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Non è un mistero che François Ozon sia tra i miei registi preferiti e non è tanto una questione di livelli qualitativi, fama o allure festivaliera. Ci sono là fuori registi migliori? Sì, ma davvero pochi combinano la prolificità, il trasformismo e l’estrema fruibilità narrativa del regista francese.
È uno di quei nomi che suscita sempre la mia curiosità e di cui vedo le novità più volentieri (e anche con una certa impazienza) e il mondo sa se il Cinema non sarebbe migliore se questa qualità non fosse più diffusa tra i grandi cineasti. Non è che François Ozon sia meno intelligente, acuto o acculturato dei suoi colleghi festivalieri, è che da tempo ha messo da parte l’urgenza di impressionare o primeggiare, mentre rimane una sua priorità quella di raccontare con estrema chiarezza e accoglienza le sue storie. Da un regista così finisci per voler vedere anche un titolo come Grazie a Dio, incentrato sullo scandalo pedofilia nella diocesi di Lione e sull’affaire Barbarin.
In una recente intervista rilasciata a Rainews veniva chiesto a François Ozon come avesse adattato il suo stile per narrare una storia tanto drammatica. In effetti sulla carta forse non c’era regista francese meno indicato di lui per portare su grande schermo la storia di come la diocesi di Lione abbia sistematicamente insabbiato le centinaia di casi di violenze sessuali perpetrate da un suo prelato tra gli anni ’80 e ’90, tra chierichetti e scout. Con la passionalità del suo cinema e il suo gusto per il melodramma come poteva Ozon trattare una storia autentica, tanto delicata e drammatica?

La risposta è che Ozon è Ozon, ovvero un regista che pur con delle predilezioni e dei temi ricorrenti, è del tutto in grado di mutare profondamente i suoi codici e i suoi registri per calarsi in un nuovo genere e narrare al meglio un tipo di storia diverso da quelle di cui di solito tratta. Così il regista lavora per sottrazione, facendo in modo che il lavorio registico appaia il meno possibile, ammantando Grazie a Dio di un approccio sobrio e raccolto, che metta l’accento su ciò che gli attori dicono più che su cosa facciano.

Il risultato è stato salutato come una sorta di nuovo Il caso Spotlight ed è innegabile quanto torni alla mente quel film, complice anche un’impressionante contiguità tematica. Ozon però fa tutt’altro che ripetere uno schema o scopiazzare.
Il focus della sua attenzione è tutto sulle parole, a partire dal nome dell’associazione che le vittime del prete pedofilo si danno: La parola liberata. La parola e il dialogo in ogni sua forma conquistano la scena in Grazie a Dio, con Ozon sempre ben attento ad evitare che il film cada nell’eccessiva verbosità, nella retorica o appaia semplicemente troppo disadorno.

Per questo la parola è trasformista almeno quanto lui, cambiando forma (epistolare in voice over, dialogo, discorso) e parlante. Grazie a Dio è un film quasi documentaristico per come insiste sulla testimonianza, ma al contempo ampiamente fittizio per come usa i suoi personaggi per indagare attraverso le parole il vero impatto di quanto successe in quello stanzino per lo sviluppo delle foto e in quel campeggio anni addietro.


La testimonianza è continua, il testimone viene passato da personaggio a personaggio, da vittima a vittima. Il protagonista della prima parte è Melvil Poupaud, attore molto amato da Ozon, che incarna il personaggio la cui sensibilità è più lontana dall’universo ozoniano: fervente cattolico, composto (quasi represso), marito devoto e padre di ben 5 figli, aperto e sincero al punto da essere esposto. È lui a presentare una denuncia “inutile” (in quanto l’atto è caduto in prescrizione) ed è lui a dare il via a tutto il film. Il testimone poi passa a Denis Ménochet, un marito e padre orgogliosamente laico e mangiapreti, che passa dal minimizzare quanto successo a impegnarsi con veemenza nella causa, fino a proporre di disegnare un membro sopra il cielo del Vaticano per richiamare l’attenzione sullo scandalo. Altrettanto ozoniano è il personaggio interpretato da Swann Arlaud, che tiene insieme con qualche miracoloso collante una salute precaria, una situazione finanziaria modesta e un rapporto tossico con la compagna che non lo soddisfa.

Infine c’è la parola raggelante che ritrae la normalità con cui viene vissuta la pedofilia dal prete accusato dai protagonisti e dal cardinale che lo protegge. È quando abbassano la guardia che la loro parola rivela come vivano quanto successo come un dato di fatto: il titolo deriva da uno scivolone dello stesso Barbarin, che proruppe con un “grazie a Dio” proprio durante una conferenza stampa dedicata al tema. Ozon quindi non solo non si fa affossare dalla dimensione tragica della storia che racconta, ma riesce a trasformarla nel ritratto di tre uomini profondamente diversi, uniti da un drammatico passato che prima li avvicina e poi li divide, fino a portare tutti e tre alla medesima conclusione: che avevano ampiamente sottovalutato quanto il condizionamento di quell’esperienza fosse ancora lì, a plasmare le loro vite.

Grazie a Dio vale un Orso d’argento nella misura in cui Ozon ci tira fuori non solo un film di denuncia, ma anche un grande affresco umano, senza necessariamente scomparirci dentro. La scelta al solito efficacissima dei volti e degli interpreti, l’apertura visivamente impressionante e poi quella domanda che pone un figlio innocente a suo padre e che è tutt’altro che disenteressata da parte di Ozon, che non è mai scomparso davvero dentro o dietro la storia che racconta. Semplicemente la conclude con una domanda la cui risposta avrebbe dato il via a un nuovo film, una nuova storia: una autenticamente ozoniana.