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Secondo Variety, un eminente testata di spettacolo capace in poche ore di tirar fuori editoriali di tutto rispetto sulle nomination ai Globe e vaccate immonde tipo la mappatura dei nominati in base al segno zodiacale, le nomination ai Golden Globe Awards 2020 hanno dato una ripulita alla proverbiale faciloneria con cui il primo appuntamento della lunghissima stagione che porta agli Oscar seleziona le sue cinquine di finalisti. Sarà davvero così? Scorrendo la lista delle categorie cinematografiche mi verrebbe da dire sì, anche se qualche perplessità permane.
Dove sono finite le donne, di grazia? Tutte quelle nomination a Piccole Donne e 1917 sono figlie del hype o di una valutazione oggettiva? The Farewell sarebbe un film cinese? Quindi sì, qualche perplessità e un paio di sorprese non mancano. Perché non metterci qui tutti attorno a un post a discuterne?

La prima considerazione che mi viene da fare è che Netflix raccogliere i frutti di un lavoro molto oculato in campo cinematografico. Dovrebbe solo imparare a replicarlo in campo televisivo. I numeri le danno ragione anche su quel versante: guida la corsa con il maggior numero di nomination (tallonata da vicino da HBO, sua eterna rivale televisiva), ma la qualità espressa da due titoli come Storia di un matrimonio e The Irishman non trova riscontro sul piccolo schermo.
Qualità che è apparsa evidente sin dal lancio dei due film: da mesi è palese che saranno dei contendenti difficili da battere per gli altri titoli in campo. Non sono solo ottimi film, peggio (anzi meglio): sono ottimi film da Oscar, capaci di emozionare i membri dell’Academy e al contempo non risultare troppo respingenti per il grande pubblico, evitando di finire nella categoria dei titoli di nicchia. Guardando alla categoria di Miglior film drammatico il risultato si fa straordinario:

Miglior film drammatico

  • 1917
  • The Irishman
  • Joker
  • Storia di un matrimonio
  • I due papi

Tre film su cinque sono prodotti da Netflix. I due papi sarà disponibile a partire dal 20 dicembre e ha questa vibrazione da film che mettiamo in piedi per raccogliere il plauso di spettatori e votanti di mezza età per cui The Irishman e Storia di un matrimonio sono troppo moderni. Chissà che sarebbe successo se Warner Bros non avesse infilato il successo clamoroso di Joker, che se ci penso vorrei andare a scuotere Lucrecia Martel chiedendole se ha capito cosa ha combinato da presidente di giuria a Venezia.
Dai dietro le quinte degli scorsi mesi 1917 sembra un film davvero pazzesco (e da Sam Mendes non mi aspetto mai molto di meno) e le tante nomination piovute su questo titolo sembrano confermarlo. Tuttavia rimane l’incognita del lancio al botteghino in un periodo allergico al dramma come il Natale. Io mi aspetto un bagno di sangue che complicherebbe la corsa al Globe e agli Oscar per Mendes e Deakins (guardatevi questo speciale per capire cosa intendo), ma spero di essere smentita.

Miglior film commedia o musicale

  • Dolemite is My Name
  • Jojo Rabbit
  • Cena con delitto – Knives Out
  • C’era una volta a…Hollywood
  • Rocketman

Questa è forse la categoria su cui ho più mancanze, considerando le uscite italiane. Tralasciando i convenevoli su come di grazia Tarantino sia finito di qui, sono sorpresa dalla buona performance di Rocketman; un biopic musicale che raccoglie quanto merita e che merita di certo molto più del predecessore Bohemian Rhapsody, che supera di parecchie lunghezze come qualità cinematografica. Non mi aspettavo nemmeno di vedere tante nomination per Knives Out, di certo aiutato dalla divisione commedia/drammatico dei Globes. Tuttavia è una buona notizia che quando qualcuno azzarda un film totalmente originale e con un gran carattere anche se di largo consumo venga preso in considerazione. Rimango molto curiosa su Jojo Rabbit, di cui ho sentito dire cose molto contrastanti e mi pare di capire non sia sovversivo come si dice in giro.

