il tratto più distintivo di questo noir a sfondo sentimentale è forse quello che oggi tende a farlo sembrare un romanzo dall’approccio convenzionale. C’è un morto di mezzo e lo scopriamo dall’incipit del romanzo, ma entrerà in scena solo nelle fasi avanzate della storia e solo con un pugno di pagine avanzate per esplorare le ripercussioni di questo omicidio.
Eppure La pista di ghiaccio è una confessione, anzi, una triplice confessione: la storia è infatti narrata da tre uomini, tre protagonisti che raccontano la loro versione dei fatti riguardante uno scandalo politico in cui il suddetto omicidio sembra ricoprire un’importanza marginale.

L’elemento che li unisce è un luogo concreto, ma dal parossismo altamente simbolico: nel pieno della torrida estate di Z, cittadina della Costa Brava dalla vocazione turistica squallida e mercenaria, si nasconde una pista di ghiaccio. Ad ospitarla è Palazzo Benvigut, un rudere testimone dell’egocentrismo stravagante del suo fondatore. Ad averla realizzata in gran segreto e con un discreto dispiego di soldi pubblici è un uomo altrettanto egoista. Enric Rosquelles è un funzionario comunale, braccio destro del sindaco Pilar, che per amore di una ragazza decide di realizzare per lei un impianto provvisorio, consapevole che è solo questione di tempo prima che la faccenda emerga, lo scandalo scoppi e lui trascini nel fango l’intero partito.

Nuria Martì è l’angelo al centro della vicenda, privo di una voce propria, ammirato da lontano. Pattinatrice e inquieta, Nuria fila sul ghiaccio, a metà strada tra le femme fatale e la donna del Dolce Stilnovo. A struggersi per lei c’è Enric, che non osa spingersi oltre il sentimento platonico, anche quando intuisce che il rapporto che la lega a Remo Morán è decisamente più carnale. L’amministratore catalano prova così  ancor più astio per l’imprenditore e esule cileno. Nell’atomo noir creato dallo scrittore, Enric e Remo sono protone ed elettrone, attratti da Nuria, silente nucleo della vicenda. A carica neutra è invece il terzo punto di vista, quello di Gaspar Heredia. Immigrato irregolare messicano, Gaspar scopre la pista di ghiaccio seguendo una sbandata emaciata e misteriosa di nome Caridad, di cui si è invaghito mentre lavorava a campeggio di Remo.

La realtà s’insinua sottile tra le pagine del romanzo come il sangue sul ghiaccio. Lo stesso Roberto Bolaño fu esule, visse in Costa Brava e lavorò in un campeggio. Tra le pagine di La pista di ghiaccio scivolano anche sintomatici scoppi repentini di violenza narrativa  e un paio di lampi che squarciano il silenzio sulla situazione cilena. Un paio di memorie di Remo regalano un bagliore raggelante sulla dittatura cilena, che sarà decisamente più protagonista nei romanzi a venire.

Cosa rimane dunque dell’orbitare dei tre personaggi maschili attorno al nucleo del romanzo? Al lettore questo movimento perpetuo regala un noir dall’intreccio elegante e malinconico, che esplora ogni possibile declinazione dell’amore (platonico, ramingo, carnale), senza riuscire a risolverne nessuna. La pista di ghiaccio immortala per un attimo il ritratto fugace di un momento di felicità perfetta, un’estate felice così eccezionale da non poter che concludersi nel sangue e nell’abbandono. L’amore qui ricorda la visione assurda e bellissima di una pista di ghiaccio nel pieno della calura catalana. Infine rimangono tre protagonisti tormentati e complessi e le tante ombre femminili a cui anelano, cristallizzate nel silenzio imposto ad ogni oggetto del desiderio, che suggeriscono altrettanto potenziale.

La pista di ghiaccio di Roberto Bolaño è stato ristampato da Adelphi a gennaio 2019, con una nuova traduzione di Ilde Carmignati. 198 pp. 17 euro.

L’EDITORE MI HA FORNITO UNA COPIA DEL ROMANZO A TITOLO GRATUITO PER REDARRE UN’ONESTA RECENSIONE; QUELLA CHE AVETE APPENA LETTO.

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