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Nell’insolito marasma di uscite di alto profilo e alto livello c’è un film notevole che rischia di rimanere fuori dai vostri radar, se non fosse per me, la vostra inviata dal fronte del cinema francese. Oltre che ad essere un gran bel film action che stupisce per opulenza produttiva e per la capacità che il cinema francese dimostra di avere nel mettere insieme un film che non ha niente – ripeto, niente – da invidiare alle operazioni blockbuster statunitensi antiche e recenti, Wolf Call – Minaccia in alto mare ha un’avvincentissima storia dietro le quinte e dietro la cinepresa che merita di essere raccontata e conosciuta.
Una storia che racconta tanto di cosa significhi fare cinema Oltralpe, di quale fiducia si abbia in autori esordienti con buone idee da portare su grande schermo, ma anche sull’importanza di conoscere le persone giuste, nel mondo del cinema e dell’esercito. Stavolta non arriverà il solito piagnisteo stile “una cosa così avremmo potuto farla anche noi” perché no, non riesco ad immaginare un altro paese europeo con la volontà, i soldi o la spregiudicatezza necessarie a mettere in piedi un’operazione simile e con così ottimi risultati.

Il cinema francese sforna ogni anno un numero impressionante di film d’esordio, inconcepibile nella nostra realtà, soprattutto guardando alla qualità finale dei prodotti che arrivano in sala. Anche in quel contesto però la genesi di Wolf Call – Minaccia in alto mare è unica, sospesa tra colpo di testa e momento di follia. Il suo regista Antonin Baudry infatti non solo è al suo primo film, ma è alla sua prima prima esperienza in assoluto nel mondo del cinema, che conosce più per passione che per professione. Come faccia un uomo così sprovvisto di credenziali a farsi finanziare un film tanto mastodontico – ricolmo di scene d’azione, interni di sottomarini e star del cinema francese come Omar Sy e Mathieu Kassovitz – è una domanda a cui si può rispondere con le indubbie doti diplomatiche del protagonista di questa storia.

Letteralmente diplomatiche: nei suoi primi 40 anni di vita Antonin Baudry è stato un alto funzionario del governo francese, svolgendo delicati incarichi diplomatici nelle varie ambasciate francesi e salendo anche a bordo dei sottomarini nazionali nel merito di missioni top secret. Proprio in questo contesto matura l’idea alla base di Wolf Call, un thriller militare che vede per protagonista un Orecchie d’Oro; un tecnico altamente qualificato in grado di percepire il più lieve rumore scandagliando il sonar di bordo e, grazie al suo orecchio più che assoluto, identificare ogni tipo di sottomarino ascoltando il rumore prodotto dall’elica.

Sembrerebbe una sparata, non fosse che Baudry ha avuto moto di conoscere alcuni di questi rari e preziosissimi militari, ancora capaci di fare la differenza in un mondo di tecnologia sempre più imperante. Uomini e donne in grado da un semplice fruscio di stabilire che a produrlo è un elica a 6 pale che gira in senso antiorario e magari anche riparata di recente, risalendo a modello del sottomarino, nazione di appartenenza e specifico nome del mezzo militare.

Fa un certo effetto vedere scomodate testate nucleari, codici rossi, russi che vogliono scatenare la terza guerra mondiale e minacce ritorsive senza nemmeno uno statunitense sul campo: merito dello sciovinismo francese, ma anche di un film che abbatte senza problemi le ultime, ridicole opere statunitensi nella nicchia sottomarina. Wolf Call è solido registicamente, avvicente, ricco di ritmo e suspense. Forse pecca un po’ di bidimensionalità nel tratteggiare i suoi marinai, eroi e il suo protagonista dotatissimo ma indolente, ma tutto sommato è più che giustificabile in un film action che esplora il delicato, rigidissimo protocollo del lancio di testate nucleari con la verosimiglianza e spettacolarità necessarie.

Come ha fatto ad arrivare nelle sale un film così? Svelati i trascorsi di Baudry non è difficile immaginare come abbia ottenuto il permesso di girare su veri sottomarini tutt’ora in servizio nella flotta francese, né come sia riuscito ad attrarre star importanti del cinema europeo (compresa Paula Beer nel ruolo dell’unica donna parlante e senziente dell’intero film). Tuttavia manca un secondo nome per spiegare questo processo, ancor più influente e potente di Baudry, con la cassa e la spregiudicatezza necessaria per dare luce verde all’operazione. Non può che essere Jérôme Seydoux, Re Mida del cinema francese, un concentrato di De Laurentiis e Cecchi Gori degli anni d’oro, nonno di Léa e numero uno del cinema francese. A uno così puoi veramente parlare di sottomarini e film ad alto budget al primo incontro, senza uno straccio di esperienza o garanzia e – se sei molto diplomatico – rischi che ti dica di sì. E che insieme tiriate fuori uno degli action più avvincenti dell’annata.


Lo vado a vedere? Amanti del genere, incuriositi dalla storia, estimatori di Paula Beer o cinefili che hanno già visto Toy Story 4: ne vale davvero la pena. Anche solo per l’effetto straniante di vedere un’americanata tale (nel senso migliore del termine) senza un solo americano a bordo.