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Thanos ha vinto. Da quello schiocco di dita non si torna indietro, non importa quanto (tanto) e cosa succeda in Avengers: Endgame, il finale di partita già annunciato in maniera sibillina da Doctor Strange durante Infinity War.
Thanos ha già vinto, nella misura in cui il suo schiocco di dita è entrato nell’immaginario collettivo globale, definendo uno dei pochi punti di svolta e di non ritorno del complesso e talvolta ripetitivo e paraculo mondo dei cinecomics in quest’epoca di usato sicuro e rischio zero. A diventare cenere non sono stati solo metà dei supereroi e degli esseri viventi dell’intero cosmo, ma anche larga parte di un certo approccio – in via di superamento – di concepire e costruire cinecomics.

In questo senso Endgame non può che partire dall’elaborazione dello shock e del lutto del pubblico, finendo per essere prevedibilmente costellato di scelte sicure e prevedibili, soprattutto al suo avvio. Attenzione però: fornendo tutta una vastissima tipologia di fanservice – da quello degli amanti delle classifiche della potenza dei supereroi alle fissate con il bromance – e passaggi a lungo desiderati dai personaggi e attesi dal pubblico, Endgame sembra una restaurazione, ma a ben vedere è l’ultimo chiodo che i Russo martellano sul coperchio di una bara cinematografica.

Dentro c’è la salma di un certo modo ormai datato di fare i cinecomics, di concepirne i limiti, persino di cosa e soprattutto chi debba essere un supereroe. Non è un caso se in una manciata di scene finali i Russo danno il via a una serie notevole di cambiamenti a lungo implorati dal pubblico più progressista da cui i loro predecessori sono rifuggiti, la Marvel stessa si è ritratta spaventata, perdendo tempo prezioso, preziosissimo, per evitare di saturare il genere, per mantenerlo connesso a un mondo di sensibilità storiche e sociali in perenne evoluzione.

 

Al di là delle morti vere e proprie – ineludibili, direbbe Thanos – e di quelle che non implicano la cessazione fisica del personaggio, ma segnano un cambio della guardia generazionale e sociale difficilmente reversibile, si può ben dire che nessuno sia sopravvissuto davvero a Thanos. Alcuni non ce l’hanno fatta, ottenendo in cambio un finale degno, persino uno sviluppo della storia per la prima volta all’altezza del loro personaggio.

Chi è sopravvissuto è fedele a sé stesso sì, ma trasfigurato in una versione più fumettistica, adulta e complessa del suo ruolo. Endgame per esempio punta in maniera matura all’umanità dei suoi supereroi, riscrivendo dalle fondamenta gregari altrove maltrattati come Vedova Nera e in particolare Occhio di Falco, che diventano autentici leader del film, carismatici e protagonisti tanto quanto i loro contraltari superumani. Funziona altrettanto bene la smitizzazione forzata (e lo dico con enorme rimpianto, sia chiaro) del più mitologico del gruppo, Thor, il dio del tuono. Qui non solo riabbraccia il suo nucleo originario di eroe ingenuo e tonto, dall’animo perennemente fanciullesco, ma viene volutamente trascinato nel suo punto più basso, senza per questo negarne il valore (prova dell’ascia alla mano). Il tutto funziona perché Chris Hemsworth, ormai lo sappiamo, a differenza del suo personaggio ha dimostrato di avere una versatilità inaspettata e di avere una notevole verve comica.

Con Chris Evans, sicuramente scongelatosi rispetto al passato ma comunque meno poliedrico, si gioca sul sicuro, con una serie di passaggi epici del Cap e con un confronto/scontro umano con Tony Stark che fanno di Endgame anche la fine, la conclusione più degna e forse l’unica vera espressione dell’epica drammaticità dell’originale arco narrativo di Civil War.

