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A seguire i dieci libri che più ho amato e che più mi sono rimasti nel cuore o nella mente tra quanto ho letto e completato nel 2019. Come sempre, dato che il mio monte letture annuale non spiluccate o testate non supera la cinquantina di unità, i titoli caldamente raccomandanti/imperdibili sono da considerarsi i tre sul podio o poco più. Dieci titoli sono pur sempre più di un quinto del totale, ma potreste trovare qualcosa di vostro interesse anche nella parte bassa della classifica.

Nelle puntate precedenti…
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[Listone 2012]

Se ripenso a questo romanzo fantasy sospeso tra fascinazioni vittoriane, giallo doyliano e ritorno nel magico mondo delle sexy fate, non sono i pregi a balzami come prima cosa alla mente, anzi, lo trovo pieno di difetti. La costruzione del mondo magico è abbastanza approssimativa, la caratterizzazione dei due personaggi protagonisti maschili (un medico e un affascinante sfaccendato) avviene a discapito di tutto il resto e certe svolte sono un po’ affrettate. Tuttavia è stata una lettura confortevole e coccolosa che mi sono goduta molto. Certo i debiti all’immaginario di Sherlock Holmes sono notevoli, però C.L. Polk è un esordiente con due grandi pregi: prosegue spedita sia nella parte investigativa sia nella parte politica della vicenda e tratteggia un personaggi innamorati decisamente più adulti e malinconici della media di questo comparto. Fossi l’editore come fascetta scriverei qualcosa sul genere “Tipo Rainbow Rowell, ma meglio”. O quanto meno con più appeal per un pubblico di non strettissima derivazione fanfictionara adolescenziale (detto senza alcun tipo di stereotipo, che altrimenti volumi così manco li leggerei). Certo quest’anno la pervasività della tematica queer nei romanzi d’esordio SFF è quasi soffocante (e detto da me) e qui più che in quel territorio siamo in quello della fanfiction scritta bene. Non so se poi Witchmark avrà le gambe per reggere la trilogia in cui è stato prontamente trasformato, ma i suoi punti di forza li ha, un possibile pubblico italiano idem (investigazione con tocchi romantici e intrecci politici in una sorta di Londra ottocentesca magica e un po’ steampunk, si vende da solo) e in un momento di voglia di confort reading mi leggerei con piacere il volume successivo. Guadagna parecchi punti nei passaggi relativi agli spostamenti in bicicletta del protagonista: si vedere che l’autrice è appassionata a livello viscerale e ci ha fatto una marea di ricerche storiche a riguardo.

Il livello inarrivabile di feticismo che è in grado di raggiungere Jun’ichirō Tanizaki nei suoi scritti alle volte per me è condizione sufficiente a inoltrarmi nella loro lettura. Le domestiche però, pur essendo lontano dalle sue vette più significative, finisce per diventare un documento storico d’enorme interesse. Pubblicato postumo nel 1962, è una sorta di catalogo romanzato di una lunga serie di domestiche che partecipano della vita della facoltosa casa Chikura. Alterego di Tanizaki, Raikichi è un uomo ricco e intellettuale, indolente, capriccioso, perennemente invaghito delle domestiche che affollano la sua dimora. Il suo racconto si apre con la descrizione della servizievole e materna Hatsu a cui fa seguito un lungo codazzo di sguattere, servette e autentiche arriviste, fino a chiudersi con Yuri. Se Hatsu incarna i valori degli anni ’30 del Novecento ed è remissiva e ossequiosa, man mano che gli anni passato le nuove domestiche si fanno sempre più indomite e ribelli, anticonformiste, poco inclini a rimanere in servizio per lunghi periodi, divise tra lavoro e ardenti passioni prematrimoniali. Attraverso Raikichi Tanizaki sembra mettere a fuoco la sua fortuna anagrafica: proprio come il suo personaggio morirà al tramonto di un’era che lo ha visto protagonista, consapevole dei cambiamenti sociali in essere, risparmiandosi però il collasso e l’estinzione di ogni sua vestigia. È interessante anche leggere tra le righe di quanto Raikichi non dice ma fa, approfittandosi delle sue domestiche, che guarda come splendidi oggetti sessuali, dall’alto al basso di una cultura a loro preclusa e che lui impartisce col contagocce (insegnando a leggere e a scrivere con buona grafia) con tutte le contraddizioni e la supponenza di una classe sociale elevata che si pone come magnanima salvatrice dei più sfortunati. L’edizione italiana vanta l’ottima traduzione di Gianluca Coci, che si sforza quanto possibile di rendere anche l’evoluzione linguistica nella lingua del popolo fotografata da Tanizaki attraverso le domestiche e la traduzione di una post fazione di Abe Akira che vale davvero la pena leggere. Non è di certo il miglior Tanizaki ed è accessorio, ma con Le domestiche lo scrittore dimostra di essere tanto indolente quanto consapevole dei proprio vizi.

