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Lascia una carica di entusiasmo dietro di sé Il Traditore, il nuovo film di Marco Bellocchio che solo soletto tiene alta la bandiera del cinema italiano nella selezione ufficiale di Cannes 72. È come incontrare un amico che non si vede da molto tempo, che non era sembrato troppo in forma nei ricordi più recenti e ritrovarselo davanti nel pieno delle forze, rinnovato e arzillo.
Vitale, esuberante: l’ultimo film di Bellocchio stupisce proprio per il piglio energetico e la verve che, se proprio non fanno volare via le due ore e mezza di epopea mafiosa, di certo non consentono allo spettatore di distrarsi o annoiarsi. Rinnovato nell’energia e nelle idee, Bellocchio gira un’epopea criminale italiana sospesa tra suggestioni localissime (non a caso in parecchi hanno citato Un giorno in pretura) e un certo cinema “criminale” di Scorsese.
Il traditore si apre con una festa tra famiglie nemiche che hanno trovato un’apparente tregua: da una parte i Sant’andrea e gli affiliati Buscetta, dall’altra i Corleonesi e l’influenza crescente di Totò Riina. È la quiete prima della tempesta: Tommaso subodora istintivamente il pericolo e torna in Brasile con la terza moglie Cristina e i figli più piccoli, lasciando dietro di sé i due ragazzi più grandi.

Il boss dei due mondi è un predatore istintivo e inquieto che Bellocchio tenta di decodificare attraverso la caduta e la sua reazione da fiera ferita a morte. Il paragone non è casuale, perché immagini di tigri e iene dietro le sbarre che camminano incessantemente scorrono qua e là nel film, alla ricerca di una metafora caratteriale che si rivela piuttosto calzante.

Buscetta azzanna Cosa nostra alla gola e, tra presunto rimpianto per la vecchia”mafia dei valori” e concreta volontà di vendicarsi dei nemici, trascina nella sua morte criminale non solo i suoi nemici, ma l’intera cupola, assicurandosi un trattamento di favore e la libertà fisica. È una libertà dal giogo dello Stato ma non dalle maniere di Cosa nostra, che “sa essere paziente”. Nella seconda metà del film Bellocchio racconta il tramonto di Buscetta e il suo scrutare le nuvole all’orizzonte e le ombre alle sue spalle, riuscendo a uscire da una certa logica ed estetica televisiva, convincendo sempre più. Buscetta il regista se lo immagina fino alla fine guardingo col semiautomatico al fianco, memore di quando fu lui ad aspettare anni per portare a compimento una sentenza di morte.

 

Il ritratto di Bellocchio mette totalmente al centro Buscetta, il boss ma ancor prima l’uomo. Passionale con le donne ma straordinariamente accorto con i meccanismi del potere, restituisce il fascino muscolare e l’intelligenza primordiale ma quasi premonitrice del suo soggetto. Sull’altare di questo ritratto però si sacrifica tanto, tantissimo, forse troppo per considerarlo un successo senza riserve. Innanzitutto Bellocchio ruba il posto a Falcone: il giudice è in penombra – in senso fotografico e narrativo – perché è il regista a scrutare dentro a Buscetta.
Anche gli antagonisti mafiosi rimangono per gran parte inconsistenti, a partire da Pippo Calò (Fabrizio Ferracane), che dovrebbe essere la nemesi naturale di Buscetta ma fatica a imporsi.

Chi s’impone come avversario alla pari pur avendo pochissimo spazio è Nicola Calì nei panni di Riina. Aiutato dall’allure saguinaria del mafioso e da una rassomiglianza notevole, riesce a portare su schermo quella stessa istintualità animale che Favino riesce a imprimere al suo personaggio in un ritratto intenso, riuscito ma forse un po’ scarso nel staccarsi dall’identità del suo attore per diventare una persona a tutto tondo. Riina e Buscetta sono due razze diverse di mafiosi e d’uomini a confronto. Buscetta incarna il lato animale solare e familiare, sottilmente epicureo e saggio, quasi schivo, Riina il lato oscuro, frigido e rigido, sfacciato nel suo ostentare e ricercare il potere.

L’avvio di Il traditore risultato quasi televisivo e forse le vicende giudiziarie mancano del tocco giusto per risultare cinematograficamente appaganti quanto le ammazzatine e la parabola calante del protagonista. Se alcuni passaggi sono fulminanti, in altri non si capisce bene cosa volesse fare Bellocchio, vedi l’inserimento pasticciato di Andreotti o il tragico utilizzo di Cristina  (Maria Fernanda Cândido) come un corpo femminile da esibire e scopare, quando s’intuisce chiaramente che lì da qualche parte c’è un personaggio capace di tenere testa al protagonista.

Lo vado a vedere? Il traditore è così ricco d’informazioni da dover ricorrere a spiegazioni testuali, sottotitoli, conte: la storia che narra è invero complessa, ma quello che sfugge a un Bellocchio preda dell’entusiasmo è la capacità di sintentizzare, ridurre, rendere esplicito e palese. Durante il maxiprocesso a Cosa Nostra un avvocato lamenta che per i colleghi che vengono dal Continente le testimonianze date in siciliano strettissimo dagli imputati risultano incomprensibili. Man mano che ci si allontana dalla stretta conoscenza della materia narrata, per ricordo, contiguità geografica o passaporto, ci si sente spaesati come i “continentali” del film. Bellocchio non dirigeva da un po’ un film così convincente e interessante, ma manca completamente il bersaglio di un biopic di questo tipo; rendere una storia sconosciuta immediata, per tutti gli spettatori.

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