Non che manchino personaggi poco sviluppati o mal gestiti, anzi. Tutta la nuova leva è sostanzialmente in stand-by, in attesa di conquistare la prima fila, ferma ai blocchi di partenza, come è giusto che sia. Se Infinity War è stato l’inizio di qualcosa, Endgame (pur infarcendo le sue tre ore di germi di saghe future, apparizioni e scomparse sibilline, vaghe allusioni che costituiranno di certo sviluppi nella quarta fase) si occupa di tirare le fila del nucleo originario. Purtroppo c’è anche chi rimane irrisolto, vedi alla voce Hulk; un personaggio che a conti fatti è stato gestito in maniera contraddittoria dall’inizio alla fine e anche qui non convince davvero. Va forse peggio a Captain Marvel, fresca di presentazioni e costretta ad apparire e scomparire a comando, in un ruolo decisamente pretestuoso e posticcio, sacrificata per permettere al film di raggiungere la massima epicità.

Il vero protagonista però, era già intuibile dai tanti promo, è Iron Man, oltre che all’uomo dietro la maschera. Tony Stark, o forse ancor di più Robert Downey Jr, il primo attore a metterci la faccia quando non ci credeva davvero nessuno, risorto grazie al ruolo e capace di dare i natali alla seconda e terza era del MCU. In un ruolo che ormai non gli è più cucito addosso, è divenuto parte integrante della sua persona, Downey Jr si spinge laddove solo Hugh Jackman è arrivato. Non è un caso che siano due antesignani del genere supereroistico, segnati dal tempo e dall’esperienza in innumerevoli pellicole, ormai inscindibili dai loro ruoli ad aver strappato – uno con Logan, l’altro con Endgame – un ruolo drammatico a tutto tondo, pieno di un pathos e di uno spessore che si spinge oltre al “semplice” film d’intrattenimento. D’altronde è sin da Infinity War che i Russo stressano il parallelo tra Thanos e Stark, due geni e visionari, pronti a plasmare il mondo così come da loro immaginato, pronti ad affrontarne le conseguenze.

In questo senso torna al centro il confronto con Captain America, un solido rapporto di fiducia incrinato da un tradimento vissuto come tale da ognuno rispetto all’altro, un’intesa e poi una crisi su cui si è evoluta la saga degli Avengers. Ci sono poi tante sottotrame quante eroine e paladini del bene, c’è un’inesauribile fonte di materiale per analisi e scritti critici; una miniera di dettagli da valutare, di prima e dopo da paragonare. Endgame è il dopo destinato a diventare il prima della nuova fase, con tante investiture, consegne di titoli e simboli, partenze e addii. Ci sono morti ineludibili e passaggi di guardia che sembrano tali, epocali nella loro forma e forza. La sorpresa più grande è che la fine è tale, senza parentesi, anticipazioni, ammiccatine o aggiunte extra.

Sicuramente a una seconda e terza visione Endgame mostrerà le sue pecche, ma in sala, di fronte a un pubblico vergine, rinnova la rara magia della partecipazione; il pubblico è tutto riunito, unito dalla condivisione di un vissuto, una famiglia che applaude, piange e ride, tiene davvero a personaggi con cui ha trascorso 10 anni di vita e cinema insieme.

L’auspicio e l’unico modo per mantenere la potenza di Endgame tale è riconoscere a Thanos di aver tracciato un solco, lasciato un prima e un dopo. Se si eviterà di tornare sui propri passi e ripetersi Endgame sarà la fine gloriosa e irripetibile di un’era, se invece la smania di ripetersi per l’ennesima volta e tornare sui propri passi avrà la meglio, dell’emozione grandiosa che suscita non rimarrà che cenere.

I cinecomics devono essere pronti a cambiare, così come i loro protagonisti: riscoprirsi più piccoli, più fallaci, più adulti e coraggiosi, così come sta facendo il pubblico, di fronte a questo inizio di Millennio più difficile e tenebroso che mai. Riconoscer il proprio valore non in quello che appaiono essere, ma nel loro sforzo di diventare ciò che sentono di essere, ciò che desideriamo e meritiamo.

 

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