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Che il modello Marvel funzioni ormai è un fatto assodato, tanto che spesso lo si dà per scontato, quasi fosse un risultato tutto sommato semplice portare a casa bene o quantomeno dignitosamente ogni film supereroistico su cui si mette mano, grande o piccolo, prequel o sequel, super blockbusterone dai costi vicini a una manovra finanziaria o cauto esperimento finanziato con il minimo sindacale.
Con l’acquisizione di Marvel e FOX da parte di Disney diventa sempre più rara l’occasione fornita da Spider-Man: Far From Home: la possibilità di vedere il modello Marvel usato da terzi con le stesse facce e le stesse storie. Attori dell’ecosistema MCU impegnati in un progetto che sulla carta è il più possibile ricalcato su quella famosa formula infallibile, ma che anche qui evidenzia uno scarto, una distanza minima ma percepibile rispetto a quando Marvel Studios è totalmente in controllo della lavorazione e non coinvolta fino a un certo punto, come supervisore e consigliere sul campo. È in quello scarto minimo che si nasconde il valore aggiunto dei Marvel Studios, quel quid che rende i film visti da spettatori come spontanei, semplici e quasi intuitivi, ma che in realtà sono quasi l’esatto opposto. Lo testimonia la pila di epigoni Warner Bros/DC, per cui quell’intercapedine tra modello e riproposizione si è rivelata spesso un baratro.
Spinto da Kevin Feige come il film che chiude la terza fase del MCU, Spider-Man: Far From Home in realtà è poco più di un filler, anche se di un certo qual pregio. I presupposti in realtà non raccontano di un progetto semplicissimo, che arriva quando tutti si aspettano un qualche tipo di risposta o rassicurazione sul futuro del MCU dopo il finale di Endgame: dove si andrà a parare? Chi prenderà le redini del gioco? Quali saranno i cattivi del futuro? Spider-Man non può sfuggire al dovere di fare da commentario, mostrando almeno un po’ del sentimento collettivo interno ed esterno al film cresciuto dopo quel Io sono Iron Man, soprattutto considerando quanto i destini di Peter Parker si siano intrecciati a quelli di Tony Stark con sfumature profonde che dal mentore si sono spostate in territorio paterno.

Eppure Sony non controlla che in minima parte lo scenario e può muovere a proprio piacimento solo Spider-Man e Mysterio, che però non sono il focus dell’interesse del pubblico. Un altro problema che questo cinecomics affronta è quello del ridimensionamento fisiologico della storia stessa. In territorio supereroistico i toni e le proporzioni sono così fuori scala che avere in un film “solo” Samuel L. Jackson, Jake Gyllenhaal e una star giovane ma già molto amata come Tom Holland significa comunque avere risorse ridotte.
La fortuna dei produttori è che Far From Home può capitalizzare sia sul dilagante innamoramento per il giovane e talentuoso Tom Holland; trasversale per geografia e anagrafica, universale, nel picco massimo del suo momento da fidanzato dell’Internet. Sulla magnitudo del film è la stessa voglia del pubblico di un po’ di leggerezza e di minacce all’umanità in formato ridotto a suggerire di contenere i toni. Il risultato è un film che in maniera molto oculata punta su un cattivo e una minaccia che si adatta alla perfezione a queste premesse e a un budget che non consente di sfiorare lo stato dell’arte degli effetti speciali che quando MCU ha voglia sfodera con magnanimità.

La vera risorsa di Far From Home è la costruzione oculata di quello che è un filler che gioco forza non può far succedere nulla o quasi di davvero rilevante e non può operare che piccoli cambiamenti. Il che non vuol dire che il film sia poi così ben scritto: se convince nelle parti introspettive in cui Tom Holland indaga il lutto recente del suo eroe e la sua reazione di fuga di fronte alle crescenti responsabilità, in altri passaggi (in primis quello in cui scopriamo, stupiti, che le banane sono illegali in Italia) a tema adolescenziale e scolastico ci si aggrappa così saldamente agli stereotipi del genere da risultare persino poco verosimili, esagerato, un po’ insistito. Di fatto gli unici personaggi davvero a fuoco nella sceneggiatura sono quelli di Tom Holland e Jake Gyllenhaal, che contribuisce e molto alla solidità del film con il suo Mysterio. In qualità di new entry la sua chimica col collega fa la differenza, così come la sua capacità di essere melodrammatico e sopra le righe senza mai esagerare. Proprio nell’indagare le sue abilità il film prende una lunga boccata d’aria fumettistica, regalandoci nel viaggio dentro la psiche e le colpe inespresse di Peter uno dei pochi passaggi memorabili e inventivi a livello visivo, in un film ormai piuttosto lontano dal classico Peter Parker.