Miglior regia

  • Bong Joon-Ho, Parasite
  • Sam Mendes, 1917
  • Quentin Tarantino, C’era una volta a…Hollywood
  • Martin Scorsese, The Irishman
  • Todd Phillips, Joker

Quindi tutto sommato è più facile sfondare a Hollywood se si è coreani rispetto ad avere una vagina. D’altronde un decennio di vittorie di registi messicani in categoria ci avevano suggerito questa possibilità. Vorrei fermare però i fan di Greta Gerwig: il fatto che Piccole donne non faccia capolino nelle categorie di peso e 1917 sì potrebbe anche essere un indicatore che forse forse si è un filo esagerato con l’hype. E quindi?
Quindi c’erano comunque un fantastilione di donne candidabili, in particolare quest’anno; alcune il cui lavoro mi è piaciuto molto (Céline Sciamma e una risma di francofone lodatissime a Cannes) alcune che no ma non avrei avuto nulla da obiettare (Lulu Wang), alcune che proprio no ma insomma, almeno una era sacrosanto cacciarcela. Sulla fetta afroamericana invece quest’anno, eccezion fatta per Noi di Jordan Peele (uscito però a febbraio, praticamente un secolo fa in ottica premi), il film davvero forte forse è mancato. Per i presenti, contenta per Tarantino che fatica sempre un po’ ad accreditarsi come regista nel contesto dei premi, Phillips è un male necessario, Scorsese è praticamente dovuto, Sam Mendes lo scopriremo presto. Su Bong Joon-Ho non posso che gioire di un’apertura a uno straniero (non messicano), ma mi riempie di mestizia il fatto che accada con un film palesemente costruito per ottenere questo risultato.

Miglior sceneggiatura

  • Storia di un matrimonio
  • Parasite
  • I due papi
  • C’era una volta a…Hollywood
  • The Irishman

Ma pensa, le donne non sanno dirigere né scrivere film. Dopo la vittoria agli European Film Awards qui Céline Sciamma ci sarebbe stata eccome, magari anche al posto di Bong Joon-Ho, dato che lo script di Parasite ha più di un passaggio artificioso per mantenere il ritmo. Al regista coreano però si deve attestare la grande capacità di entrare in due cinquine pesantissime come questa e la precedente, trasformando il suo cinema in un oggetto capace di dialogare con una fetta di pubblico occidentale che ama molto le semplificazioni arbitrarie e i simboli esasperati (alto basso, ricco povero). Non poteva mancare Tarantino nella sua categoria d’elezione, ma d’altronde C’era una volta a…Hollywood è un film molto personale, così come Storia di un matrimonio. Si sa, i film personali e in qualche modo creativi tendono a venire dirottati in categorie di scrittura, facendo scelte più tradizionali per la regia. Una parentesi a parte la merita Steven Zaillian, che è un assoluto maestro negli adattamenti da romanzi a film. Se Scorsese ha tirato fuori un film tanto straordinario, una fetta non indifferente del merito va al lavoro di chi gli ha messo in mano quel copione. 

Miglior attore in un film drammatico

  • Christian Bale, Lemans ’66 – la grande sfida
  • Antonio Banderas, Dolor y gloria
  • Adam Driver, Storia di un matrimonio
  • Joaquin Phoenix, Joker
  • Jonathan Pryce, I due papi

Una cinquina scritta nel destino da settimane, su cui grava lo spettro di un vincitore annunciato, ovvero Joanquin Phoenix. Tuttavia il fatto che Antonio Banderas sia riuscito ad agguantare la nomination con un film straniero presentato a maggio, che non ha vinto Cannes e che è distribuito in release limitata mi fa ben sperare in sacche di buon senso nascoste nell’associazione di giornalisti stranieri a Los Angeles (ovvero quella che assegna i Golden Globe). La sua è una performance strepitosa e sentitissima, ma soprattutto mai piaciona come quella del collega. Sarebbe inoltre un vincitore straniero anch’esso, che ritarderebbe di quanti anni un inevitabile Oscar (o un secondo Oscar) agli altri candidati Bale e Driver? Così a spanne direi solo di un paio. Spero per Banderas che non faccia la fine di Isabelle Huppert nominata per Elle. Nel caso la spuntasse Jonathan Pryce, significherebbe che la nicchia conservatrice nella stampa estera ha rialzato la testa e che non ci libereremo mai più di film su Bergoglio, che già ora escono con scadenza annuale o poco più.

Miglior attrice in un film drammatico

  • Cynthia Erivo, Harriet
  • Scarlett Johansson, Storia di un matrimonio
  • Saoirse Ronan, Piccole donne
  • Charlize Theron, Bombshell
  • Renée Zellweger, Judy

