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È l’ultima finestra di tempo utile per sfornare questo Listone: tra poco meno di 24 ore sapremo chi porterà a casa gli Academy Awards del 2019 e si chiuderà definitivamente un altro anno di cinema.

Con l’inizio del 2019 Gerundiopresente si è rimesso un po’ in carreggiata, nonostante non sia sempre semplicissimo essere sul pezzo (leggesi: i post di questo blog sono quasi sempre animali notturni). Il proposito per quest’anno è un’anarchia completista: tutto o quasi, ma quando si può e si riesce. È finita l’introduzione non richiesta e comincia il post? Sì, quindi ecco i 10 film che più mi sono piaciuti (perché sono così paracula da non dire migliori, perché antepongo l’emozione alla ragione, ebbene sì) tra le 208 novità cinematografiche in uscita nelle sale nell’anno solare 2018 da me visionate. Non è stata un’annata semplice…

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Facciamo in un lampo le premesse anti scocciatori tignosi di rito: pesco solo i film usciti nel 2018 in Italia e sono i preferiti da me medesima. Il che non vuol dire necessariamente i migliori, dato che sono matta da legare, esteta per vocazione, fangirl per genetica, romantica per attitudine e morbosamente attratta dalle robe che vanno a finire male e con il dramma dentro, ma questo già lo sapete. E se mi conoscete un pochino (o mi stalkerate su letterboxd), probabilmente avrete già indovinato tutti i titoli in questione.

Prima di cominciare, chiedo gentilmente alla regia di mandare la Taylor gif che riassume le sensazioni di questo anno cinematografico:

Non ci siamo. Ma proprio per niente. Per fortuna Cannes e Venezia salvano la patria con un paio di pellicole stupende a testa, ma personalmente ho trovato il 2018 un anno in cui il cinema autoriale è stato perlopiù deludente. Pochi esordi degni di nota, tanti autori affermati con film mediocri, sudamericani e francesi (in cui ripongo sempre le mie speranze) più fallaci del solito. Per fortuna sul fronte del cinema commerciale ci sono state almeno un paio di sorprese in positivo e molti film più solidi della media, ma se guardo alla mia classifica, al netto dei film che da noi sono usciti nel 2018 ma sono in realtà del 2017, davvero non ci siamo. Al primo che dice “annata di grande cinema” schiacciate sul grugno ‘sto disastro di selezione dei film degli Oscar da parte mia. L’anno scorso non si sapeva chi votare dal numero incredibile di film di qualità (e comunque mi lamentavo!) quest’anno non si sa da che parte girarsi per non dover ridursi al meno peggio.

L”anno scorso non ero soddisfatta, ma alla luce di come è andata nel 2018 ho deciso di non lamentarmi ora per paura di cosa poi mi toccherà dire nel 2019. Quindi dico solo: forza amici registi e attori e tecnici, vediamo di fare meglio. Vi prego.

GLI INAMMISSIBILI

Sono belli o bellissimi, io li ho visti nel 2018 ma nei nostri cinema li vedremo forse nei prossimi anni, forse mai. Sono tutti potentemente gardy approved, nel caso riusciate a metterci su le mani, in un modo o nell’altro:

GENESE
Nell’ultima edizione di Locarno non sono riuscita a vedere granché e quel poco che ho visto è stato così dimenticabile che appena imbattutami in un film appena appena decente mi veniva da urlare al capolavoro. Invece il coming of age pieno di sfumature sentimentali e d’impalpabile purezza di Philippe Lesage è solo un ottimo film che a un certo punto sfugge clamorosamente di mano al suo regista. Sono comunque pronta a perdonare tanto a un film che ti si imprime nella mente grazie al volto palpitante del giovane Théodore Pellerin, che genera un livello di #MYFEELS insostenibile. Diciamo che la quota occhi luccicanti e terribili segreti celati nei collegi maschili quest’anno la copriamo così. [TRAILER][RECE]

