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Ormai l’abbiamo capito: ci toccherà sorbirci, volenti o nolenti, il remake live action / generato digitalmente di qualsiasi titolo appetibile tra i classici Disney, canone più o meno ufficiale che racchiude tutte le grandi produzioni animate tradizionalmente da Walt Disney persona prima e studios poi. Dopo il successo di Il libro della Giungla non è nemmeno tanto sorprendente che ci si sia rivolti a Jon Favreau per portare su grande schermo in versione digitale un altro grande classico animalesco, un assoluto punto fermo dell’animazione Disney negli anni ’90, un’epoca fertile d’idee che diede nuova giovinezza e nuovi classici a uno studio appena uscito da una crisi creativa prolungata.
Con tutte le premesse del caso, con l’uscita estiva sinonimo di leggerezza e anticamera di permissività cinefila per eccellenza, anche considerando tutto questo io questo Il re leone 2019 non solo non l’ho gradito, ma l’ho trovato sconfinatamente irritante.

Non solo io, tra l’altro: la critica solitamente più che benevola nei confronti delle uscite Disney (che, giova ricordarlo, con i suoi franchise ha l’incredibile proposito di mettere a segno tra i 7 e i 10 incassi sopra i 500 milioni nell’anno corrente) ha criticato aspramente quest’operazione. Il punto del contendere, oltre alla qualità intrinseca dell’opera, è il senso stesso dell’operazione.
Personalmente trovo questa lunghissima scia di live action / riadattamenti digitali sostanzialmente ininfluente per le sorti del cinema popolare. Non escludo che possano tirare su generazioni di piccoli cinefili che vi si affezionino sinceramente preferendoli agli originali, ma a livello cinematografico hanno lasciato dietro di sé un sostanziale nulla. Tra musiche, regie, interpretazioni e innovazioni rispetto alle fonti originali, a distanza di qualche anno sembrano già uno miscuglio mnemonico dai contorni indistinti.

Il libro della giungla, senza essere epocale o distinguersi in maniera particolare, rimane tutto sommato uno dei titoli migliori di questa operazione “vincere facile” di Disney: performance vocali suadenti e convincenti, qualche cambiamento qua e là magari azzeccato, contenuto per durata e sostenuto per ritmi. Personalmente poi, nonostante il risultato mediocre, apprezzo molto di più un Maleficent nel suo goffissimo tentativo di ricamare un contenuto originale su personaggi già esistenti (azzeccando un personaggio iconico nel look) rispetto a pellicole che da aggiungere hanno solo il familismo sospinto come Dumbo: questione di gusti, esigenze e aspettative.

L’allarme grave che fa scattare Il re leone è che è una sostanziale presa in giro. Non è che sia fedele all’originale, non è che somigli alla pellicola animata del 1994: è un film che per buona parte dei 20 minuti iniziali ricalca, un movimento di macchina e uno stacco dietro l’altro, le stesse precise, identiche scene. L’effetto è sconcertante sin dai primi minuti, quelli che fanno partire l’originale con la quinta marcia e con delle riprese così iconiche per movimenti, tagli e colorazioni da essersi scolpite nell’immaginario collettivo, senza nemmeno scomodare le musiche.

Non è che il remake del 2019 sia simile, è identico. Identico al punto che quando il rinoceronte entra nell’inquadratura da sinistra a destra, gli stessi uccellini che si poggiavano sui corni atterrano esattamente nello stesso punto, con lo stesso tempismo. C’è qualche differenza, minima, ma sono più che altro tagli dovuti al problema principale di questa catastrofica scelta stilistica: in questa modalità iper-realistica, in cui è difficile sfuggire la vibrazione National Geographic (ironia della sorte, altra recente acquisizione della Casa del Topo), la gamma dei movimenti “umani” degli animali è fortemente limitata. A partire dal labiale necessario alle canzoni. Ci si mette parecchio ad abituarsi a questo movimento abbastanza innaturale dei leoni che muovono continuamente le fauci per parlare e cantare.

