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Per non tediarvi con l’ennesima, tardiva recensione sull’ultimo film sensazione del Marvel Cinematic Universe ho deciso di articolare in un unico pezzo una serie di riflessioni, scambi e discussioni avute nelle ultime ore con gli amichetti di Twitter riguardo al film e più nello specifico alla sua protagonista. Non è un mistero che all’indomani dell’uscita la critica si sia rivelata più tiepida del solito rispetto all’operazione, indicando sia Black Panther (LOL) sia Wonder Woman (LOL, di nuovo) come film più convincenti in quello che fanno rispetto a Captain Marvel. Perché sono tutti così delusi dal primo, tardivo film Marvel che mette al centro una protagonista femminile? La questione è un po’ articolata e un po’ spoiler, quindi ci vediamo dopo il cut.
Girl power e Mary Sue sono solo due delle definizioni che sono state associate a Carol Danvers, la pilota di caccia che diventa un’eroina dalla forza sovraumana ma che passa un’intero film senza saperlo, senza ricordare chi sia né da dove venga. Il femminismo spiccio delle Spice Girl e uno stereotipo da fanfiction riguardante una protagonista così perfetta da risultare irresistibile per ogni altro personaggio sono due definizioni che sottolineano la superficialità dell’operazione di scrittura del personaggio e quindi la sua stessa inconsistenza.

Non è un discorso del tutto campato per aria, anzi. C’è una grande verità di fondo, che questo film condivide con praticamente ogni film del MCU dell’ultimo quinquennio, ad esclusione forse di Logan e di I guardiani della galassia. La regola aurea dietro i cinecomics di casa Marvel, scolpita in ogni singola scena e scelta è: play it safe, vai sul sicuro. La creatività è un rischio e quindi ripetere uno schema già collaudato è un valore e non un difetto, almeno dal punto di vista dei Marvel Studios. Difficile poi smentirli, guardando al botteghino. Eppure ci sono film più creativi e quasi sperimentali nell’universo Marvel, la cui fase uno prende proprio il via da quel mezzo azzardo riuscitissimo di Iron Man e il cui tono beatamente cazzaro assunto di recente deriva dal successo tutt’altro che garantito di I guardiani della galassia.

Indicare però Black Panther come modello politico e creativo inarrivabile per Captain Marvel non solo mi suscita sincera ilarità, ma significa non aver capito per niente che tipo di operazione sia Captain Marvel, che tipo di possibilità abbia come film. È un film politico negli occhi di chi lo vede, ma per questioni extra cinematografiche che si sono decise ben prima di scrivere il copione e che riguardano la narrazione del film solo di rado. Captain Marvel è il Captain America di questa fase della continuity Marvel: il primo film di un franchise con l’ingrato ruolo di inserire in piena corsa e in super ritardo un supereroe fondamentale per il proseguo di una storia già avviata, il minimo sindacale d’introduzione di un personaggio che deve per forza di cosa completare un ensemble. Se uno ti chiama a fine Infinity War e a quel punto il tuo minutaggio nell’universo Marvel sta a zero, chiedere a 130 minuti di darti la profondità e ricchezza caratteriale di uno che è già apparsi in un paio di film Marvel e poi ha avuto un film di 145 minuti tutti per sé sarà pure lo stesso gioco, ma non è lo stesso fottuto campo.

Somiglia molto di più all’impacciatissima partita giocata da Chris Evans nell’introdurre Captain America, con un film quello sì dalla scrittura risibile, recitato alla meno peggio e portato a casa con un fretta e noncuranza che Marvel non si sogna nemmeno più nei suoi incubi più spaventosi e anarchici. Captain Marvel può scomodare un parterre di attori veri e propri che quel film si sognava (o affidava a giovani promesse) ma ha altre gatte da pelare.
In Captain Marvel ediamo la supereroina condizionata da costrittori più o meno tecnologici per gran parte della pellicola, il che è un’ottima metafora per quello che il film fa alla sua protagonista: la depotenzia volontariamente, togliendole la memoria e i poteri, ma soprattutto lo spazio.
Dai tempi di Captain America la faccenda si è complicata parecchio; non basta più badare solo agli Avangers e a una continuity ancora tutto sommato lineare. C’è un intrico spaventoso di tasti da toccare e di questioni da chiarire ancor prima di parlare di Carol, senza scordare l’aspettativa del pubblico sempre pronto a cogliere ogni minimo accenno, sempre sul chi va là, rigonfio di aspettative.

Sappiamo già che il punto di arrivo deve essere il cercapersone di Nick Fury, ma di lacci e lacciuoli questo film ne ha così tanti da far diventare la sua eroina una versione fetish di sé stessa. C’è tutta la questione del Tesseract, che nessuno si sognava rispuntasse ed eccolo lì a mangiarsi prezioso minutaggio e a riscrivere il passato dell’universo Marvel, scomodando persino Lee Pace. Ci sono due intere etnie aliene da introdurre, spiegare, capire, un sacco di carte trappola da piazzare perché questa saga universale non è ancora finito e già i Seto Kaiba dei Marvel Studios stanno seminando l’incipit di Secret Invasion.