Saoirse Ronan novella Meryl Streep, mi pare di capire: possibile che questa nomination ai globi sia un viatico e finisca per strappare anche una quarta nomination anche agli Oscar a meno di 25 anni? La ragazza è molto brava sì, ma siamo in un mondo in cui Isabelle Huppert ha preso la sua prima candidatura nel 2018 e Amy Adams non ha mai vinto la statuetta, per buttar lì due nomi. Questo innamoramento per la Ronan profuma di Meryl Streep, stranamente qui assente. Comunque tranquilli, Meryl è nominata per Big Little Lies, giusto per aggiornare le sue statistiche.
Tornando alla cinquina, Scarlett Johansson si presenta con una prova strepitosa (e ne aveva una riserva in Jojo Rabbit), un anno stellare e il ruolo consolidato di attrice più remunerativa di Hollywood.
Mi mancano da vedere in azione Theron e Erivo, ma vista da qui la Johansson meriterebbe la vittoria, per il giusto mix di glamour e ottima recitazione messa in campo. Esco fresca fresca stasera dalla visione di Renée Zellweger, che quella nomination l’ha ottenuta con un film dall’impostazione così démodé che la sua bravura va sprecata. Qui avrei voluto vedere un’Adele Haenel o una Lupita Nyong’o, sostituendo una piccola donna Saoirse Ronan con una Florence Pugh da Midsommar. C’era spazio per migliorare senza uscire dal comodo recinto del glamour hollywoodiano.

Miglior attore in una commedia

  • Daniel Craig, Cena con delitto – Knives Out
  • Roman Griffin Davis, Jojo Rabbit
  • Leonardo DiCaprio, C’era una volta a… Hollywood
  • Taron Egerton, Rocketman
  • Eddie Murphy, Dolemite Is My Name

Oh Daniel, questa tua nomination conferma che Hollywood ti trova così seducente e rassicurante che sarai il Bond che farà meno fatica di tutti i passati 007 a lasciarsi alle spalle quel ruolo pesantissimo. Hollywood io la capisco bene: mi fai esattamente lo stesso effetto e come attore te la cavi sempre di più, film dopo film. Chissà dove ti porterà quel tuo modo di fare sornione. Taron Egerton è un altro che zitto zitto si sta costruendo una gran reputazione e questa nomination se la merita tantissimo, anche solo come risposta all’approccio Rami Malek, combattuto a suon di esibizioni cantante da sé e recitazione più ruvida e meno improntata sul mimetismo. Per DiCaprio e Pitt in C’era una volta a… Hollywood posso dire che capisco ma non condivido? Sono palesemente due ruoli tagliati su misura per loro, che trasformano gli eccessi dell’uno e le mancanze dell’altro in pregi, confermando un genio sì: quello di Tarantino.

Miglior attrice in una commedia

  • Awkwafina, The Farewell – Una bugia buona
  • Ana de Armas, Cena con delitto – Knives Out
  • Beanie Feldstein, La rivincita delle sfigate
  • Emma Thompson, E poi c’è Katherine
  • Cate Blanchett, Che fine ha fatto Bernadette?

La cinquina che mi desta più perplessità: ho letto grandi lodi per Awkwafina e Ana de Armas nei rispettivi film di cui sono protagoniste ed entrambe non mi hanno convinto. Se la cavano sì, ma mi sembra siano interpretazioni più impostate dalla regia che dall’interprete, che è presente più che metterci qualcosa di suo. Posto che trovo Booksmart molto sopravvalutato, la nomination a Beanie Feldstein è una delle poche vere sorprese che leggo in queste cinquine ed è davvero una scelta diversa dal solito ma condivisibile. Forse della cinquina è l’unica ad avere un coefficiente comico vero e proprio. Cate Blanchett se la cava in un film del tutto mediocre che non la esalta, idem per Emma Thompson: due nomination largamente evitabili per due attrici che sono state giustamente attenzionate in passato con film e ruoli molto migliori. 

Miglior attore non protagonista

  • Tom Hanks – Un amico straordinario
  • Al Pacino, The Irishman
  • Joe Pesci, The Irishman
  • Brad Pitt, C’era una volta a…Hollywood
  • Anthony Hopkins, I due papi

Chiunque si frapponga tra Joe Pesci e il suo Globe/Oscar è quasi un ladro e contate che Al Pacino in The Irishman è già qualcosa di speciale. Joe Pesci però è davvero fuori scala e non credo che Tom Hanks o Anthony Hopkins (che però m’intriga molto come Ratzinger, son curiosa di vederlo in azione) mi faranno cambiare idea. Joe Pesci in The Irishman è la prova dell’effetto travolgente che ha un grande regista quando sottolinea la performance di un fuoriclasse della recitazione.

