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Progetto Palma è la rubrica di gerundiopresente che si propone di ripercorrere, decennio dopo decennio, la storia del Festival di Cannes, (ri)vedendo i film vincitori del premio più prestigioso e interrogandosi sul valore delle pellicole vincitrici e della loro vittoria a distanza di tempo.

In questa seconda parte, Progetto Palma si confronta con i 10 film “impalmati”  dal 1997 al 2007. [prima parte – 2007 -2017]

2007 – 4 mesi 3 settimane 2 giorni di Cristian Mungiu
Otilia è un studentessa intraprendente, capace di muoversi nelle zone grigie del regime di Ceaușescu per ottenere qualche piccola comodità. Aiutare la sua amica Gabita – la mite compagna di stanza al dormitorio femminile – ad abortire clandestinamente si rivelerà un’odissea traumatica per entrambe.
È la Romania del 1987, ma quello tratteggiato da Mungiu è un posto qualunque tra i tanti dove l’aborto è stato, è e rischia di tornare ad essere illegale. Il messaggio politico fortissimo del film arriva potente attraverso il suo stile minimalista, quasi naturalista. L’intervento diretto del regista a commento di quanto Gabita e l’amica Otilia devono subire è praticamente nullo, eppure è una delle Palme più politiche di sempre, che non glissa su nulla anzi, contiene una delle scene più sconvolgenti del cinema in tutta la sua cruda, scarna verità. Mungiu ritrae magistralmente un’intera società che dietro il divieto all’aborto e la criminalizzazione dello stesso cela a malapena un sessimo diffuso, stratificato, trasversale, che rende facile a ogni uomo prevaricare la donna di turno, sia in ambito legale sia in quello illegale.

Meritava la Palma? Quell’anno in concorso a Cannes (in una tornata davvero benedetta dall’ottava musa) c’erano autentici capolavori come Non è un paese per vecchi e Zodiac, ma il film di Mungiu non solo non è invecchiato di un giorno ed è ancora tragicamente attualissimo (se ne potrebbe presto girare un remake in Louisiana) ma è anche una grandissima pellicola.

2006 – Il vento che accarezzava l’erba di Ken Loach
Damian è un giovane medico che sta per lasciare la poverissima Irlanda del 1920 per andare a lavorare a Londra. L’arrivo delle truppe inglesi e la morte di un conoscente lo spingerà a entrare nell’IRA. La una battaglia contro l’occupazione inglese si trasformerà via via in una drammatica guerriglia fratricida tra i compagni di sempre, uniti contro il nemico inglese ma divisi di fronte alle condizioni di pace proposte da Londra.
Nella scorsa puntata accennavo al fatto che non sono una grande fan del cinema di Loach con tutto quel suo carico di miseria umana denunciata ma talvolta sin troppo semplificata per demonizzare il capitalismo. In questo caso invece è tutto tragicamente in equilibrio, senza giusto e sbagliato, senza vincitori né vinti (o forse tutti sconfitti dalla Storia). Il vento che accarezzava l’erba è uno dei migliori film mai realizzati sulle drammatiche vicende terroristiche dell’IRA, che diventano qui paradigmatiche per quasi ogni lotta indipendentista. Alla prova dei fatti Loach denuncia come il singulto alla libertà finisca anche in caso di vittoria per dividere puristi e possibilisti, scatenando drammatiche derive fratricide. È intenso, violento, commovente, con un ricorrere d’immagini che a una seconda visione si rivelano un elegantissimo foreshadow della drammatica chiusa. Bonus: un giovane Cillian Murphy in una delle sue migliori performance di sempre.

Meritava di vincere la Palma? Una Palma meritatissima, per quello che ad oggi sembra ancora il più forte film della selezione ufficiale.

