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Il 2019 sarà l’anno in cui quasi certamente la Corea del Sud riuscirà finalmente a strappare la prima, agognatissima, meritatissima nomination nella categoria Miglior film in lingua straniera agli Oscar. Sembra incredibile che una nazione che negli ultimi 20 anni ha espresso una così alta qualità cinematografica non sia riuscita ancora ad entrare nella cinquina finale agli Academy Awards. Basterà la Palma d’Oro di Parasite, in un anno che si preannuncia già affollatissimo di grandi film in categoria? Lo scopriremo tra qualche mese, mentre grazie a Tucker Film possiamo finalmente goderci in sala Burning di Lee Chang-dong, il film coreano che nel 2018 sbarcò nella long list della categoria e rimase fuori dalla cinquina finale per una manciata di voti. In molti sostengono immeritatamente: in effetti quello che sbarca nelle sale oggi è un grande film, uno dei migliori visti nel 2018 e uno dei più amati da Cannes 72. Burning è un film a combustione lenta, certo, ma che marchia a fuoco la mente e gli occhi dello spettatore.

Uno degli aspetti più affascinanti del cinema sud coreano è come riesca a fare proprie storie che arrivano da lontano, cambiandone l’ambientazione ma senza snaturarne i contenuti. Così come fece Park Chan-wook con il bellissimo The Handmaiden (adattamento libero dell’omonimo romanzo di Sarah Waters), qui Lee Chang-dong prende in prestito una storia breve di Haruki Murakami intitolata Granai bruciati e ne sfrutta i tratti vicini ai nuclei tematici del suo cinema per parlare della sua Corea. Al lettore di Murakami non sfuggirà quanto il trio dei protagonisti Jongsu, Haemi e Ben sia formato da personaggi stereotipici dell’universo letterario dello scrittore giapponese. Jonsu è un umile lavoratore che viene dalla campagna che ha l’animo dello scrittore e si rivela incapace di manifestare i suoi sentimenti per Haemi. La ragazza proviene dalla campagna come lui, ma ha alterato con la chirurgia estetica i suoi tratti facciali e sembra molto più a suo agio nel contesto cittadino e commerciale in cui i due si incontrano. Tra i due si consuma una scintilla d’intercorso amoroso, seguito dalla richiesta di Haemi di badare al proprio gatto; un micio pauroso, che non si fa mai vedere, la cui esistenza è sempre in forse.

Mentre Haemi è in Africa a coronare il suo sogno di vedere da lì l’ardente sorgere del sole rosso (anche se intuiamo che sia alla ricerca di un senso esistenziale tanto quanto Jongsu), il protagonista fa chiarezza nel suo cuore e la attende, pronto a farsi avanti. Al ritorno però spunta l’altro, il concorrente, l’antagonista. Ben è bello, affabile, con un misterioso sorriso sornione che aleggia fugace sulle labbra. Appartiene a una classe superiore per istruzione e ricchezza, tanto da condurre una vita completamente inaccessibile a Haemi e Jongsu, eppure apre le porte della sua casa e uno spiraglio su questo mondo ai due protagonisti. L’impressione è che ne ricavi una sorta di divertito disprezzo nel farlo e mentre Haemi si gode inconsapevole il momento, Jongsu sembra l’unico in grado di cogliere l’oscurità dentro Ben mentre osserva sconcertato lo strano rapporto che si sviluppa tra i due. Per buona parte del film Burning consuma a fuoco lento la reazione tra i tre. Inizialmente Haemi (l’esordiente Jun Jong-seo) sembra la posta in gioco ma in realtà la relazione più bruciante è quella tra Jongsu e Ben, chiaramente antagonisti ma rispettivamente affascinati dal loro contrario e opposto. La gara tra i due si consuma anche sul piano recitativo, con le performance sottili di Yoo Ah-in e Steven Yeun.

La quieta scena cardine del film si consuma nel rossore infuocato di un tramonto che accende la povera casa di campagna di Jonsu e illumina le intenzioni nascoste dei personaggi. Mentre Haemi dorme Ben e Jongsu si affrontano per la prima e ultima volta a viso aperto, confessandosi a vicenda il segreto che brucia loro dentro. Per Jongsu è quell’amore per Haemi che è incapace di esprimere, soprattutto ora che Ben ha vinto la guerra per il suo cuore. Per Ben è un hobby illegale e maniacale che ne rivela tutto il disprezzo verso il mondo da cui provengono Haemi e Jongsu, tutto il piacere che l’uomo trae dall’usare il suo potere e il suo denaro per provare di poterla fare franca in ogni situazione. Il tutto si consuma a pochi passi dalla JAG, la joint security area che divide il Sud dal Nord, invisibile ma presente, rumoroso e luminoso sullo sfondo del film.

Burning è un film autoriale nei ritmi, lento e inesorabile. La scena del tramonto è uno spartiacque, il giro di boa da cui il film prende slancio e rivela tutte le carte coperte che aveva lasciato sul suo cammino. Dopo il tramonto del sole i colori del film si fanno freddi, gli azzurri, la foschia e la consapevolezza gelano lo spettatore e Jongsu, che comprende fatalmente quanto sia troppo tardi per lui, per Haemi e per Ben, quale sia davvero la natura di quest’ultimo.
In questo senso Burning funziona decisamente meglio della scrittura di Murakami, perché laddove il mistero ambiguo dello scrittore giapponese si rivela un artificio letterario vuoto e fine a sé stesso, Lee Chang-dong punta chiaramente in una direzione, regalando di fatto un thriller la cui lentezza serve solo a inserire la lama più a fondo nel cuore di Jongsu e dello spettatore.

Più manca una prova risolutiva di quanto Ben abbia davvero compiuto e più nell’ambiguità che ne deriva si fa strada la certezza della perdita per Jongsu, la tragica incapacità di porre rimedio a quell’unica volta in cui non ha saputo dare voce ai propri sentimenti. Inesorabilmente e fatale, il suo errore sembra essere proprio lo sprone mancante per dare la giusta direzione alla sua scrittura, in un risvolto creativo ancora più amaro. Burning è un film che raggiunge le sue maggiori profondità proprio su tutto quello che non dice ma lascia intuire sulla Corea di oggi: classista, capitalista, brutale, infuocata e gelida nella sua disumanità.

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