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Non mancava certo una punta di autentico sciovinismo nell’imponente consenso critico, per non dire tifo da stadio, con cui la stampa francese ha accolto a Cannes 72 il nuovo film di una beniamina di casa come la regista Céline Sciamma.
Le voci di una possibile seconda Palma d’Oro femminile erano trasversali in 72 anni di storia di festival erano però insistenti e ad oggi è sostanzialmente impossibile trovare una recensione davvero negativa di Portrait de la jeune fille en feu (Ritratto di una giovane donna che va a fuoco), un film magistrale che ha conquistato trasversalmente e a ragion veduta critica e giuria, che lo ha premiato come miglior sceneggiatura dell’edizione 2019. Il minimo per un film che tanti vedrebbero volentieri anche agli Oscar. Io poi mi trovo sostanzialmente d’accordo, anzi, per me al momento è il film più bello visto nel 2019.
Correva l’anno 1993 quando Jane Campion vinceva la prima e unica Palma d’Oro mai toccata da mani femminili con il bellissimo Lezioni di Piano. Certo nel (notevole) concorso di quest’anno non mancavano i contendenti di pregio per il premio, tanto che ad oggi ho visto poco meno della metà della selezione ufficiale e mi sono già imbattuta in almeno tre film che in altre annate sarebbero stati sicuri vincitori. Tuttavia non posso che rammaricarmi per la sostanziale mancanza di coraggio della giuria, che tra le tante prime volte in ballo (quella a lungo rimandata di Almodovar, quella poi vincente per il cinema coreano e quella di una regista nel post #MeToo e in una Croisette ancora avarissima di cineaste in concorso) si è lasciata sfuggire l’occasione di premiare il film di svolta di una cineasta francese e 40enne, la più autentica erede proprio di Jane Champion. Sarebbe stato un ottimo (e strameritato) segnale, una smentita a lungo attesa sul fatto che la straordinaria Campion non è un unicum, anzi.

La storia e Alejandro González Iñárritu hanno così decretato e, in attesa dell’autunno dei premi, non resta che consolarci di fronte a un piccolo miracolo cinematografico. Erede diretto di Lezioni di Piano e ancor più di Bright Star, Portrait de la jeune fille en feu è il film di svolta di una carriera già promettente, quella della regista Céline Sciamma, da tempo attenzionata dai cinefili più festivalieri come un talento pronto ad esplodere. Qualche segnale era già arrivato, in un filmografia che conta 4 film e un cortometraggio diretti in 12 anni. La Sciamma è un fiore nato ancora una volta nel vivaio francese di Cannes e qui il campanilismo non c’era, perché la qualità è innegabile, sia come scrittura sia come regia.

Sciamma è una regista né una sceneggiatrice incline alla varietà o alla stravaganza, anzi: la sua carriera, da Naissance des pieuvres a Tomboy, passando per Diamante Nero, Quando ai diciassette anni (film di André Téchiné che ha sceneggiato) e La mia vita da Zucchina, è un’infinita variazione delle stesse tematiche: l’adolescenza e la diversità. La prima sorpresa è ritrovare una regista tanto calata nel reale e nel contemporaneo francese proletario alla direzione di un film in costume: le vicende infatti si svolgono su una lembo di terra raggiungibile solo via mare, nel XVIII secolo.

Una geografia tanto indeterminata, una casa semi deserta e una scogliera impervia e ventosa sono quanto di più simile a una clausura laica per Héloïse (Adèle Haenel), giovane donna appena uscita dal convento per andare in sposa a un uomo che non ha mai visto. Il matrimonio glielo ha combinato la madre (Valeria Golino), impaziente di vederla accasata e di rientrare a sua volta nel bel mondo milanese. La vita di Héloïse è dunque in una sorta d’infinito confino, un limbo tra una clausura religiosa e un nuovo rigido perimetro matrimoniale. Digiuna del mondo, resa quasi luttuosa dalla consapevolezza di quanto le è stato già tolto e quanto le verrà di nuovo sottratto, l’impotente Héloïse porta avanti una silenziosa ribellione allo status quo impostole, negandosi come modella per un ritratto che il futuro marito ha posto come unica condizione allo sposalizio.

Il film si apre con l’arrivo sull’isola di Marianne (Noémie Merlant), una giovane donna che ha condotto un’esistenza diametralmente opposta a quella di Héloïse, pur rimanendo anche lei ai margini dell’attenzione sociale. Imparato il mestiere di pittrice dal padre, Marianne approda sull’isola con tutta la consapevolezza di una persona che lavora e sa badare a sé stessa, conoscendo il mondo e gli uomini, godendo di una libertà rara: quella di essere indipendente.
Portrait de la jeune fille en feu racconta la manciata di giorni di giorni che Héloïse e Marianne trascorreranno assieme e del tentativo di quest’ultima di catturare su tela il volto di una sconosciuta che imparerà a conoscere sempre più intimamente.

In molti hanno parlato di un nuovo Chiamami col tuo nome e in effetti lo scorrere del film è il medesimo, con giorni lunghissimi di lento avvicinamento che lasciano spazio a ore che fuggono velocissime nell’urgenza di conoscersi e scoprirsi a vicenda il più possibile nel poco tempo concesso. L’incontro è fatale per entrambe e le cambierà per sempre. Da quell’iniziale rapporto di osservante e osservata ricavano un rapporto molto più complesso, ulteriormente complicato dalla presenza di altri tre osservatori: la madre di Héloïse e il suo rapporto ambiguo con la figlia tra affetto e egoismo, la servetta di casa che giocherà un ruolo determinante e niente affatto proletario nell’evolversi della vicenda e infine lo spettatore.