2005 – L’Enfant – una storia d’amore dei fratelli Dardenne
Bruno e Sonia sono una coppia di giovanissimi spiantati che vivono di piccoli furti ed espedienti di ogni sorta, a un passo dall’essere senzatetto. La nascita del figlioletto dei due porterà Bruno a compiere un tragico errore, che comprometterà forse irrimediabilmente il futuro del loro profondo legame amoroso.
Tutto quello che in Ken Loach mi irrita e mi indispone finisce per conquistarmi e commuovervi nei Dardenne, che qui confezionano in meno di 90 minuti una storia semplice ma mai semplicistica su una paternità elaborata tardivamente, per vie traumatiche. Quello che i Dardenne, Audiard e più in generale i registri francofoni non scordano mai di fare (a differenza di Loach) è di raccontare sì la miseria, ma di persone a tutto tondo, i cui errori non vengono censurati in nome di una supposta purezza dell’emarginato e del debole. Nei protagonisti dei Dardenne c’è tutta l’ingenuità, la rabbia e l’orgoglio di chi la condizione di indigenza in cui è costretto a vivere la interpreta come una vocazione, una scelta, la rivendica con orgoglio. Qui un giovane Jérémie Renier si macchia di un atto orrendo, in un film che segue sommessamente l’incedere nervoso, a tratti ingenuo, dei suoi protagonisti. Stavolta bisogna dare ragione ai titolisti italiani: l’infante del titolo originale è più che altro un pretesto per raccontare una storia d’amore travolgente, che si trova a tentare di superare una frattura che pare inconciliabile.

Meritava la Palma? Con le meritevoli eccezioni degli splendidi A History of Violence di Cronenberg (forse il miglior film in concorso) e Quando sei nato non puoi più nasconderti di Giordana, i Dardenne non hanno trovato resistenza su loro cammino verso la seconda Palma.

2004 – Fahrenheit 9/11 di Michael Moore
Il documentarista Michael Moore ricostruisce quanto venuto prima e dopo gli attentati alle Torri Gemelle, evidenziando l’incompetenza e l’abuso di potere del presidente George W. Bush.
Quella a Moore è stata la classica Palma che fotografa (o scatena?) un grande cambiamento cinematografico, un attimo storico che all’epoca fece un clamore incredibile. Tra le Palme di questo decennio è sicuramente una delle più discusse e risonanti a livello internazionale. Moore di fatto qui raffina e potenzia il suo approccio personale e apertamente “di parte” allo stile documentaristico, dando una spallata a un certo taglio ingessato e neutrale che aveva fino ad allora prevalso in questo linguaggio. Non solo: è dalla sua vittoria che i documentari hanno almeno parzialmente spesso di essere considerati fratellini minori del cinema di narrazione e d’autore. Sono fermamente convinta che il nostro Gianfranco Rosi non sarebbe mai riuscito a vincere Leone d’Oro e Orso d’Oro con il suo lavoro documentaristico (ci pensate mai, che ha vinto entrambi nel giro di un paio di anni?) se quasi 15 anni prima Moore non avesse provato che era possibile per il documentario primeggiare. Quindi sì, se per Frederick Wiseman c’è ancora speranza di una qualche vittoria festivaliera che disperatamente cerca da anni è merito di Moore, almeno un po’.  Difficile poi non considerare l’evoluzione caustica di una serie di registi come Adam McKay (Vice e La grande scommessa) come diretta eredità e conseguenza dello stile di Moore. Quanto sia poi ancora cinematograficamente valido questo film, beh, quello è tutto un altro discorso.

Meritava la Palma? Sicuramente è stata una scelta che ha fatto la storia e probabilmente ha cambiato un pezzettino del futuro cinematografico autoriale. Tuttavia ci voleva un folle come Tarantino per premiare Moore ignorando un film epocale (e tra l’altro molto vicino al suoi stessi gusti) come Old boy di Park Chan-wook, ancor oggi più citato e rinomato di Fahrenheit 9/11. Sfioriamo poi il paradossale (o soppesiamo una certa partigianeria statunitense) se pensiamo che il regista sudcoreano è arrivato all’attenzione dei cinefili e dei festival occidentali grazie alla calda raccomandazione di Tarantino ai tempi del suo film JAG. In concorso poi c’erano altri due dei miei assoluti favoriti: Le conseguenze dell’amore (ad oggi il miglior Sorrentino di sempre) e Nessuno lo sa di Hirokazu Kore-eda. Qui però la Palma è arrivata, con 14 anni di attesa.