Eppure la forza di Il re leone, novello Amleto della Savana, stava proprio nella sua vicenda umana e reale. Tra parentesi: il destino del re di essere tale, il fondersi con le filosofie orientali di distacco dalle tribolazioni umane e la naturale gerarchia delle specie con tanto d’inchino sono esattamente il tipo di suggestione degli anni ’90 che sarebbe saggio evitare di maneggiare e rimaneggiare nel 2019. Si potrebbe creare del nuovo contenuto magari, senza dover ritoccare continuamente istanze femministe e progressiste alla meno peggio con una toppa narrativa? Eppure uno dei pochi tentativi di originalità di Disney negli ultimi anni è diventato quel fenomeno culturale macinasoldi di Frozen. Niente, doppiamo sciropparci Il re leone al netto di tutte le scene più entusiasmanti, dei character design più graffianti, dei colori sfavillanti, delle coreografie degli animali, perché ripeterle con questo livello di foto realismo è impensabile. I tagli sono importanti e sacrificano tanto: vedi per esempio alla voce Scar, pallida, flebile ombra di uno dei villain più carismatici di quella decade.

Poi si può discutere di quanto sia debole il cast di doppiaggio italiano con cantanti come Elisa e Marco Mengoni abbastanza rigidi sul piano interpretativo, ma mi sembrano questioni di lana caprina di fronte a un film che non solo riscalda una minestra già gustata in precedenza, ma pretende di farlo senza nemmeno un’aggiustata di sale e una mescolata più che necessaria. Le cose vanno un po’ meglio quando arrivano Timon e Pumbaa, a cui è consentito spesso di uscire dalla ripetizione del copione originale. A ben vedere però si ride sì, ma anche qui il panorama è desolante: le grandi conquiste di questi ultimi 25 anni di cinema animato sono state scorregge in libertà e le ormai odiose battute meta e multifranchise (cfr: le principesse e Star Wars di Ralph Spaccatutto 2).

Allora che si poteva fare? Direte voi. Dato che lasciare in pace un film che già alla sua epoca ha dato tantissimo e cercare nuove storie non è dato, si poteva rifarlo non nel senso letterale della parola, come successo con Il libro della giungla. Faccio un esempio banalissimo: scena iniziale pre titolo d’apertura, la presentazione del leoncino agli abitanti della Savana.

Siamo rasoterra, una formichina è all’esatto centro della scena (giuro che non è una citazione di Boris) poi arrivano altri insetti e intanto la cinepresa sale con quel movimento perfettamente verticale proprio dei droni (e che io aborro, ma questo è un altro discorso), allargandosi sulla Savana circostante e sui suoi animali che si dispongono in cerchi sempre più grandi fino a che appare un puntolino arancione sulla rupe e, in una discesa vertiginosa, ci avviciniamo sempre più fino a vedere gli occhi di Simba, che quindi non è un Re che regna dall’alto mentre tutti s’inchinano ma il centro di una storia collettiva, con un’innovazione stilistica e narrativa vera e propria (la ripresa tipica da drone) inesistente all’epoca dell’originale. Il re leone stesso per molti aspetti fu innovatore, in primis proprio per quelle benedette riprese in computer grafica che gli davano un dinamismo mai visto prima in un cartone tradizionale.

Sarebbe stato meglio dell’originale? Palesemente no, ma sarebbe stato un film con uno sforzo creativo, una regia, non un compito sotto dettatura, sospeso tra rendering per ammirare le performance del nuovo mega schermo ultra piatto e documentario di National Geographic. Consideriamo che questa è la mia balzana idea tirata su in pochi minuti e poche righe: immaginiamo cosa potrebbe fare una potenza creativa e finanziaria come Disney, se davvero volesse dare una valenza creativa oltre che economica a queste operazioni. Se lo volesse, appunto.

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