Portrait de la jeune fille en feu è un esempio splendido di quanto il cinema ci renda osservatori, voyeur, nel senso più positivo del termine, fino a renderci partecipi e in una certa misura protagonisti. Nelle fasi iniziali del film ci avviciniamo a Héloïse stando al fianco di Marianne, che si finge una dama di compagnia per poter osservare la ragazza senza essere scoperta. Quando ancora Héloïse è all’oscuro di tutto cominciamo ad afferrarne la complessità interiore: è una ragazza digiuna di tutto, ma non ingenua. Volitiva ma timida, nervosa ma guidata da un’infallibile bussola interiore, Héloïse è un personaggio splendido, superbamente portato su schermo da una Adèle Haenel a cui è impossibile togliere gli occhi di dosso, capace di replicare quell’ingenuità del mondo combinata a uno sguardo acuto e a una saggezza antica. Pur venendo da un contesto simile a quello di Cécile de Volanges, la giovane sedotta da John Malkovich all’inizio di Le Relazioni Pericolose (altro film di cui qua e là si avverte l’eco), Héloïse dimostra una complessità che il cinema fatica a raccontare in questo tipo di personaggi, giovani e inesperti. Sia Marianne sia lo spettatore finiscono per sottovalutarla, dimenticando che anche lei, in qualità di modella, è libera di osservarci a proprio piacimento.

La ragazza che va a fuoco è un personaggio incredibile, il vero cardine del film. Per coglierne la vera natura e capirne la potenza, bisogna scadere nel gossip. Non è la prima volta che Adèle Haenel finisce davanti alla cinepresa di Céline Sciamma: era lei la giovane attrice che trascinò al successo Naissance des pieuvres e accese un faro sulla carriera dell’allora sconosciuta Céline Sciamma. Galeotto fu il Premi César 2008, quando una giovane Adèle Haenel in un tumultuoso, appassionato discorso di ringraziamento buttò lì una dichiarazione d’amore (poi ritrattata, rivista, smontata pezzo per pezzo) a quella regista. Anche se le due volutamente hanno intorbidito le acque su cosa ci sia stato (o ci sia) tra di loro, Céline Sciamma ha dichiarato senza mezzi termini che questo ruolo è stato scritto appositamente per Adèle Haenel, pensando a lei.

Rivedendo quel discorso di ringraziamento, lo sguardo inquieto e appassionato dell’attrice, è difficile non pensare che Héloïse sia proprio lei. Lo sforzo attoriale è comunque enorme, perché è un ritratto vivido della donna che è stata la giovanissima Adèle Haenel, vista attraverso lo sguardo di Céline Sciamma, sublimato attraverso una cinepresa che ne replica lo sguardo e lo trasforma in cinema. Impossibile non sentire il sentimento fortissimo che scorre nel mezzo e complimenti a Noémie Merlant che s’impone senza affogarci dentro. Così come Dolor y Gloria, in questo copione scorre un pezzo di carne viva. Da sceneggiatrice ad attrice è un regalo reciproco enorme, per un film spartiacque (chissà, forse il Film) per entrambe. Essere spettatori di tutto questo è il regalo più grande di tutti, mette quasi in difficoltà.

L’aspetto forse più straordinario è come Portrait de la jeune fille en feu non tradisca una certa dimensione intima e l’essenzialità del cinema di Sciamma, pur essendo un film che risplende per costumi e location, senza però mai risultare stucchevole. Ogni inquadratura è una pennellata, ogni frame è composto come un dipinto, ma con personaggi vivi e vividi dentro.
La lezione di Jane Campion è tutta lì, ma non viene ripetuta, bensì portata avanti, in un film che rilegge un genere cinematografico classico in chiave assolutamente contemporanea. Portrait de la jeune fille en feu scardina un genere considerato femminile ma costruito nei suoi topoi e nelle sue strutture da un modello e da dei cineasti dalla visione maschile. Sciamma invece racconta e intreccia le vicende di quattro donne che, in modi diversi, godono di una relativa libertà nelle intercapedini e nei margini in cui la società ufficiale consente loro di deviare dal sentito comune, rendendole solidali tra di loro, in opposizione a personaggi maschili fisicamente assenti, ma dalla pesante influenza.

Se proprio dovessi muovere una critica al film, potrei citare una sequenza onirica che ricorre qua e là e che inizialmente mi è parsa più superficiale e accessoria del resto. Niente di più sbagliato, dato che conduce a una delle tre grandi chiuse che mettono la parola fine al film, la più improvvisa, suggestiva e potente. Dopo averla vista ho davvero temuto che Sciamma sbavasse tutto proprio sul gran finale, invece, pur costruendo altri due passaggi più convenzionali, arriva dritto al cuore e non sbaglia, dimostrandosi ancora una volta nel giusto quando sceglie di essere così parsimonia nell’utilizzo di musica durante la pellicola.

Si è molto tentati di citare altri grandi film – Chiamami col tuo nome, Le relazioni pericolose, Bright Star, Lezioni di piano e Vita di Adele – per tentare di restituire la potenza di Portrait de la jeune fille en feu. Si rischia di farlo passare per derivativo o ripetitivo, ma non è così. Sciamma ha diretto un nuovo classico del cinema europeo (dove ancora sopravvivono autorialità e soggetti originali pensati e scritti per il cinema), uno di quelli a cui compareremo le grandi pellicole a venire, per tentare di restituirne la potenza.

Portrait de la jeune fille en feu è stato acquisito da Lucky Red e verrà distribuito in Italia nei prossimi mesi, a data da definirsi.

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