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È davvero incredibile cosa siano disposti a finanziare i produttori statunitensi pur di preservare le fragili pupille del loro pubblico dalla mortal offesa dei sottotitoli. È davvero sconcertante assistere ai salti mortali che deve compiere un’attrice over 50 – anche se di primissima fascia e comprovato talento – per ricavarsi un ruolo da protagonista, un personaggio a tutto tondo degno di essere interpretato.

Da queste due disturbanti premesse stavolta però non nasce un piccolo fiore indipendente, bensì Gloria Bell, quella che ai miei occhi appare come un’ingiustizia, per quanto ben realizzata e dal risultato gradevole; una pellicola che ci riporta al solito discorso di corvée garantita per quanti, anche con un Oscar in mano, osino bussare alla porta di Hollywood con un passaporto straniero.

Era il 2013 quando un regista cileno di belle speranze e qualche buona prova nel recente passato girava Gloria, un lungometraggio di discreta fortuna internazionale, che incantò la critica e gli fece varcare i confini nazionali. Quel regista era Sebastián Lelio, che sei anni più tardi avrebbe stretto tra le mani un Oscar come miglior film straniero sul palco degli Academy Awards, al fianco del produttore e nume tutelare del cinema cileno festivaliero Pablo Larraín.
A entrambi i registi stuzzica l’idea di provare a misurarsi con il cinema statunitense, bussando con più forza alla porta della celebrità internazionale, al di fuori del circuito cinefilo, dove sono già star premiatissime e molto amate.

A Larraín toccherà uno scarto di Aronofsky che trasformerà in quel gioiello di Jackie, facendo guadagnare alla sua protagonista Natalie Portman una nomination agli Oscar. All’amico Lelio assegneranno prima un film come Disobedience – che avvolge la spumeggiante sensualità del suo cinema in una forma rigorosissima – e poi Gloria Bell, con protagonista Julianne Moore. L’omonimia non è causale: Gloria Bell è infatti il remake della pellicola che ha girato solo 5 anni e 2 film prima.

A spingere per il progetto è la stessa protagonista, la 58enne Julianne Moore, che evidentemente nonostante la sua carriera stellare qualche problema a trovare ruoli alla sua altezza ce l’ha. Così quando vede il film cileno, si attiva per comprarne i diritti e rifarlo in salsa, lingua e contesto americani; il classico remake a uso e consumo del pubblico statunitense che, per tradizionale ritrosia verso “i film stranieri” (ovvero tutto ciò che non è inglese o americano, ovvero tutto ciò che viene considerato automaticamente come ricercato ed elitario), si ritrova davanti la versione americanizzata del soggetto originale.

Lelio non è certo il primo regista che si ritrova nella non semplice situazione di ripetere sé stesso, ma qui siamo davvero a un caso tra il limite e il paradosso: sono trascorsi solo 5 anni da quando ha girato un film che non è passato inosservato, anzi, che è ancora strettamente associato al suo nome. Lui in carriera di film ne vanta solo 5 a quel punto e solo Una donna fantastica (quello per cui ha vinto un Oscar) è migliore di Gloria.
Lelio è uno specialista di ritratti al femminile a tutto tondo, che colgano i personaggi di donne di ogni età ed estrazione sociale dall’angolazione pubblica e privata, nei momenti più importanti delle loro esistenze come nelle facezie più quotidiane. Il suo scopo, film dopo film, è riprodurre lo spettro emotivo più variopinto e completo possibile della donna di turno, con tutte le sue complessità e problematiche.

A proposito di questa operazione, che non essendo stupido capisce come possa venir percepita, Lelio parla di una sorta di spettacolo teatrale, in cui il copione viene ripetuto in un altro contesto, mantenendone lo spirito originario. Julianne Moore si affretta a dire che nulla è stato “rubato” ma che, mantenendo il canovaccio originale, si è ricreata la stessa vita ricca di eventi e sfumature di una donna over 50 con i figli ormai grandi, un ex marito con cui ha appena ripreso a parlare, una nuova fiamma da gestire e una passione per il ballo in un altro contesto.
La vera vincitrice dell’operazione è proprio lei, Julianne Moore. La sua performance nei panni di Gloria Bell è sfaccettata e conquista lo spettatore, regalandogli quasi due ore d’intimità con un personaggio ottimamente costruito, ricco di sfumature. Gloria è una donna indipendente e caparbia, ma è sublime come qua e là si affacci sempre una sorta di memento mori rispetto alla pensione che si avvicina, la morte che non è più un’eventualità lontana ma qualcosa di concreto, più vicino, con cui cominciare a fare i conti; una medicina che bisognerà prendere “per il resto della vita”, una figlia che si allontana irrimediabilmente, la tentazione di cedere la propria indipendenza da divorziata per tornare ad avere qualcuno vicino.

