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Segnalo un piccolo miracolo in apertura del mese del Pride: è finalmente sbarcato nelle sale italiane uno dei più promettenti titoli della selezione Un Certain Regard di Cannes 2018, uno di quelli che con la sua tematica queer è semplicemente perfetto per aprire il mese dell’onda arcobaleno.
Non solo: con la sua produzione rifinitissima, la regia accattivante e la sceneggiatura sempre precisa nella sua ricchezza narrativa, L’angelo del crimine è il film perfetto per lavare via la delusione lasciata da quello che dovrebbe essere il suo epigono hollywoodiano ma si è rivelato la sua brutta copia. Se Zac Efron vi ha delusi nei panni del famigerato killer Ted Bundy in un film sciapo e insulso (talvolta persino problematico), lasciate che ci penso l’Angelo nero dell’Argentina degli anni ’70 a riparare a questo torto, con un film che è migliore del cugino hollywoodiano sotto ogni punto di vista.
Delle radici del progetto di Luis Ortega vi parlerò più avanti, perché voglio cominciare a presentarvi Carlitos, il carismatico protagonista del film. Il copione richiedeva un ragazzo giovane di quelli così a cavallo tra maschile e femminile, così immersi in un certo ideale rinascimentale di bellezza carnosa e ricciuta da attirare naturalmente lo sguardo di uomini e donne, da entrambi i lati dello schermo. Il film è riuscitissimo a partire dal casting, che ha scovato chissà dove l’esordiente assoluto Lorenzo Ferro, che sembra nato per interpretare il 19enne faccia d’angelo al centro della vicenda.

Sembra strappato da un dipinto rinascimentale o da un romanzo scabroso con i suoi ricci dorati e le sue labbra piene e rosse, catapultato sulla scena per catturare l’attenzione di tutti. L’aspetto non è che parte del suo fascino fatale: Carlitos infatti è una sorta di comunista involontario e ladro per vocazione. Il concetto di proprietà privata infatti lo lascia del tutto indifferente: se vuole una cosa, se la prende. Unendo la spavalderia e l’agilità dell’età all’assoluta mancanza di adesione (o forse persino comprensione) delle regole si ottiene un perfetto ladro.

Ladro per vocazione, Carlitos fa il salto di qualità quando incontra Ramón e la sua famiglia di rapinatori e ricettatori. In una lunghissima serie di crimini efferati, ruberie, rapine e ammazzatine, Carlitos diventerà via via un personaggio sempre più problematico, caratterizzato proprio dall’incapacità di comprendere i limiti sociali. In lui non alberga alcuna smania di possesso o ricchezza: semplicemente se vuole una cosa, allunga la mano e la prende, quale che sia il suo valore. Il tutto si fa ovviamente più complicato quando diventa palese che Carlitos fatica a comprendere anche il valore della vita umana, o per meglio dire la gravità del gesto di privarne qualcuno. El Angel racconta di pari passo la sua evoluzione criminale e il suo risveglio emozionale, in un quadro che chiaramente urla disturbo patologico e necessità di supporto psicoterapico, scena dopo scena, senza però mai scadere nel patetismo.

È interessante come Ortega sposi la tematica criminale a quella dell’orientamento sessuale del protagonista. L’accostamento crimine/omosessualità non è certo una novità al cinema e qui ancora una volta viene sottolineata la percezione di devianza dal giusto nel senso giuridico e morale che entrambi i comportamenti suscitano nel sentito comune (in questo caso nell’Argentina degli anni ’70). Tuttavia ho trovato molto curato e verosimile il ritratto che Ortega dà della relazione tra Ramón e Carlitos, in un mondo in cui istintivamente l’omosessualità viene disprezzata e irrisa, ma dove non è ancora così etichettata e chiaramente definita. Questa incertezza concede a Carlitos la zona grigia necessaria per travestirsi da agnello, soddisfare il bisogno dell’amico di sentirsi in una posizione di dominanza virile e ottenere quello che vuole.

Tra l’altro la risoluzione del loro rapporto è l’unico momento dell’intero film in cui Carlitos esprime gelosia e desiderio di possesso, seppur in maniera deviata e nerissima (come tutto il resto), suggerendo che forse il sentimento per Ramòn è l’unico che riesce a fargli sentire emozioni universali e “normali”.

Ora che vi ho fatto fare tutto il giro panoramico di questo splendido film – ricco di ritmo, musica d’epoca accattivante, regia dalle immagini suggestive e curatissime per la gioia di ogni cinefilo – vi svelo l’arcano, ovvero perché ho tirato in ballo Ted Bundy e Zac Efron. Quella dell’angelo del crimine argentino è una storia vera che scioccò il paese negli anni ’70: un ragazzino venne arrestato, poi fuggì e venne in seguito riacciuffato, dopo aver compiuto qualcosa come una quarantina di rapine e almeno una decina di omicidi. A catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica fu il volto angelico del ragazzo e la sua giovanissima età, che gli valsero il soprannome di angelo nero. Qualcosa di simile al nostro Bel René, ma ancora più torbido e truce; perché se c’è qualcosa che accomuna cinema italiano e argentino, è quella smania di portare (e bene) su schermo fattacci di cronaca nera che si sono fatti largo nell’immaginario collettivo nazionale.

A differenza del film con Zac Efron, qui la storia scansa quasi sempre ogni possibile problematicità. Carlitos in qualche modo è reso glamour nel suo essere criminale, ma né la sua omosessualità né le sue azioni vengono mai mitigare o rilette in chiave diversa da quella della cronaca dell’epoca. Manca invece la fretta nel giudicare prima di raccontare.

Anzi, la vera critica qui è strisciante e guarda palesemente a quel genere di riflessione sottotraccia che ha reso celebre un certo cinema di Pablo Larraín. Se L’angelo del crimine è molto simile a Ted Bundy – il fascino del crimine per come racconta la società argentina dell’epoca, la pellicola ricorda da molto vicino per costruzione anche Tony Manero di Larraín. Entrambi i film lasciano lo spettatore interdetto per come i protagonisti compiano i loro peggiori crimini indisturbati ed entrambi i film suggeriscono con lievissimi tocchi quanto ciò dipenda dal governo autoritario al potere. Qui a un certo punto capiamo che Carlitos non ha molto da temere da un corpo di polizia in primo luogo facilmente corruttibile, in secondo luogo così ossessionato dal rintracciare i dissidenti politici da lasciare campo libero ai criminali veri e propri.

Lo vado a vedere? Assolutamente sì, dato che soddisfa una marea di richieste differenti con un ottima pellicola di gran cinema. Per gli amanti del crime, per chi ama i film da festival, chi apprezza il cinema sudamericano e chi vuole un film per iniziare bene il mese del Pride e per chi si accontenta di un gran bel film e bon, El Angel è uno dei migliori titoli che approderanno in sala questo mese.