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Il nuovo film di Bong Joon-ho valeva la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2019, la prima in assoluto vinta dallo strepitoso cinema sud coreano? Sì, con qualche riserva.
Quel che è certo è che dopo la precedente parentesi occidentale più o meno dignitosa di Snowpiercer e Okja, il regista coreano è tornato a lavorare con attori e maestranze connazionali, tirando fuori un film all’altezza delle sue opere migliori, quasi che all’estero si diverta con lezioni di stile (e genere) e toni ingentiliti, mentre quanto c’è da fare sul serio e andarci giù duro, nessun posto è meglio di casa.
In merito a questa vittoria, qualche giornalista italiano tra il nostalgico e il retrogrado ha tirato fuori tutta la stizza di cui era capace per lamentarsi della lunga scia di Palme d’Oro che – con la sola eccezione altoborghese The Square – negli ultimi anni hanno immancabilmente raccontato tante sfaccettature di una sola realtà: quella della povertà contemporanea, che si attacca addosso alle persone con metodi vecchi e nuovi, marchiandole indelebilmente.

La povertà è una questione di famiglia, intima e quotidiana: a dirlo sono Ken Loach, Hirokazu Kore-eda e Bong Joon-ho. Se i primi due cineasti hanno una lunga tradizione di film comunitari e familiari, Bong Joon-ho è uno a cui piace cambiare genere e prospettiva. Con Parasite approccia una tematica politica e altamente drammatica, ma con un taglio spiazzante, che gli permette di tenere ben coperte le sue carte. Il lungometraggio infatti si presenta come una commedia nera, di un nero brillante, irresistibile, ammantata di quell’umorismo così tipicamente orientale e coreano, capace di alternare cambi di registro a velocità supersonica, tra ironia altissima a e bassissimo corporeo.

A ben vedere non è la prima volta che Bong Joon-ho parla di lotta di classe e nemmeno che costruisce la regia del film con precisi movimenti che alludano a quanto sia difficile per chi è indigente scalare tutti i gradini di una scala mobile ancorata in un’eterna stasi. Se in Snowpiercer era un lento movimento laterale a segnare l’avanza su schermo di Chris Evans dalla coda alla testa di un treno diviso per rigide gerarchie, qui Song Kang-ho e la sua famiglia partono da un modestissimo scantinato che affaccia di qualche decina di centimetri sul livello della strada, percorrendo tutta la città in salita fino alla villa di design della ricchissima famiglia che fa loro da contraltare.

Parasite si muove su numerose rette convergenti: quella che unisce bassifondi e ricche ville in collina, quella del dentro e del fuori la casa fortezza, a sua volta divisa su più piani (rivelando al suo interno una gerarchia architettonica inaspettata) e infine quello speculare di riflessi e rimandi tra i due nuclei familiari. La famiglia povera e quella ricca hanno la stessa struttura: due genitori e due figli, un maschio e una femmina. A modo loro entrambi i nuclei sono uniti da sincero affetto filiare e genitoriale, entrambe le coppie si amano teneramente.
A garantire il moto inerziale del film è il baratro che il denaro scava tra le due famiglie. Non è solo una questione di possibilità, è innanzitutto una presa di consapevolezza. Il messaggio di Bong Joon-ho è chiarissimo fin dalle locandine del film, in cui i personaggi hanno gli occhi oscurati da bande nere o bianche. La nuova società classista è costruita in maniera così rigida a da estraniare gli abbienti dalla realtà, rendendoli quasi degli innocenti, del tutto inconsapevoli della realtà circostante e sottostante.

La verve comica del film sta tutta lì, nella facilità con cui i quattro componenti della famiglia povera, iperconsapevoli del mondo stratificato di cui abitano i bassifondi, riescono strisciare su su, insinuandosi nelle vite dei ricchi, del tutto privi di difese immunitarie, di malizia, incapaci anche solo di pensare a un doppio fine, perché chiaramente la lotta per la sopravvivenza (anzi, ogni tipo di lotta o contrapposizione) per loro è un territorio vergine. Dopo essersi sbarazzati dei propri rivali e essersi introdotti tutti e quattro a servizio della famiglia abbiente, i protagonisti di Parasite si ritrovano a godere della luce riflessa della ricchezza, ad accoccolarsi nel nido caldo di quella casa di design perfetta ed elegantissima.

