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Se non fosse un film deludente e incapace di suggerire la benché minima ragione che ne giustifichi l’esistenza, X-Men: Dark Phoenix sarebbe un soggetto di studio estremamente affascinante. Il merito è del suo travagliatissimo dietro le quinte e di una serie di contraddizioni che rendono il dodicesimo film sui mutanti ad arrivare sul grande schermo un assoluto unicum, pur essendo un sostanziale remake nel contenuto e nello scopo.
Già la prima trilogia mutante – a cui aveva dato il via Bryan Singer – aveva optato per la saga della Fenice Nera come chiusa di alto valore drammatico. D’altronde stiamo parlando una lunga run iniziata nel 1980 e divenuta tra le più celebri e influenti dell’intera galassia mutante. Innanzitutto perché racconta di un potere illimitato e assoluto, che rende una perfettina come Jean Grey uno dei personaggi più sinistri dell’universo mutante, senza dimenticare che proprio questo arco narrativo è già stato benedetto da una trasposizione animata negli anni ’90 (da noi nota come Gli Insuperabili X-Men), considerata tra i migliori prodotti d’animazione americani di sempre. Al cinema invece non c’è proprio verso che la Fenice riesca a spiccare il volo.

La colpa dovrebbe ricadere soprattutto sulle spalle di Simon Kinberg, dato che sceneggia e dirige tutto solo l’intera operazione, che si rivela priva di carattere. Dal mio punto di vista però il condizionale è d’obbligo, perché più che un responsabile, Kinberg è un capro espiatorio, un martire a cui 20th Century Fox ingiunge – in pieno stile Antico testamento – di tagliare il collo alla sua creatura, senza però fermargli la mano. Il motivo è palese: da una parte c’è un film dal costo e dai nomi non indifferenti che in un modo o nell’altro va ultimato e portato a casa, in maniera il più veloce e indolore possibile. Dopo la fusione con Disney tutti i progetti rimasti in sospeso devono velocemente sgomberare il campo a quella che sarà di certo una tabula rasa di tutti i personaggi e i contenuti Marvel related gestiti da terzi nell’ultimo decennio.

Tuttavia X-Men: Dark Phoenix si ritrova ad avere uno strano destino perché si presta davvero poco ad essere silenziato, anzi. Sulla carta avrebbe tutte le qualità per essere un film benedetto da parecchi colpi di fortuna, un film che attira con semplicità l’attenzione del pubblico. Innanzitutto ha per protagonista Sophie Turner, al culmine dell’attenzione globale dopo la conclusione di Game of Thrones. Grazie ai soliti contratti capestro riesce a trascinare sul set due mega star che nell’ultimo periodo si erano prese una pausa, scomparendo dagli schermi: Jennifer Lawrence (che in ogni scena emana la ferma volontà di farci capire che vorrebbe essere ovunque tranne in questo film) e Michael Fassbender (la cui strepitosa attorialità impressiona proprio per come brilli nonostante il ruolo risicato che si ritrova).

Bisogna riconoscere poi a Matthew Vaughn che ci aveva visto lunghissimo. Lui sì privo di mezzi e attenzioni, in X-Men: L’inizio (primo film della seconda fase mutante, vero e proprio cult da queste parti) aveva scovato giovani promesse come appunto Jennifer Lawrence, Michael Fassbender, Nicholas Hoult, Zoë Kravitz e, eccezion fatta per l’ultima, Dark Phoenix si ritrova quelle giovani promesse come super star sì, ma recalcitranti e svogliate, ben consapevoli del fatto che nessuno punterà davvero sul film. Pellicola che per vie misteriose si assicura un’altra interprete strepitosa nel ruolo della cattiva di turno, salvo poi sottoutilizzare criminalmente un talento nato come quello di Jessica Chastain, a cui qui viene chiesto di spostarsi qua e là con stiletti da paura ai pieni e un mero sguardo assassino e distaccato.

Il problema di Dark Phoenix non è tanto ripercorrere una strada già battuta da un film altrettanto massacrato da critica e pubblico come X-Men: Conflitto finale. No, a monte c’è un enorme problema di scrittura, con Sophie Turner nei panni della giovane Jean Grey costretta a ripetere perpetuamente quattro banalità sul fatto di perdere il controllo e di non capire cosa le stia succedendo, seguita a ruota dagli altri personaggi.

Anche qui, vogliamo dare davvero la colpa a Simon Kinberg, un uomo che in passato aveva coprodotto e cosceneggiato pellicole degli X-Men che si ritrova tutto slo a scrivere una sceneggiatura con questi nomi e questa saga, operazione prima di oggi sempre divisa tra vari nomi tipo quelli dello stesso Singer e Vaughn. Non solo, si ritrova anche dietro la cinepresa per la prima volta in vita sua, con un film da 200 milioni di dollari di budget. Kinberg non ha in carisma né il talento di un James Gunn che conquista il posto e cerca di affermarsi, semplicemente era l’unico che sono riusciti a convincere a fare tutto questo e per giunta da solo.

Argina i problemi più che può, ma non può che deludere e annoiare un film sulla Fenice che fa della sua missione quella di volare basso e non dare nell’occhio.

Lo vado a vedere? Direi proprio di no, c’è già di molto meglio nell’universo mutante e Marvel. Peccato che sia andata così male, perché sarebbe stato bello avere una linea di produzione dai valori e dagli approcci di quella del MCU, che sta diventando via via più egemonico anche per mancanza di rivali credibili.

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