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Eccoci al nono, maschilissimo appuntamento con il cineriassuntone settimanale, in cui vi racconto in breve i film in uscita il 28 febbraio 2019, vi consiglio cosa andare a vedere e cosa evitare come la peste e vi rimando ad opinioni della sottoscritta più dettagliate nel caso vogliate indagare ulteriormente. Questa settimana siano in odore di metafore danesi.

LA CASA DI JACK di Lars Von Trier
Jack, solitario psicopatico completamente ignorato dal mondo, racconta a una misteriosa voce fuori campo come sia diventato quasi per caso uno spietato assassino seriale. Benestante e solo al mondo, inizialmente il suo unico scopo nell’esistenza – oltre a convivere con un forse disturbo ossessivo compulsivo – era quello di costruire la propria casa su un terreno in riva a un lago, sodisfando il sogno mai realizzato di fare l’architetto. L’incontro con una donna particolarmente sgradevole e impicciona lo porta a “provare” l’omicidio, che ben presto diventerà la sua principale attività: attraverso 5 incidenti (ovvero uccisioni particolarmente significative nella sua carriera) Jack racconterà alla voce la sua carriera e la sua visione del mondo.
Stavolta vi è andata bene perché meditavo di scrivere una lunga tirata solo su questa prova ma poi le cose sono andate diversamente. Di materiale ce n’era tantissimo, dato che La casa di Jack centra un divieto ai minori di 18 anni (abbastanza comprensibile, imho), una durata superiore ai 150 minuti e un film autoriale fatto di pura, sconfinata ambizione, come non ne vedevo da tempo. La premessa doverosa è che è il cinema del regista danese qui è così ridotto alla sua essenza, così privo di freni ed inibizioni (commerciali, narrative o stilistiche) di sorta che serve assolutamente un certo piacere di base rispetto ai discorsi un po’ depressivi e un po’ estremi che fa. Io che mediamente l’apprezzo ma senza strapparmi i capelli ne sono rimasta piacevolmente impressionata. Qualche lungaggine ce l’ha e il secondo “incidente” gli sfugge un po’, ma quando si sconfina nell’allegoria vera e propria, nella gioiosa crudeltà (l’episodio con la madre e quello dell’anatroccolo soddisfa ogni recondito sadismo nascosto) e nel dire le cose fregandosene del tutto di lacci e lacciuoli diventa esaltante. Può sembrare un discorso non nuovo – d’altronde stiamo pur sempre parlando di una rivisitazione della Divina Commedia, ma in cui Dante è un assassino seriale – ma a renderlo secondo me particolarmente efficace c’è il fatto che per dove siamo oggi è un rischio, un azzardo, praticamente un’impossibilità girare un film riducendo così tanto i freni che il sentire comune o il mercato t’impone. Qui Von Trier sviscera particolarmente bene il perturbante proprio del contatto con una persona psicopatica, completamente priva di qualsivoglia capacità empatica, anche grazie a un Matt Dillon davvero notevole. Tutti gli attori poi si meriterebbero di andarsene con un ruolo d’addio come quello di Bruno Gantz.
Il discorso poi è da sempre una tematica cara a Lars Von Trier che, come gran parte degli iconoclasti mangiapreti e mangiadei, sente il disperato bisogno di continuare la propria ricerca di Qualcosa, anche se diabolico, anche se incurante, pur di ovviare la vuoto negativo e pneumatico che spesso inghiotte lui e i suoi protagonisti. La soluzione può essere quindi l’arte, il processo creativo che nel plasmare un oggetto o un’idea immortale risulta particolarmente violento verso il soggetto che lo ispira. Uccidendolo, letteralmente. Insomma, La casa di Jack è quasi un film metafora di sé stesso e della sua creazione e potete trovarlo splendido o orribilmente pretenzioso: in entrambi i casi rischiate di avere ragione. Resta il fatto che è un po’ come vedere una stagione di Hannibal di Bryan Fuller – minus the gays – condensata in un film.
Fottuto Cervo Metaforico Spotting – Nel sopra citato episodio della madre con figli c’è la più classica scena di caccia al cervo, che viene ben presto piegata in una metafora davvero sadica. Ho adorato.