TARDE PARA MORIR JOVEN
Il film cileno che quest’anno mi ha convinto di più e forse quello che ricordo con maggiore affetto da Locarno 71. Anche qui decisamente troppo lungo (senza però mai veramente perdersi), ma con l’indubbio vantaggio di avere un’estetica così leccata, una palette cromatica degna di Tumblr, una protagonista magnetica e un paio di scene dalla fattura impressionante che anche nei momenti di stanca lo segui con piacere. Appena la regista Dominga Sotomayor si farà prendere un po’ meno la mano sul versante tecnico, ne sentiremo di certo riparlare. [TRAILER][RECE]

I FUORI TEMPO MASSIMO

Quelli per la serie alla buon’ora ci sono arrivata pure io. Un pugno di film vecchi come il cucco che ci tengo comunque a segnalarvi che mi sono particolarmente piaciuti.

MEMORIES OF A MURDER
La prossima volta che per ragioni inspiegabili salto un film strepitoso come questo, costringetemi a vederlo, anche ricorrendo alla violenza. Di Bong Joon-ho ho visto pochissimo e, alla luce di questo crime pazzesco, sinceramente avrei voglia di recuperare qualsiasi cosa. Pellicole così però, quando si è fortunati, se ne pescano una o due ogni quinquennio.
A questo poliziesco sudcoreano nello specifico ci sono arrivata grazie allo status di stra-cult che hanno da noi pellicole come Zodiac di David Fincher. Da una parte questo accostamento è un elogio ampiamente meritato perché il livello è quello, dall’altra è una giustapposizione irragionevole per un regista asiatico capacissimo e che ha un stile definito, che non merita comparazioni con chi che sia. Bong Joon-ho è Bong Joon-ho e ha diretto un grandissimo film, punto. Arrivateci anche voi, se vi è sfuggito. [TRAILER]

IL PORTIERE DI NOTTE 
Non sono poi così sicura di non averlo visto prima, però com’è possibile che il mio ricordo di questo superbo film di Liliana Cavani del 1974 fosse così sbiadito? Per fortuna sono riuscita ad infilarmi in una tardiva proiezione veneziana della copia restaurata. Che dire del film che ha fatto esplodere Charlotte Rampling, con una delle sue interpretazioni più memorabili? Che certe cose potevi girarle giusto negli anni ’70. Ancor oggi, visto nel 2018, è abbastanza sconvolgente come sia ruvido, diretto, violentissimo nel approcciare materie (storiche e sessuali) che oggigiorno si accostano in punta di piedi, chiedendo permesso, guardando prima a destra e poi a sinistra. Certo che dopo aver visto Il portiere di notte, la scia infinita di film coi/sui nazisti cattivissimi sembrerà ancor più blanda e sbiadita di prima.
[TITOLI]

E adesso…

10 – PETIT PAYSAN

 

Sì, tra tutti gli esordi piccoli ma notevoli di quest’anno alla fine ho scelto di mettere in classifica il thriller in cui corpo del reato è quello delle vacche del protagonista. Alla fine la Francia gioca su terreni sempre molto battuti dal suo cinema: la scuola, la campagna e la medicina. Eppure nelle infinite variazioni sul tema questo film sa sorprendere nel suo crescendo di tensione a sfondo bucolico, sa cogliere nel segno l’incubo kafkiano che la cronaca sarda attuale ci testimonia come assolutamente vicino alla realtà agricola europea attuale. A distanza di un annetto lo ricordo con molto piacere e lo ringrazio ancora per avermi fatto scoprire il talentuoso Swann Arlaud, che nel frattempo è stato ingaggiato da un certo François Ozon.
[RECE]

9 – THE DEATH OF STALIN

Armando Iannucci è un altro dei nostri decisamente più apprezzati all’estero che da noi. Ammetto di aver un bel po’ da recuperare in questo senso, però Morto un Stalin se ne fa un altro è stato salutato un po’ ovunque come un nuovo apice della sua carriera, quindi mi sento un po’ meno in colpa.
Che dire? Umorismo tra il nero e il british, smitizzazione di un’icona del comunismo e amarissima riflessione sull’inadeguatezza delle gerarchie (tutto il mondo è paese, a Ovest e a Est del Muro) quando si ha a che fare con la delicatissima questione del trasformare il concreto in astratto, un cadavere in una leggenda. Superato il senso di straniamento nel vedere un gruppone di attori super britannici interpretare le alte sfere russe è un film notevole, un unico davvero diversissimo da tutto il resto di quanto visto nell’annata, con carisma e cinismo da vendere.