Tuttavia il merito dell’attrice statunitense è limitato nella misura in cui si limita a sfruttare il coefficiente di un personaggio strepitoso, con una scrittura ricca e stratificata che il cinema sudamericano riserva spesso a personaggi di questo sesso ed età, ma che è pressoché introvabile nel cinema statunitense, anche indipendente. Tuttavia nel 2013 Gloria – semplicemente Gloria, ancora senza cognome – si era fatto notare proprio grazie alla performance altrettanto e forse ancor più strepitosa di Paulina García, tant’è che nei poster internazionali era il suo il nome che campeggiava sulla locandina. È stata quella performance a portare il film all’attenzione di Julianne Moore, colpita da un personaggio che García ha saputo incarnare fino a dargli un’anima. La versione originaria di Gloria è più vivida e centrata perché intorno a lei il contesto non si sfuma in un vago indefinito universale, ma parla della realtà politica e sociale cilena, nella maniera sottile che i registi di Fabula utilizzano: c’è un televisore che trasmette le immagini della protesta, c’è un passaggio molto incisivo sul fantasma del Cile di un tempo che vive in quello di oggi, sostituito nella versione statunitense da un dialogo sulla facilità con cui si reperiscono armi. Quando la nuova fiamma di Gloria dice di essere stato in Marina e l’amico di lei chiede se sia un militare e lui replica “no, ero nella Marina” c’è tutta una tensione inesprimibile in Gloria Bell, perché non c’è nessuna dittatura militare a cui alludere.

Oltre ai riferimenti cileni, Gloria Bell taglia davvero pochissimo dall’originale, che dura solo 8 minuti in più del suo remake. Non è solo una questione di tagli, è anche un susseguirsi di composizioni, scene e scambi che sono ripetuti pedissequamente, senza alcuna variazione. Si fatica ad individuare le differenze, in scene riprese esattamente allo stesso modo. In Gloria c’è qualche soldo in meno, più camera a spalla e nella scena del ristorante la disposizione di lei e lui a tavola sono invertite rispetto al remake successivo. Lelio di fatto sta girando il medesimo film, senta volere (o potere?) riflettere il supposto e promesso “cambiamento di contesto” in un qualsivoglia cambiamento di regia, montaggio o composizione. A variare sono giusto le tracce musicali, che nella loro versione statunitense (e quindi gioco forza più nota) risultano mortalmente banali, già sentite in molti film che puntano a rievocare gli stessi anni di gioventù che Gloria ripercorre attraverso l’autoradio in macchina. Umberto Tozzi qui canta in spagnolo, lì è sostituito dalla versione inglese di Laura Branigan; contando la centralità della canzone nel climax finale, sembra quasi una metafora musicale che rafforza la ripetizione del film stesso.

In un gioco di riflessi e ripetizioni così pedissequo, sono le variazioni minime a fare la differenza. In Gloria Bell si nota quanto Lelio sia maturato come regista perché la sua conduzione, pur più impersonale del passato, sa creare immagini più eleganti e imprimere improvvise accelerazioni emotive, anche se siamo lontanissimi dal genio visivo di Una donna fantastica.
La scopiazzata invece non giova per niente al sistema statunitense (anche indipendente) e alla sua credibilità cinematografica. Con due star come Moore e Turturro come protagonisti e con le solite limitazioni a sigarette e scene di sesso, Gloria Bell finisce per essere la versione più glamour e anonima di Gloria, che nella sua ruvidezza e nel suo realismo attinge a una forza irreperibile nel nord del continente americano.

Julianne Moore trasforma inavvertitamente gli occhialoni del personaggio in vezzo fascinoso, laddove Paulina García gli faceva giustizia rendendoli espressione sintomatica del personaggio e della sua transizione verso la terza età. L’attrice statunitense può ben tenere il trucco al minimo, ma con i trattamenti a cui si sottopone per un solo red carpet annulla tutta quell’aura di quotidianità e anonimato che Paulina García non deve nemmeno sforzarsi di irradiare. Non è una questione di genetica o bellezza: è una controindicazione di volti familiari e famosi, che uccidono la possibilità di raggiungere un certo grado di autenticità.

Il punto non è se Gloria Bell sia o meno un buon film (lo è) ma quanto sia avvilente che si frapponga tra il pubblico e l’originale, che pur essendo stato diretto da un regista più immaturo, ha un paio di lezioni da dargli.
Il punto è che Paulina García non ha in un decennio o in un’intera carriera la possibilità di fare sua una storia di rilevanza internazionale come ce l’ha Julianne Moore (che un film se lo può persino produrre).
Il punto è che di dovrebbe esserci qualcuno che scriva queste storie a Hollywood, affinché le Aniston e le Moore e le Sarandon non si avvalgano del loro potere economico e glamour per fare proprie le storie delle Paulina García, delle Sônia Braga e delle Sandra Hüller del caso. Il punto è che uno col talento di Lelio non dovrebbe perdere tempo a ripetere sé stesso, quanto potrebbe girare nuovi film e regalarci nuovi ritratti di donne.

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