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È statisticamente certo che anche riuscendo a centrare la visione ogni singolo film del concorso principale del Festival di Venezia, si finisca per scoprire quasi un anno dopo qualche chicca passata sotto il naso al Lido. Matematicamente certo, sia perché ancora non ci è stato fatto dopo dell’ubiquità o di una sfera di cristallo (per divinare dove essere a vedere cosa di davvero meritevole), sia perché in estate tutti i rimasugli, i peccati, gli avanzi e gli esperimenti rimasti nascosti o dimenticati nei cassetti dei distributori italiani vedono la luce, anzi, il buio della sala.
Nel caso di L’ultima ora (L’Heure de la sortie) si tratta di un colpo di fortuna, perché è un discreto filmone che vale davvero la pena di recuperare in sala e che da solo rialza e di parecchio le sorti di questa settimana cinematografica di uscite altrimenti mediocri. E se vi dico che a girare questo ottimo film c’è Sébastien Marnier, ovvero un francese e un regista al suo secondo film, vi stupite? Dato l’andazzo recente su questo blog, dove siamo settimanalmente costretti a constatare che esordienti di pregio abbiano Oltralpe, direi non troppo.
Era dai tempi del bellissimo Nella Casa del mio amato François Ozon che non mi capitava d’imbattermi in una pellicola francese che, nascondendosi sotto i panni innocui del più stereotipato dei film francesi che ruotano attorno al mondo scolastico e dell’educazione (vera e propria ossessione del cinema d’Oltralpe) si rivelasse un thriller tanto teso e disturbante. Diciamocelo: i francesi hanno un’autentica vocazione per il cinema sociale, in particolare quello che guarda alle periferie metropolitane e le realtà di campagna attraverso le professioni che tengono unita e funzionante tutta la Francia al di fuori di Parigi: professori e medici.

Così quando Laurent Lafitte (cruciale interprete del vicino di casa nel bellissimo Elle di Verhoeven) si rivela essere un giovane professore precario chiamato a sostituire un collega aspirante suicida, viene da pensare che la particolarità di questo film sia la realtà scolastica che racconta: niente periferie, niente classe multietnica e rumorosa, bensì un gruppetto di ragazzini caucasici, acqua e sapone, ben pettinati e vestiti, parte di un progetto sperimentale che li ha resi la classe dei super dotati, perennemente avanti col programma scolastico. La nota dissonante e cruenta con cui si apre il film – ovvero la scena in cui in un’afosa giornata di lezione il professore di letteratura tenta il suicidio davanti agli occhi attoniti dei suoi studenti – in realtà non lascia mai lo spettatore.

L’ultima ora è un film percorso da una sensazione indefinibile ma perenne di morte incombente, d’inquietudine e di violenza trattenuta. D’altronde i suoi studiosi e serissimi protagonisti ci vengono da subito presentati come studenti il cui sguardo è fisso verso un’obiettivo indefinibile, ma con rarissima determinazione. La classe, capeggiata da un gruppetto di sei allievi, accoglie sgarbatamente il supplente, reo a loro modo di vedere di trattarli come “semplici” studenti, senza capire quanto siano progrediti rispetto ai coetanei su più fronti. Gli altri ragazzi della scuola ricambiano con il disprezzo e il bullismo, ma nulla sembra turbare gli studenti della classe speciale, che girano sempre in gruppo e trascorrono lunghi pomeriggi nella cava abbandonata poco distante dal paese.

Irritato dal loro atteggiamento strafottente e stranamente intenso, il supplente comincerà a spiarli di nascosto, scoprendo un mondo di rituali ed esperienze condivise tipicamente adolescenziale eppure non per questo meno disturbante. Anche perché il gruppetto sembra tenerlo d’occhio a sua volta, mentre l’aria di fa pesantissima in classe e a casa. Sullo sfondo di L’Heure de la sortie c’è una natura apparentemente ordinata su cui campeggia perennemente il locale impianto nucleare, in una commistione di artificialità degli ambienti naturali e clima di rassegnata convivenza con la morte.

L’Heure de la sortie è un film ben diretto e ottimamente recitato: Lafitte ha il volto perfetto e la bravura necessaria a incarnare un uomo di cui intuiamo con un solo sguardo la pulsione inconfessabile e che ne agita l’intera vita, la disperazione silenziata che combatte concentrando le sue attenzioni sui suoi bizzarri allievi, a loro volta interpretati da un gruppetto di giovani interpreti davvero capaci di turbare lo spettatore con lo sguardo, senza mai risultare sopra le righe.

Il versante più incredibile però è la scrittura, che a ben vedere è basata su una singola idea che costituisce il finale del film, attorno cui ruota attorno tutto il crescendo di tensione della pellicola. L’ultima ora è uno splendido film capace di raccontare il versante più puro e ossessivo di certe ritualità adolescenziali, dimostrando come possano essere al contempo disturbanti ma acute, giocando splendidamente ad ampliare e ridurre continuamente la distanza tra l’adulto protagonista e il gruppetto di ragazzini che si trova a fronteggiare, ma con cui sotto sotto condivide una densità di pensiero e di angoscia superiore alla media.

Lo vado a vedere? L’ultima ora è un thriller dalla visione pessimista, molto intenso e molto cupo: non aspettatevi insomma una commedia o una storia che scaldi il cuore. Se siete alla ricerca di un gran bel esempio di cinema che fa riflettere lo spettatore, destabilizzandone la visione per tracciare analogie dentro e fuori lo schermo su un tema che si svela a poco a poco e che forse ci accomuna sin troppo ai personaggi del film che non percepiscono l’incombente pericolo, allora questo è un piccolo gioiello che non dovete perdervi. Forse sul finale è un filo tirato per le lunghe, ma vanta un’invidiabile solidità narrativa e registica.