Là dove il film dovrebbe perdere di mordente ecco che invece acquista in velocità, percorrendo a rotta di collo la china del thriller. Il film si riscopre improvvisamente drammatico, teso, violento, mentre i quattro protagonisti scoprono a loro volta di essere stati ciechi e realizzano a uno a uno di non poter sfuggire a quella consapevolezza che li ha portati fin lì. Sin qui saremmo di fronte un grande film fuori dal tempo, ma Bong Joon-ho compie un passo in più, trascinandolo nel drammaticamente contemporaneo, rendendo la sua sceneggiatura uno spaccato che non ha bisogno di traduzioni, adattabile a ogni latitudine, nazione o città in cui si consuma la nuova lotta tra poveri.

I protagonisti infatti non sono gli unici consapevoli di come vada il mondo, perché non sono gli unici a vivere una situazione di difficoltà. Parasite raggiunge le sue vette più sinistre e caustiche quando mostra impietoso come tutta la violenza non si scateni mai contro il privilegio, bensì tra quanti desiderano vivere nella sua tenue luce riflessa, in seconda fila, in penombra, ma comunque lontani dai piani bassi. A scatenarsi contro il popolo sotterraneo non sono tanto i privilegiati, quanto chi vive nella stessa condizione. Quando tutte le relazioni familiari sono finalmente esplicitate, il film si trasforma in una lotta violentissima in cui ogni personaggio deve decidere quanto spendere di sé stesso e di una moralità che non sapeva nemmeno di avere, pur di continuare ad occupare un posto nella villa.

Arrivato al capolinea, il film esige da tutti i suoi personaggi poveri di compiere una scelta drammatica tra benessere e tutto il resto, esplicitando la propria scala di valori e fedeltà al nucleo familiare, alla classe o alla sicurezza economica. Affrancarsi dalla povertà rimane un sogno difficilmente realizzabile anche quando le proprie origini sono segrete. La povertà in Parasite è un puzzo che si emana inconsapevolmente e che gli altri percepiscono istintivamente, è una condanna senza appello che trasforma un elemento neutrale come l’acqua da agente pulitore e gradevole in elemento distruttivo e a sua volta stagnante, puzzolente, lercio. La povertà è la consapevolezza che scava smorfie più o meno disperante nei volti di chi la conosce, mentre gli abbienti non ne vengono toccati, rimanendo eterni bambini inconsapevoli.

Il contraltare a questa lotta viscerale e infima è una bizzarra sorta di idolatria verso quanti si vorrebbe sfruttare come parassiti. Sulle battute finali il film affida a Kang-ho Song una scena intensissima, straziante; la presa di consapevolezza di quanto il povero abbia mentito a sé stesso, realizzando di aver compiuto atti criminali e immorali solo per poter essere moralmente e legalmente sfruttato come un servo. In quei pochi, magistrali passaggi si capisce ancora una volta perché Kang-ho Song sia il volto del cinema coreano, il Tony Leung del cinema orientale degli anni 10.

Tutto bellissimo, tutto perfetto? Sì, ma fino a un certo punto. Fossi stata uno dei giurati di questa edizione di Cannes, non avrei votato per Parasite come vincitore della Palma, anche se rimane una vittoria più che lecita e meritata. Il perché lo esplicitò un qualche critico in un tweet a caldo dalla Croisette che mi colpì molto e che mi è tornato in mente più volte dopo la visione di questo film. Parasite è un film complesso e ottimamente costruito e girato, che si presta a numerose analisi perché, senza essere complicato, racchiude in sé una notevole complessità. Eppure nelle sue fasi finali risulta particolarmente calcolato. Non è falso, questo no, ma dà l’impressione di essere attentamente calibrato per ottenere il massimo risultato possibile in termini di gradimento in un contesto cinematografico, cinefilo e anche politico come Cannes. È un film tagliato sulle esigenze e i gusti del circuito festivaliero, che di istintivo e viscerale ha davvero pochissimo. Un film calcolato non è di per sé peggiore di una pellicola personalmente partecipata da un cineasta, ma a Cannes quest’anno si sono visti due titoli che sono una questione privata e personale per i rispettivi realizzatori e che ho trovato ancora più potenti di Parasite: una è Dolor y Gloria, l’altra è Portrait de la jeune fille en feu di Céline Sciamma, di cui vi parlerò nei prossimi giorni.

Parasite verrà distribuito in Italia nei prossimi mesi da Academy Two.