8 – MISSION:IMPOSSIBLE FALLOUT

Quest’anno i blockbuster meritavano almeno una posizione in classifica perché hanno fatto meglio delle attese e in un alcuni casi sono stati francamente sorprendenti, migliori della mal riuscita sbobba autoriale. In Infinity War ma ancor di più di questo nuovo capitolo della saga action con l’eterno Tom Cruise, il presupposto su cui è costruito il film è che il pubblico che si vuole divertire è innanzitutto intelligente e non va preso in giro. Né con l’utilizzo spropositato di computer grafica per contenere i costi – e le scene folli girate dal vero e senza stunt di M:I sono il marchio di fabbrica e selling point del franchise – né con una trama stupidina, dal cattivo inconsistente e dai colpi di scena spessi come certa velina. Se guardo a questo film e poi penso a Black Panther, mi chiedo perché si sia sbagliato così clamorosamente film commerciale su cui puntare agli Oscar.
[RECE]

7- I, TONYA

Qui c’è da fare purtroppo una premessa importante: dal punto di vista cinematografico questo film è strepitoso, una storia americana di fama, sport, ascesa e caduta…ma al contrario, perché Tonya è il luciferino ritratto di un’antagonista, di un personaggio simbolo dell’anima nera dell’America, a cui piace amare ma ancor di più odiare. Non si sa se fare i complimenti a Margot Robbie per qaunto reciti bene o per come abbia ben pensato di prodursi da sola il film che la facesse finalmente uscire dai confini dell’atomica bionda e nulla più.
Detto questo, la storia di partenza è così rimaneggiata per raggiungere lo scopo del film che mette dell’ambiguità in fatti (processuali e sportivi) in realtà piuttosto chiari e piuttosto sfavorevoli per la protagonista. Diciamo che i diretti interessati e il mondo del pattinaggio agonistico in generale non l’hanno preso benissimo, additando questo film come una sorta di revisionismo storico a scopo cinematografico. Leggendo in giro viene anche un po’ da dargli ragione.
[RECE]

6- LA NOCHE DE 12 ANOS

Il film sudamericano dell’anno sarebbe Roma, ma oh, per me non c’è verso. Pur apprezzando il genio tecnico di Cuaron – che comunque ha cacciato lì un film impressionante sotto tanti aspetti e in tantissime scene – non mi prende, mi impressiona blandamente, a livello puramente intellettivo. Ho di gran lunga preferito un progetto decisamente più piccolo e convenzionale come quello dell’uruguayano Álvaro Brechner, capace di trasformare una terribile prigionia durata 12 anni in un film che tocca tutto lo spettro emotivo, dalla gioia estrema al dolore. Scritto in maniera acuta, mai pressapochista o giustizialista, Una notte di 12 anni è un film autoriale ottimamente recitato, capace di trasformare materiale pensantissimo in un film che fa riflettere e nel contempo scalda il cuore.
[RECE]

5 – LA VILLA

Questo invece è passato a Venezia due anni fa, è l’ultima pellicola di un grande vecchio del cinema francese e scatena in me reazioni da “Leave Guédiguian alone”; sono 24 mesi e passa che difendo strenuamente questo film emozionante, poetico, spacciato di essere buonista da gente che poi va in brodo di giuggiole per emozioni tirare fuori con ogni mezzo, mediate, costruite in laboratorio. È uno di quei film che ti scalda coi suoi raggi solari ed emotivi, che tira fuori dalla desolazione della vecchiaia e della morte un’inaspettata serenità, che ti fa venir voglia di essere una persona migliore, di chiedere scusa, di chiamare un parente che non senti da tempo che chiedere sue notizie.
[RECE]