Captain America aveva almeno la dignità di un film tutto suo, che Chris Evans non riusciva assolutamente a sostenere da solo. Errore che Marvel non commetterà mai più, affiancandogli sempre personaggi carismatici, tappabuchi di pregio che insieme a due registi capaci fanno poi fare un’impennata di qualità al suo franchise (e al personaggio).
Captain Marvel questa opportunità non ce l’ha mai, perché di fatto dentro il suo film c’è il mini film di Nick Fury con due occhi e poche rughe, un rapporto da creare con i suoi sottoposti e la sua origin story da dispiegare sul tavolo. Il che la dice lunga su quanto Marvel sia davvero intenzionata a lasciare nelle mani di una donna un intero film: co-regia maschile, coprotagonista maschile e un animale caruccissimo perché una donna sola! Ma siamo pazzi?

Nonostante questo, più che Captain Marvel, è Carol Denvers a muoversi spesso in zone inaspettate. La sua storia la spiegano altri a lei, in un film che per metà e un’elaborata sequenza di spiegoni su un sostrato action, con un interpunzione di scontate battute sugli anni ’90. In un film sin troppo prodigo nel ritrarre gli uomini intorno a lei (lo Skrull simpatico, un Jude Law che davvero ci mette il suo fino a farsi notare, un Nick Fury più giocherellone) Carol Denvers si prende l’unica libertà che le rimane: agire per sottrazione. Non avendo tempo, fa di necessità virtù, liberandosi del superfluo e del vanesio, del posticcio e dello stereotipo. Non ha love interest, non ha uomini che le tengano la manina o le mostrino l’addominale fino alla meta, non ha make over che ci ricordano quanto sia figa e femminile se solo lo volesse, non ha nemmeno i capelli perfetti.

Tutte cose che una protagonista per bene fa e ha, vedi alla voce Wonder Woman. Il fatto che si citi ad esempio un film così elementare e mediato, con una protagonista che è letteralmente figa oltre misura (cioè Gal Gadot), senza mai un capello in disordine (il livello di hair porn è imbarazzante persino per una feticista come me) ma abbastanza carina da non mettere in difficoltà le aspettative altrui, lasciandosi anzi guidare dai bravi ragazzi attorno a lei, per me è francamente un mistero.
Non che Captain Marvel sia articolato, ma nel negare alla sua protagonista tutta questa serie di cose, di fatto già la fa uscire dal territorio di quanto richiesto alla brava protagonista. Non è nemmeno così chiaramente bad ass, non è aggressiva, non è stronzetta. Occasionalmente piazza una battuta d’effetto, spesso alza le spalle, sorride poco, parla il giusto.
È una che non ha memoria di chi sia, una tipa pratica e pragmatica che pilotava i caccia, che va dritto al sodo che non si perde in smancerie. Più o meno quello che ti aspetti da una persona immersa nell’ambito militare. Il suo capo fashion è un giubbotto macchiato di ketchup. Le sue relazioni amicali sono di un’inclusività che va dall’afroamericano allo Skrull, ma senza che sembri santa Maria Goretti. Non ha un moto d’affetto nemmeno per l’adorabile Goose; il fatto che non sia gattara è la cosa più sovversiva che si potesse fare a questo punto.

È una tipa che sta sulle sue, che sa il fatto suo, che deve macinare un’intera vita in quattro sequenze e che come un bravo soldato, esegue la missione. Non è super o sfavillante, o particolarmente carismatica e non prende il suo destino nelle sue mani, perché a inizio film non contengono nulla e alla fine portano il peso di decine di storie altrui. È una tizia normale, che lascia un’impressione tutto sommato positiva, che potrebbe rivelarsi una persona pazzesca, una barba mortale, una stronza incredibile o una che innesca accidentalmente Secret Invasion. Insomma, l’impressione che uno ha di una donna media quando parla con lei per un quarto d’ora scarso; specie se magari la conversazione é collettiva e si svolge in una stanza affollata.

Ma no. Carol non può essere normale, non può prendersi il suo tempo e stare sul chi vive in attesa di potersi ricordare chi sia, in attesa di avere un film tutto per sé per davvero. Deve essere eccezionale dal minuto uno, pur avendo già un potere spaventoso. D’altronde è una donna e un film tutto suo se lo deve sudare il triplo di un Captain maschio e dimostrare almeno il doppio del valore, dimostrare di essere incisiva anche mentre respira o s’imbatte in Stan Lee.

Questo ci dice molto di quanto saranno composti e pettinati i film Marvel da qui alla prossima crisi creativa, produttiva o monetaria, ma soprattutto ci dice tantissimo di quanto siano spaventose e francamente insostenibili le aspettative verso una donna, super o normale. 15 minuti tutti per sé, il tempo di dire piacere sono Carol e già non è abbastanza, non è giusto. Anche se sei super: non lo sei nel modo giusto, lo sei troppo, non lo sei come quell’altro o quell’altra. Ma Carol cara, a me vai bene così: prenditi il tuo tempo per decidere chi vuoi essere, chi vuoi salvare e chi no. Torna pure dallo spazio dopo 20 anni con dieci centimetri di ricrescita perché eri troppo impegnata a salvare gli Skrull (anche se, diavolo, sembra una pessima idea) per avere sempre i capelli perfetti.

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