Lo so, lo so. Dato che la pubblicazione di Adelphi è stata preceduta da una sorta di disclaimer collettivo a riguardo, sono consapevole che il primo romanzo di Roberto Bolaño, sospeso tra malinconia esistenziale e sottile detective story, non è per nulla rappresentativo della produzione successiva, che non ho ancora avuto modo di testare. In un’annata povera di letture “gialle” come il 2019 La pista di ghiaccio mi ha lasciato un’impressione più profonda del previsto. Non è nemmeno tanto una questione di trama o di colpi di scena. Sarà per quel contrasto splendido tra la pista di ghiaccio nascosta nell’ombra di un’enorme villa e il caldo afoso in cui si consumano un omicidio, un caso di corruzione e una serie di amori impossibili che accomunano i tre protagonisti. Sarà perché pur non inventandosi niente Bolaño riesce a iniettare ai suoi personaggi (maschili) la rassegnazione di chi guarda con lucidità la propria disfatta avvicinarsi (magari dopo averla costruita). A funzionare nel romanzo è l’alchimia tra personaggi differenti e diffidenti tra loro, un’atmosfera costruita con le parole e con quello che (non) dicono (anche a livello politico). Una pura lettura d’atmosfera figlia di un talento non comune per racchiudere il proprio esistenzialismo pessimista entro un paio di righe appena, all’ombra di una detective story.
[RECE]

Yūko Tsushima appartiene a quella vasta schiera di autori nipponici per cui provo una certa pena, perché quando e se arrivano in Italia, vengono inquadrati in quella dialettica del delicatissimo ed emozionale. O quello o il blurb di Haruki Murakami, non c’è scampo. Il guaio è che la scrittura di quest’autrice morta nel 2016 e in corso di traduzione e scoperta nel mondo anglofono delicatissima lo è, almeno nelle espressioni linguistiche e nelle immagini domestiche di cui si nutre. Territory of Light è un piccolo appartamento inondato di luce in cui la donna protagonista trascorre un periodo di transizione tra il divorzio ufficiale dal marito e la sua presa di consapevolezza di sé stessa come donna divorziata, madre sola ma anche essere umano indipendente. Anche questo romanzo è un ultimo raggio di sole prima che cali una notte rivoluzionaria, quella degli anni ’80, da cui la letteratura giapponese si risveglierà cambiata per sempre. Come nella tradizione letteraria novecentesca giapponese qui sembra non succedere nulla, a parte tediose complicazioni quotidiane: un tubo che si rompe, la bimba che fa i capricci, un sogno particolarmente intenso. Nel suo insieme però il romanzo è in grado di cogliere tutti i millesimali stadi di un’evoluzione personale e sociale. Neanche a farlo apposta trovo che formi una splendida doppietta con un’altra mia lettura del 2019: il bellissimo e struggente manga Il club delle divorziate di Kazuo Kamimura, che vi straconsiglio. Il manga e il romanzo finiscono per avere in comune un sorprendente numero di situazioni e scene simili, pur riflettendo la personalità differente dei due autori. Ultima nota: dopo essere stato pubblicato da una piccola casa editrice, Territory of Light è stato riproposto da Penguin e mi aspetto che prima o poi arrivi anche da noi. Per esempio lo vedrei benissimo nella collana nipponica di Edizioni e/o.
[RECE]