2003 – Elephant di Gus Van Sant
In un anonimo liceo statunitense due ragazzi si apprestano ad aprire il fuoco su studenti e docenti: il film ripercorre le storie degli assalitori, di alcune vittime e sopravvissuti, prima, durante e dopo la carneficina.
Ah, i bei tempi che con 80 e passa minuti potevi piazzare un film da Palma! Quello di Van Sant è passato alla storia come il film sulla strage del liceo Columbine, anche se in realtà la narrazione è generalizzata, resa volutamente confusa nei motivi cronologici e geografici. Tanto che 15 anni dopo bisogna andare a documentarsi per trovare i chiari riferimenti a quella strage, divenuta sintomo di un disagio incessante negli Stati Uniti. La zazzera bionda del protagonista, le lunghe riprese di spalle dei protagonisti che quasi ciondolano per i corridoi della scuola e quelle riprese di sbieco e dal basso di un cielo indifferente sono diventante il simbolo di un certo cinema indipendente dell’epoca e ad oggi sintetizzato alla perfezione una certa estetica d’inizio Millennio. Elephant invece non è invecchiato di un giorno: il suo scomodo elefante nella stanza è ancora vivo e vegeto in mezzo a noi. Come il film postulava nel 2003 e come ancor oggi la cronaca conferma, non esistono facili risposte, forse nemmeno ne esistono, sui motivi dietro a un gesto del genere. Van Sant mescola le storie degli assalitori e quelle delle vittime, condendole entrambe di elementi quotidiani e associazioni banali (i videogiochi violenti, il bullismo) per ricordarci che prima che le pistole sparino, non c’è mai un noi e un loro, ma solo un gruppo di adolescenti mosso da pulsioni simili, preda del quotidiano e del banale.

Meritava la Palma? Gli altri film forti dell’annata furono Le Invasioni Barbariche e Dogville, ma Von Trier aveva vinto qualche anno prima, per cui Van Sant l’ha spuntata.

2002 – Il pianista di Roman Polanski
La vera storia di Władysław Szpilman, dotatissimo pianista polacco che raccontò in un romanzo la propria drammatica esperienza durante la Seconda guerra mondiale a Varsavia. Dall’invasione tedesca alla creazione del ghetto, fino alla fuga e a un disperato tentativo di sopravvivenza nascondendosi con l’aiuto della resistenza polacca, degli amici di un tempo, persino di un militare tedesco, fino all’arrivo dell’Armata Rossa.
Qualche anno fa mi è capitato di incontrare Adrien Brody, che a distanza di quindici anni rievocava ancora con angoscia la lavorazione di un film che gli chiese tutto, fisicamente e psicologicamente. Raccontava che oltre a soffrire la fame e a dover reggere in solitaria per molti tratti un film monumentale nelle sue dimensioni e nella sua angoscia, si sentiva oppresso dall’idea di non trasporre adegua
tamente una storia personale che s’incrociava fatalmente a quella di Polanski stesso. Polanski e Brody sono ben consapevoli che il loro coccodrillo comincerà con la citazione di questo film tanto drammatico quanto potente, un capolavoro che con uno stile semplice e dai toni sommessi ricostruisce non tanto e solo la vita di Szpilman, ma anche la nascita, l’evoluzione e la fine del ghetto di Varsavia, terribile simbolo dell’Olocausto. Basta guardare qualche foto dell’epoca per comprendere il certosino, maniacale lavoro di ricostruzione che sta dietro a questo film dalle dimensioni incredibili, figlio di un’urgenza ossessiva e angosciosa di Polanski di raccontare quella storia, di intrecciarla con la sua, di narrare dal di dentro il dramma ebraico.
Così come Schindler’s List è figlio di uno spettatore esterno che sente il dovere raccontare (e non a caso attraverso gli occhi di un gentile, di un esterno alla vicenda, così come furono sostanzialmente gli ebrei americani nella Seconda guerra mondiale) Il Pianista racconta un fardello vissuto personalmente e familiarmente da Polanski. È quindi un racconto interiore e intimista: del pianista protagonista e di Polanski, che mette in campo il suo film più personale e viscerale. Il tutto si fonde incredibilmente bene con una dimensione collettiva e mastodontica, con una quantità incredibile di comparse, rendendo Brody avanguardia di un’intera comunità protagonista del film e del tentativo altrui di annientarla. Non è un racconto eroico di resistenza, è una drammatica testimonianza di sopravvivenza, di chi afferra la propria vita e tenta di non lasciarsela sfilare via dalle dita.