Mi si permetta poi un appunto: Zendaya nel ruolo di MJ si conferma l’esempio perfetto per illustrare quanto spesso sia pretestuoso e talvolta dannoso questo cambio di etnia per personaggi (dai capelli rossi) fortemente codificati come caucasici nell’immaginario collettivo. Non basta prendere una bellissima ragazza afroamericana e farle interpretare una versione che di Mary Jane non ha nulla e che peggio ancora non ha un carattere suo, una qualità, una personalità che vada oltre il “sono così cool senza sforzo perché chi ha scritto questo film non è razzista ma non ha la voglia necessaria per creare un personaggio nero davvero iconico e sfaccettato, ma soprattutto umano“. Sono cambiamenti cosmetici che trovo sempre molto fastidiosi, perché di pura facciata. Per rimanere nell’universo Marvel – pur avendo le sue belle problematiche – trovo molto più interessante il tentativo di creare personaggi originali e ben caratterizzati fatto a Wakanda rispetto a questa tipologia di cambiamenti che in realtà incidono pochissimo nell’immaginario collettivo. Il punto dovrebbe essere, a mio modesto modo di vedere, creare una nuova Uhura – un personaggio nero e femminile iconico per tutti, originale, a cui facciano riferimento tutte le bambine e le ragazzine esattamente come per le protagoniste bianche nel maschilissimo mondo dei supereroi- non tentar di cambiare un’iconografia granitica con mezzi così deboli che sono incapaci di scalfirne la superficie, figuriamoci riscriverla a fondo. Questo discorso lo si può adattare a quasi tutti i compagni di classe “etnici” di Peter senza che purtroppo il risultato cambi.

Lo vado a vedere? Ormai le scene extra dopo i titoli di coda sono la cartina di tornasole di quanto sia rilevante un film del MCU. I filler estivi e i film di tono minore come questo finiscono per nascondere gli avvenimenti più incisivi e i colpi di scena più riusciti dell’intera pellicola in questi 4 minuti scarsi. In questo caso sembra che il film cominci a fare sul serio proprio sul gran finale. Far From Home rimane un film leggero, con buoni attori ma con una storia e una regia così anonime che può andar bene giusto in periodo estivo, da vedere in spensieratezza. Un film MCU minore, ma come i suoi fratelli maggiori sa sempre trovare un motivo per cui vale la pena andare al cinema.

Le scene finali di Far From Home –  [SPOILER]
Fuor di retorica sono davvero le scene più incisive del film, se non le più riuscite, soprattutto per quanto riguarda la prima. L’idea più brillante della pellicola è stata quella di richiamare J.K. Simmons per interpretare il ruolo che ricopriva nella trilogia di Raimi (quello dell’odioso capo di Peter), aggiornando però la sua posizione, che si sposa benissimo alla tematica del film: da caporedattore a commentatore tendenzioso di un sito alt!right in un film che riflette molto sull’incapacità del pubblico di distinguere la realtà dal racconto manipolato della stessa. Ecco, la MJ di Zendaya dovrebbe puntare a questo tipo di cambiamento e allora sì che avrebbe un senso.

La vera chicca è che questo finale ricollega Peter Pater al suo mentore: se Tony aveva fatto coming out proprio sul gran finale del film fondativo del suo personaggio rivelando la sua identità in maniera volontaria, Peter è costretto a fare outing sulla sua identità, in modalità ben più traumatiche di quanto avvenuto in Civil War a fumetti, ovvero forse la rivelazione più epica della sua identità al pubblico. È un avvenimento da indietro non si torna (a meno di ribaltoni notevoli) che finisce per pepare un po’ quella direzione classica presa dal film in precedenza, nell’accostare Tony a Peter per genialità, carattere e vocazione.

La scena dedicata agli Skrull e a Nick Fury è divertente nel senso che trasforma in passaggi geniali alcuni momenti un po’ deboli del film, che avrebbero ridimensionato e di molto l’infallibilità proverbiale di Fury. Anche qui rimangono tante porte aperte: con la sostituzione volontaria dei Skrull nei panni di Fury e Maria Hill sulla Terra, si aprono tanti interrogativi su come verranno utilizzati: saranno i cattivi nel prossimo reboot dei Fantastici Quattro, dove fecero la prima apparizione decenni fa negli spillatini? La presenza di Fury nello spazio è connessa al lavoro di Captain Marvel nel cosmo, magari nel secondo film? Arriveremo a Secret Invasion oppure si continuerà ad utilizzare questi personaggi nel campo dei buoni e con un tono molto ironico?

 

 

 

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