Nell’anno del ritorno al romanzo di Elena Ferrante (con uno scritto senza sorprese ma del tutto soddisfacente come La vita bugiarda degli adulti) sono rimasta a lungo indecisa non sul se ma sul quale Ferrante includere nella classifica di fine anno. Tanto che nello scatto che immortala la pigna dei vincitori c’è il romanzo, mentre poi in questa classifica prevale l’antologia dei 52 editoriali che la scrittrice italiana più amata nel mondo e più odiata in patria (di quell’astio invidioso e rancoroso che non si vedeva forse dai tempi del successo di Alessandro Baricco con Oceano mare) ha scritto per la testata inglese Guardian.
L’invenzione occasionale è un mettersi alla prova in un contesto nuovo, un esperimento di cui lei stessa ha dettato le condizioni: una scadenza temporale precisa (un pezzo a settimana per un anno) e una lista di tematiche scelte dalla redazione. Il risultato è un’antologia che prima ancora di regalare la visione acuta, saggia e pessimista sul mondo dell’autrice della Quadrilogia Napoletana, soddisfa l’egoistico desiderio di conoscerne la personalità. Ci sono tutte le Elena Ferrante possibili dentro gli editoriali: la donna, l’amante, la moglie, la madre, la figlia, l’artista, l’adulta che invecchia, la cinefila (amante di Tarkovskij!), la lettrice (anche di fantascienza!), l’italiana, l’insonne e la vittima di vizi banali come il fumo. Mi ha convinto in maniera ragionata per come provi, per ben 52 volte, che a partire da un tema generale o da un esempio magari banale, il bisturi letterario dell’autrice riesca sempre a incidere nella carte, con una verità dolorosa (personale o universale) che va a segno. A livello emotivo invece ne ho amato la capacità di donare un’intimità spartana ma rilevante con l’autrice, che supera con il suo vissuto raccontato e alluso la sua stessa condizione sine qua non di anonimato. Condizione che, dalla scrittrice a M¥SS KETA, è ahimè più che comprensibile in un mondo culturale italiano in cui, bene che ti vada, il tuo contribuito viene irriso arbitrariamente sulla base di un’estetica “carina” e non con obiezioni ragionate o informate. L’invenzione occasionale non è un sottotazza da caffè, è l’ennesimo scritto della Ferrante che se ne sta lì al bar con tutti noi e dialoga di frivolezze e di grandi verità, con tutti gli avventori del mondo letterario internazionale. Credo sia proprio questa sua diffusione universale e trasversale a suscitare il livore di quanti si scambiano favori, salamecchi e reciprocità recensive sulle pagine degli inserti culturali dei quotidiani più prestigiosi, ma rimangono imprigionati su quelle testate, non entrando nelle case e nell’intimità di nessun altro fuori dal giro.

Tra i titoli SFF freschi d’uscita in cui mi sono imbattuta quest’anno This is How You Lose the Time War è di certo quello che mi ha colpito di più. Innanzitutto ne apprezzo la profonda cura e onestà letteraria. La novella è scritta a quattro mani da Amal El-Mohtar e Max Gladstone ma così rifinito da non avere grandi divergenze di stile, ma soprattutto ha un world building e una narrativa che funzionano in quanto inserite nel contesto ridotto per spazi e tempi di questo formato. Ho apprezzato moltissimo che non si sia tentato di stiracchiarlo in un romanzo, perché lo stile evocativo, poetico e non troppo definito della sua costruzione non avrebbe retto così bene sulla lunga distanza.
L’impronta indie dell’editore Saga Press si percepisce chiaramente: aprendo un loro volume ci si trova davanti qualcosa di davvero fresco, che non ricorda nient’altro, di grande originalità. Qui si parla di viaggi nel tempo e contrapposizione tra due fazioni ideologicamente e organicamente opposte – che potremmo sintetizzare con quella fito-organica che ha il trip degli alberi e delle piante e quella cyberpunk col pallino per gli androidi e le intelligenze artificiali – ma alla fine è anche e soprattutto la storia di due individui che aderiscono acriticamente a un costrutto sociale che, attraverso una conoscenza sfalsata su vari piani temporali, imparano a conoscere l’altro (il nemico) ma soprattutto a ridefinire la propria individualità. La gestione dei viaggi nel tempo è davvero ben pianificata, oculata: nella fasi avanzate della storia le protagoniste si ritrovano ad essere contemporaneamente nello stesso posto in più versioni di sé (quelle passate e quelle presenti) e il tutto è perfettamente coerente e così ben scritto da risultare intuitivo (ciao Christopher Nolan). Quando comincia a sfidare i limiti della proprio complessità poi la novella si conclude, quindi tanto di cappello. Certo rimaniamo nel novero della SFF contemporanea in cui l’elemento di genere più che centrale nell’economia della storia si rivela ben presto un grazioso fondale, ma direi che stavolta non è il caso che io faccia la puntigliosa. Meraviglioso. Quanto uscirà su Oscar Vault date per scontato che ve l’abbia già consigliato, anche (forse soprattutto) se non bazzicate troppo i lidi fantascientifici.