Meritava la Palma? Quell’anno a Cannes forse solo Arca Russa di Sokurov poteva muoversi su livelli simili, ma Il pianista è un film così quieto e sommesso, capace poi di accellerate vertiginose (la defenestrazione dell’invalido, la morte del bambino strisciato sotto il muro del ghetto, la fila di macerie senza fine che fu Varsavia) e coronato da una performance in-cre-di-bi-le di Brody (che fu la sua fortuna e la sua maledizione) che non ci fu e non c’è ancor oggi partita. Piccola nota finale: Polanski in vita sua di cose decisamente discutibili ne ha fatte parecchie, ma dà i brividi pensare che quanto avesse dovuto umanamente affrontare già prima dell’omicidio di Sharon Tate.

2001 – La stanza del figlio di Nanni Moretti
Alla morte in un incidente subacqueo del giovane figlio, un padre deve fronteggiare il devastante dolore della perdita, che mette a dura prova la tenuta di una famiglia affiatatissima.
L’ultima Palma d’oro italiana l’ha vinta Nanni Moretti 18 anni fa. Sarà perché l’ho conosciuto in presa diretta nella sua ultima fase più crepuscolare, ma associo a Moretti soprattutto una devastante malinconia, oltre alla capacità non comune di raccontare la straziante banalità del quotidiano – rumoroso, imbarazzante, insopportabile – quando si è nel territorio “laicamente sacro” della perdita e del lutto. Il suo ultimo passaggio a Cannes in concorso è stato nel 2015 quello di Mia madre, che è assolutamente derivativo da questo titolo, in cui oggi scorgiamo con sorpresa i giovanissimi Jasmine Trinca e Claudio Santamaria.
La stanza del figlio è stato un film così imprescindibile per il cinema italiano (ma anche per una certa classe dirigente e culturale di sinistra e più che benestante) che ancor oggi, a quasi 20 anni di distanza, mi è capitato di vedere Battiston, Sorrentino e De Silva alle prese con personaggi di psicoanalisti ricalcati smaccatamente sul protagonista di questo film.

Meritava la Palma? Per quanto intenso, straziante (la scena in cui Moretti guarda attonito il prete alla messa in ricordo del figlio è qualcosa di incredibile) e italiano, c’è da dire che Nanni vinse con una certa dosa di fortuna. Quell’anno strappò la Palma a titoli epocali quali La Pianista di Haneke, L’uomo che non c’era di Joel Coen, Mulholland Drive di Lynch (considerato oggi il miglior film girato nel Nuovo millennio) e Sherk. Perché sì, entrambi i film dedicati a Sherk furono presentati in concorso a Cannes.

2000 – Dancer in the Dark di Lars Von Trier
Selma emigra dalla Cecoslovacchia agli Stati Uniti con la segreta speranza di poter guadagnare e risparmiare i soldi necessari a sottoporre il figlioletto a un’operazione che gli eviterà il tragico destino a cui sta andando incontro lei: diventare completamente cieca.
Qui mi sento su un territorio particolarmente impervio; quello in cui ti avventuri parlando anche minimamente negativamente di Björk, cantautrice con i fan più razionali capaci di diventare autentiche belve al primo “però”. Capitolo terzo e conclusivo dell’ideale trilogia del Cuore d’oro, Dancer in the Dark in poche parole è la versione autoriale nell’approccio, sperimentale nei contenuti e industriale nell’estetica di Il miglio verde. Björk ottenne giustamente riconoscimenti per tutta l’annata per il suo ritratto intensissimo di un innocente a cui ogni azione giusta si ritorce contro in un crescendo di devastante disperazione (pro tip: evitate di infilare più Palme d’oro con questo grado di tristezza a palate in una sola serata onde non incappare in improvvisi desideri di suicidio). Il film invece, sospeso tra l’autoriale più PESO e il musical più sperimentale, risulta una critica ficcante al cinismo xenofobo statunitense. Dalle stelle del musical alle povere lavoratrici di fabbrica, l’America si dimostra pronta a tradire e accusare chiunque abbia un passaporto altro, cullandosi nell’ignoranza o nel pregiudizio.

Meritava la Palma? A posteriori però mi pare giusto rivelare come il pur bellissimo Dancer in the Dark abbia scippato due autentici capolavori di una Palma meritoria: Fratello dove sei dei Coen (che in quegli anni erano inarrestabili) e soprattutto In the mood for love di Wong Kar-Wai.