Miglior attrice non protagonista

  • Annette Benning, The Report
  • Margot Robbie, Bombshell
  • Jennifer Lopez, Le ragazze di Wall Street
  • Kathy Bates, Richard Jewell
  • Laura Dern, Storia di un matrimonio

Jennifer Lopez meriterebbe ogni premio per come è riuscita a rivitalizzare la sua carriera attoriale (oggetto di scherno da più di un decennio) con il brillante colpo di genio d’interpretare sé stessa in versione appena più tamarra e proletaria. Forse agli Oscar non ce la farà ma i Globe potrebbero essere la cornice giusta per coronare il suo 50esimo anno d’età; quello della resurrezione a suon di lap dance e jungle dress. Di Margot Robbie e delle colleghe in Bombshell ho sentito meraviglie, mentre Laura Dern è l’interprete che mi ha convinto meno in Storia di un matrimonio, perché è furbamente sin troppo sopra le righe, ma so essere un’opinione molto impopolare. Confermo che Annette Benning si fa notare in The Report, ma sembra una nomination politica, perché sopravvivere al PESO di questo film (che pure è ottimo) non è un’impresa scontata.

Miglior film straniero

  • The Farewell (Cina – Stati Uniti)
  • Les Misérables (Francia)
  • Dolor y Gloria (Spagna)
  • Parasite (Corea del Sud)
  • Ritratto di una giovane in fiamme (Francia)

Siamo finalmente arrivati al polemicone che volevo fare: checché se ne dica in giro, The Farewell non è un film cinese, né nella forma, né nella sostanza. Non perché sia prodotto da A24 o perché sia parlato per buona parte in inglese, ma perché racconta un punto di vista tipicamente statunitense: quello degli immigrati di prima e seconda generazione dalla Cina agli Stati Uniti, alle prese con il difficile confronto con le sue origini. L’intero segmento cinese è vissuto attraverso gli occhi di una giovane donna che parla a stento la lingua ed è palesemente impermeabile alle tradizioni e alla moralità del luogo che si racconta. Del cinema cinese (popolare e sostenuto dal governo o critico e autoriale) The Farewell poi non ha niente, ma davvero niente. Il miglior film cinese del 2019 visto ad oggi per me è The Wild Goose Lake di Diao Yinan, passato da Cannes. Diao Yinan stesso è un regista molto peculiare, ma incarna una sensibilità cinematografica del tutto assente in Lulu Wang, che accosterei più al cinema indie statunitense. Infatti guarda i casi della vita, The Farewell è il vincitore morale di quest’anno del Sundance.
Rimanendo in zona Cannes, faccio sommessamente notare che quattro dei cinque film nominati sono passati in Croisette, con buona pace dell’eterna sfida tra Venezia e Cannes. Quattro più uno che sta in questa categoria di straforo. Due sono francesi, giusto per dare l’idea di che anno pazzesco hanno avuto da quelle parti, anche poi col coraggio di titolare su Le Monde “Il cinema francese è morto?”, cosa criticabile fino a un certo punto, dato che qui c’è gente che si stupisce che Il Traditore di Bellocchio non sia in cinquina. Su Almodovar è presto detto: non vincerà, ma è il vincitore morale e mancato di Cannes e il discorso si potrebbe replicare ai Golden Globe e agli Oscar. Fosse per me darei tutti i premi “stranieri” a Ritratto della giovane in fiamme, che è il mio film preferito del 2019.

Miglior film d’animazione

  • Frozen II – Il segreto di Arendelle
  • Dragon Trainer – Il mondo nascosto
  • Il re leone
  • Missing Link
  • Toy Story 4

Se questi sono i migliori dell’annata, allora pure io che sono piuttosto tiepida su Makoto Shinkai sosterrei che l’esclusione di Weathering With You sia abbastanza ingiusta. La sola visione di Il re leone vicino a qualsiasi possibilità di vittoria poi mi fa bollire il sangue nelle vene. Che annata mediocre, meno male che c’è Toy Story 4.

Miglior colonna sonora originale

  • Motherless Brooklyn – I segreti di una città
  • Piccole donne
  • Joker
  • 1917
  • Storia di un matrimonio

Quest’anno non ci sono stata troppo dietro quindi non saprei dire con precisione chi manchi all’appello, ma posso dire che il lavoro di Alberto Iglesias su Dolor y Gloria è equivalente a quello di Banderas sul lato attoriale. Anche lui amico e collaboratore pluridecennale di Almodovar, ha dato davvero tutto sé stesso in una colonna sonora memorabile. Segnalo nel compartimento lavori musicali pazzeschi anche quello di Max Richter per Ad Astra.
Miglior canzone originale

  • Beautiful Ghosts (Cats)
  • I’m Gonna Love Me Again (Rocketman)
  • Into the Unknown (“Frozen II – Il segreto di Arendelle)
  • Spirit (Il re leone)
  • Stand Up (Harriet)

Tre parole: fugere non possunt.