Spiegazione finale La casa di Jack – Anticipo già la domanda, ovviamente [SPOILER] as fuck. Dunque, non che ci sia molto da spiegare: Matt Dillon con il mantellino rosso è una sorta di Dante che nel mezzo del cammin della sua vita si ritrova nella selva dell’omicidio, da cui però non uscirà che da morto, si presume (quando casca nel buco i poliziotti già sparano alla porta). Gantz sembra il suo confessore, Caronte e Virgilio, che lo accompagna nel girone infernale a lui destinato. Il peccato che sembra venir contestato a Jack è quello di non aver troppo riflettuto sulla natura della casa/vita che voleva costruire. Da film è chiaro che la sua azione sul mondo da architetto sarebbe stata ininfluente e inosservata, così come è successo per i suoi misfatti da serial killer. La sua solitudine era ineluttabile, ma poteva recare più o meno danno a chi stava intorno a lui. A tormentare Jack non è però la visione dei Campi Elisi – il Paradiso che gli viene mostrato mentre gli viene negato – o la promessa di un giro dove verrà tormentato in eterno, quanto quella del vuoto negativo, come “la luce che rende la pellicola nera”. La possibilità di raggiungere l’altra metà del ponte crollato, di tornare al mondo o di trovare una nuova parte di verità (di senso?) lo porta a precipitare nel magma sottostante. Incapace di accettare prima la mediocrità della sua vita e poi la mediocrità della sua pena infernale, Jack finisce per confermare indirettamente ciò che temeva di più: l’ineluttabilità del nulla.
[RECE]

THE VANISHING – IL MISTERO DEL FARO di Kristoffer Nyholm
Ad inizio 1900 due guardiani di faro con una lunga esperienza e un giovane apprendista partono per una remota isoletta al largo delle già selvagge Isole Flannan (nell’estremo Nord-ovest del Regno Unito). Dovranno rimanere su quello che è poco più di uno scoglio per 30 giorni, controllare la manutenzione del faro e fare in modo che rimanga sempre in funzione, per guidare le navi nei dintorni. 
Ognuno dei tre uomini si trova sull’isola per motivi economici, ma è tormentato da pensieri e rimpianti differenti. Ad unirli e a dividerli sarà il naufragio di un piccolo barchino sugli scogli dell’isola, che porterà ad un escalation di tensione e violenza, fino al misterioso epilogo di uno dei più fitti misteri marinareschi del secolo.
La storia alla base di questo thriller ruvido e ricco di salsedine di Kristoffer Nyholm (uno che in questo campo in TV ha davvero pochi rivali) è un fatto realmente accaduto, su cui sono sorte numerose leggende e riguardo cui si sono svolte parecchie indagini, arrivando a una risoluzione abbastanza plausibile della scomparsa dei tre guardiani. All’epoca l’episodio fu motivo di scandalo e accelleratore della fantasia del pubblico e degli scrittori/poeti, che versarono fiumi d’inchiostro a riguardo, con impotesi più o meno bizzarre.
Il film però decide di dare una sua risposta e di mantenersi sempre entro un confine realistico, scegliendo di mettere i tre uomini di fronte a cimenti e difficoltà da manuale di scrittura classica della tensione. The Vanishing è innanzitutto un thriller molto convenzionale, ma che dal rigore realista con cui affronta le sue svolte narrative e dalla credibilità dei suoi protagonisti cava fuori un motivo di vanto. Inutile sparare alto se poi non sai mantenere le tue mirabolanti premesse, molto meglio un film con le rughe e le uccisioni a mani nude nei punti giusti come questo. The Vanishing non fa nulla di mirabolante ma fa tutto bene, sporcandosi le mani quando necessario, costruendo la tensione quando è possibile, complicando le relazioni di forza del trio di guardiani ogni volta che può. Può sembrare un passo da niente, ma considerate quale miracolo possa essere per uno come Gerard Butler, che negli ultimi anni non ha fatto altro che infilarsi in ciofeche cla-mo-ro-se. O per Connor Swindells, che dopo Sex Education (anche se temporalmente in realtà prima) torna a mostrarsi giovane attore senza guizzi, ma solido come comprimario. A uscirne peggio è forse il regista (anche lui danese come Lars) che con Taboo e The Killing ha saputo portare il girato su un altro livello. Forse il cinema non è cosa per lui?
[RECE]