1999 – Rosetta dei fratelli Dardenne
Una sedicenne dal carattere davvero impetuoso vive con la madre alcolizzata in una roulotte, tentando disperatamente di affrancare la propria condizione con ogni espediente.
Fa un bizzarra impressione ripercorrere a ritroso i film dei fratelli Dardenne, perché si può ammirare sia la continuità del loro discorso sociale ancor prima che cinematografico, sia quanto negli anni ripetano lo stesso film in maniera sempre più sottile, innovando in maniera continua e difficilmente percepibile. In questo senso Rosetta – che s’infiamma di rabbia fino a imporporarsi il viso, nel tentativo maldestro di proteggere la madre – è una perfetta controfigura dei Dardenne un po’ più rozzi e impetuosi delle più controllate prove successive. Rosetta è forse meno complesso e potente di L’Enfant – Una storia d’amore, ma conferma ancora un volta come ai fratelli belga basti letteralmente una faccia perfetta (qui l’intensa Émilie Dequenne) e una camera in spalla per trascinare lo spettatore con una partecipazione che si sognano film che lo vezzeggiano con strutture e cast iperarticolati.

Meritava la Palma? L’unico film a lasciare davvero il segno in quell’edizione fu Tutto su mia madre di Pedro Almodovar (che raggiunse la fama planetaria proprio grazie a quel passaggio al Festival), a cui i Dardenne sottrassero a sorpresa la vittoria.

1998 – L’eternità e un giorno di Theodoros Angelopoulos
Alexandros è un poeta molto anziano che sta tentando di mettere in ordine i suoi conti in sospeso, avendo scoperto di avere una malattia terminale. A perseguitarlo c’è il fantasma della moglie ormai deceduta con cui ancora parla, il destino del suo cane e le vicissitudini di un ragazzino clandestino che incrocia la sua strada. 
Fu un biennio curioso quello del 97/98, quando ad aggiudicarsi la Palma furono due film su cui alitava la morte stessa, con due grandi cineasti impegnati a tentare se non di darle un senso, almeno di darle una cornice espressiva. Tanto Kiarostami è cinico quanto il greco Angelopoulos è lirico. Poetico è l’aggettivo più usato per descrivere un film con protagonista un grande Bruno Gantz nei protagonisti di un poeta e coscritto dal poeta Tonino Guerra. Con l’altra Palma del 1997 (quella giapponese) L’eternità e un giorno ha in comune il fatto di essere ormai noto solo nei circoli cinefili, mentre a 20 anni di distanza il cinema greco è praticamente sparito dalle mappe e dai festival europei. Non è propriamente il mio genere preferito, ma non gli si può negare una grande forza e poesia: consigliatissimo per cinefili hardcore che non vogliono rinunciare all’autorialità senza compromessi.
Meritava la Palma? Un segno nell’immaginario non l’ha lasciato, ma almeno ha consentito alla Grecia di piantare una bandierina nella storia del Festival. Per gusto personale forse avrei dato la Palma a Velvet Goldmine di Todd Haynes o Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam, che hanno lasciato un segno più duraturo. Il vincitore morale dell’edizione però rimane Benigni, che quell’anno portò La vita bella in Croisette, film che nel bene e nel male rimane tra più iconici dell’intero decennio.

1997 – L’anguilla di Shohei Imamura
Insospettito da una misteriosa lettera di delazione, Takuro rientra a casa prima del previsto dalla sua solita sessione notturna di pesca e scopre la moglie a letto con un altro uomo. Accecato dalla rabbia la accoltella a morte, poi inforca la bicicletta e coperto di sangue si reca al commissariato. L’anguilla comincia 8 anni dopo, quando Takuro esce dal carcere in libertà vigilata – grazie all’assistenza di un monaco – e dà il via a una piccola attività da barbiere. Silenzioso, quasi alienato dalla realtà, l’uomo ha sviluppato un rapporto quasi morboso con un’anguilla catturata e allevata negli anni della detenzione. L’arrivo nella sua vita di un’aspirante suicida dalla città lo porterà lentamente a riaprirsi al contatto umano.
Nel cinquantesimo di Cannes le Palme furono ben due e una andò a uno dei registi giapponesi più amati di quegli anni, ma che ad oggi si sente raramente nominare. Per darvi un’idea di quanto sia straniante questo film, l’edizione home video italiana venne distribuita all’epoca sotto l’egida di Enrico Ghezzi. Il film ha un passo straniante e ambiguo, tanto che spesso viene da chiedersi cosa stia succedendo davvero e cosa sia figlio della mente di Takuro, un uomo rinchiuso nella sua solitudine. La sua ossessione per l’anguilla sembra derivare da una profonda incapacità di comunicare, di mettersi in relazione con gli altri. L’aspetto più riuscito del film è però come in maniera sfuggente e repentina (come la nuotata dell’anguilla) piazzi qua e là una feroce critica al sistema carcerario giapponese e alla società nipponica stessa, descritta a più riprese come una prigione. Emblematica è per esempio la fulminante scena in cui Takuro, ormai libero, vede un piccolo manipolo di soldati marciare e senza riflettere si accoda, marciando anche lui, condizionato da otto anni di ore d’aria spese a girare in tondo a un piccolo cortile, in fila, seguendo il passo imposto dalla guardia carceraria.