4 – PHANTHOM THREAD

Paul Thomas Anderson è un altro di quelli che ammiro, sì e molto, ma con distacco. Sarà che stavolta si cimenta con una genere/una location/un pool di attori che gradisco enormemente, sarà perché a modo suo è molto romantico, stavolta ha vinto ogni mia ritrosia. Un film che davvero, sìa a livello tecnico sia a livello narrativo, è difficile trovargli non dico un difetto, ma un qualcosa che in più o in meno avrebbe potuto migliore questo incredibile risultato stilistico e narrativo.
[RECE]

3 – MANBIKI NO KAZOKU

Chi sproloquia sul fatto che il nuovo film di Hirokazu Kore-eda non meritasse la vittoria a Cannes dimostra di conoscere davvero poco un cineasta che nella sua lunga carriera forse non ha mai davvero sbagliato un progetto, dai più autoriali ai più commerciali. Era da qualche anno e da qualche film che il regista giapponese più amato dai festival europei esplorava ossessivamente i rapporti tra i genitori e i figli, alla ricerca di un punto d’equilibrio e verità tra genitorialità e individualismo, tra sentimento disinteressato e rapporti ricattatori. In Un affare di famiglia si assiste all’arrivo della spinta iniziale, in stile domino: tutto precipita in maniera amarissima e magistrale verso un punto di arrivo per Kore-eda e verso un grandissimo film per lo spettatore. Se non ne capite la grandezza, forse nemmeno ve lo meritate, Kore-eda.
[RECE]

2 – COLD WAR

Mentre la gente attorno a me piangeva alla prima di Roma, io guardavo seduta composta e coi dotti lacrimali ermeticamente chiusi. Qualche mese dopo tutti a dire che il nuovo film di Paweł Pawlikowski è glaciale e asettico mentre io ne esco sconvolta emotivamente e verso anche qualche lacrima. Niente, diciamo che dal punto di vista oggettivo sarebbe già un film tecnicamente e narrativamente di molto sopra la media, ma che raggiunge il massimo punteggio mettendo in fila tutta una serie di scelte narrative, tematiche ed estetiche per cui io sono chiaramente molto parziale. Tra le tante cose per cui essere grata a questo film polacco è che mi ha confermato che sono ancora capace di cambiare idea, di dare una chance in piena imparzialità a tutti: Ida lo trov(av)o ampiamente sopravvalutato e quindi guardavo con scetticismo a questo film, che invece ho amato ardentemente. Bellissimo. Che altro dire? Ah già: che è anche protagonista di uno dei pezzi più a lungo meditati dell’annata e di cui sono più soddisfatta: questo QUI.

1 – CALL ME BY YOUR NAME

Il 2017/2018 è stato un biennio vissuto guadagninamente e no, non rimpiango nulla. Nemmeno le x volte che ho visto questo film al cinema (e son già qui che guardo con ansia alle retrospettive in arrivo nella speranza di poter arrivare a x+1) e le lunghe giornate passate a sbobinare questa o quella conferenza del Guada. Credo di non aver davvero più nulla da dire, se non questo: avere un approccio bulimico e lavorativo al cinema può farti disperare di riuscire di nuovo ad essere rapita completamente da un film, a lasciarti ossessionare, da continuare a vederlo e rivederlo al cinema e uscirne ogni volta arricchita, senza che mai l’emozione si attenui. Ritornare cinefila allo stato puro, brado, no strings attached. Poi succedono pellicole come Chiamami col tuo nome e ti ci abbandoni con gioia, sperando che non ci voglia un quinquennio o un decennio affinché succeda di nuovo.
[RECE][PANEL GUADAGNINO #1 #2 #3]

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