Meritava la Palma? Di questo decennio di Palme, L’anguilla è probabilmente la più dimenticata ed è servita una caccia non da poco per reperirne una copia. Complice un’annata che a posteriori si dimostra dimenticabile, la vittoria di Imamura è più che comprensibile. Tuttavia rimane interessante tentare di capire come mai il regista giapponese sia così dimenticato, pur essendo nel ristretto circolo di quanti hanno vinto due edizioni; gruppetto di cui fanno parte solo 8 cineasti.

1997 – Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami
Badii vaga nei sobborghi di Teheran con il suo furgone, tra cantieri e strade sterrate, alla ricerca di un uomo abbastanza povero, disperato o disinteressato da accettare la sua proposta: una lauta somma di denaro in cambio di “quattro palate di terra” sopra quella che rischia di diventare la tomba di un aspirante suicida.
Alle volte quando i tarantiniani entusiasti dell’ultima ora mi attaccano la piva sui suoi monologhi cult e la sua capacità di scrivere dialoghi iconici mi devo molto trattenere dal sbottare scusa, ma hai mai visto un film iraniano?. Da tempo ormai mi chiedo se sia una questione di tradizione cinematografica o di lingua persiana, fatto sta che il cinema iraniano ha una potenza dialettica non comune.
A differenza di L’Anguilla, la co-Palma iraniana è un assoluto cult tra i cinefili più navigati. Abbas Kiarostami ha ancor oggi un’influenza fortissima sul cinema iraniano (soprattutto per quanto riguarda Jafar Panahi) e forse rimane il regista più complesso e affascinante tra i persiani distribuiti in Occidente, con buona pace del sopravvalutatissimo Asgard Farhadi.
Anche se non mi spingerei a definirlo un capolavoro e pur considerarlo per certe scelte un lavoro molto furbo, Il sapore della ciliegia è un grandissimo film, di quelli entrati nella storia per almeno due passaggi: il celebre monologo del tassidermista sui frutti del gelso e la spiazzante chiusa finale. Sulla seconda conviene non dire molto, dato che il film viene fruito in prima battuta da una prospettiva destinata a cambiare radicalmente proprio a causa della sua conclusione. Anche se l’ho sempre trovata un po’ una furbata, devo ammettere che la chiusa rende ancor più ambiguo e complesso un film sfaccettatissimo e allusivo.
Il film è incentrato sul rapporto tra vita e morte dal punto di vista di un cineasta che all’epoca meditava di togliersi la vita e su quello tra realtà e finzione cinematografica da quello di un regista che padroneggia magistralmente il non detto. Il vero pregio di questo film sta molto più in quel che viene lasciato ai margini. Ho sempre amato molto la decisione di tacere volutamente cosa abbia portato Babii a volersi uccidere, per evitare giustificazioni, contestualizzazioni e facili empatie che distraggono dal terribile quesito universale che il film pone: perché vale la pena vivere? Un dato che invece non vedo spesso sottolineato a dovere è quanto la riuscita del film sia legata alla superba interpretazione di Homayoun Ershadi, capace di esprimere tutto l’abisso della disperazione dell’uomo indefinito che incarna (di cui sappiamo a malapena il cognome, essendo senza famiglia, senza background, senza età, senza provenienza, quasi già un fantasma) nell’assoluto silenzio di un lungo primo piano.

Meritava la Palma? Sì e, duole ammetterlo a me fiera sostenitrice della lobby del cinema iraniano, ben più di L’anguilla. Certo quell’anno non mancavano contendenti meritevoli, vedi Funny Games del più tardi premiatissimo Haneke e Happy Together del mai davvero celebrato Wong Kar Wai, in quell’epoca in assoluto stato di grazia.