Per me è stato l’anno di Ian McDonald. Mi capita di rado di leggere più volumi di uno stesso autore in una sola annata e nel 2019 ho divorato la seconda e terza parte della Trilogia della Luna e la novella/prequel The Menace from Farside, il tutto con enorme soddisfazione (non solo per la sinergia di dedicarmi a letture lunari nel cinquantesimo anniversario dall’allunaggio, anche se questo fatto ha ovviamente titillato il mio gusto per questo genere di convergenze). Avendo già ampiamente recensito in lungo e in largo questi titoli, rimane poco da dire, a parte il fatto che Ian McDonald è un grandissimo professionista, uno che sa scrivere di cuore ma anche di testa, con finalità commerciali ma senza perdere mai per strada la voglia di mettere alla prova idee sociali e scientifiche d’avanguardia, utilizzando le possibilità futuribili della scrittura immaginifica. In altre parole è uno scrittore autenticamente fantascientifico e di quelli bravi per giunta, che si sposta con sorprendente facilità dalla fantascienza dura delle società lunari con i loro problemi di carattere scientifico e politico all’emozione umana nuda e cruda, non senza un certo grado di poesia. Per questo tra i tre titoli a disposizione ho scelto Luna Crescente. I capitoli in cui uno dei protagonisti lunari eplora la Terra (per lui una sorta di frutto proibito) e da lì guarda alla Luna e prova la saudade inscritta nel suo DNA sono emotivamente potentissimi, tra le pagine migliori lette quest’anno. Senza scordare che questo personaggio shakespeariano è tra i migliori partoriti dal genere nell’ultimo decennio, capace di portare il concetto di machiavellico e diabolico sulla Luna, senza però diventare un villain da cartolina.
[RECE]

Stesso discorso di cui sopra, stesso livello di genere puro e splendidamente letterario per China Miéville che, anche nei suoi titoli considerati minori, è capace di visioni incredibilmente complesse e impattanti. La scena di apertura di L’uomo del censimento è forse quella di cui conservo un ricordo più vivido dell’annata: una nuvoletta di fumo che attira l’attenzione degli abitanti di una città  si rivela essere un bambino che corre con le mani di fronte a sé, disperato e piangente, sostenendo che il padre abbia ucciso la madre, o forse che entrambi abbiano ucciso qualcun’altro.
Gli sguardi nell’abisso del genere weird e dell’animo umano che riesce a gettare Miéville in qualche manciata di pagine, suggerendo al lettore più affezionato che non sta esplorando un nuovo avamposto del suo mondo letterario, bensì un angolo dimenticato di un mondo già esplorato in altri romanzi precedenti, da pelle d’oca.
L’ho visto descritto come complicato e inconcludente: l’ho trovato complesso e capace di giungere alla conclusione che le risposte e la verità rimangono inafferrabili, ma quello che ci rimane è la scrittura, per tentare di avvicinarci il più possibile, insieme a chi abbia la pazienza di leggere e ascoltarci. La speranza è che Zona42 non si fermi qui e ci regali anche The Last Days of New Paris.

Io ancora non ci credo che Safarà editore si sia imbarcata nella sfida di tradurre Namamiko L’inganno delle sciamane di Enchi Fumiko, tra l’altro coinvolgendo alcuni dei nomi accademici più importanti del settore (Paola Scrollavezza alla traduzione, Giorgio Amitrano in prefazione). Mi chiedo che pubblico possa avere questo raffinato romanzo che è una sorta di riscrittura in chiave moderna e femminista dei monogatari del periodo Heian, che riprende alcune tematiche molto care a Enchi Fumiko, in primis la possessione sciamanica come mezzo per “scaricare” tutto il subconscio femminile che la rigida struttura sociale giapponese impone di reprimere, quasi sempre a beneficio dell’uomo. Avete presente quello che ha fatto Greta Gerwig con Piccole donne? Avete presente quello che ha fatto Madeline Miller con Circe? Ecco, Enchi Fumiko lo faceva nel Giappone del 1965.
Non riesco quindi a credere alla mia fortuna di grande appassionata della sua produzione (è una delle mie scrittrici preferite di sempre) di poter leggere un romanzo che sembra quasi un racconto di una memoria frammentaria e il confronto accademico tra due testi, rivelandosi poi una storia di una diabolica macchinazione politica divisa tra un’amore ideale e impossibile e uno carnale e distruttivo. Il monogatari che Enchi Fumiko accosta alle fonti ufficiali è in realtà fittizio, introdotto nella storia con l’artificio del manoscritto ritrovato da una donna di enorme cultura e perspicacia, capace ancora una volta di raccontare la disperazione e la sensualità di donne messe nell’ombra dalla storia ufficiale, tributando un omaggio a quelle scrittrici – Murasaki Shikibu e soprattutto Sei Shōnagon – che hanno saputo imporsi nel canone letterario classico seguendone le regole, ma rimanendo nella storia per la loro natura anticonvenzionale. Senza lesinare alle sue sciamane e alle sue consorti una certa qual allure sensuale e sovversiva che non manca mai nei suoi scritti. Un plauso a Safarà per l’edizione splendida, curatissima con un corredo di note e approfondimenti adeguato, che già in fase di traduzione deve essere stata un autentico incubo.

Raccontando gli sviluppi iniziali di questo romanzo a una lettrice, lei ha commentato che un libro così oggi nemmeno lo pubblicherebbero. Probabilmente è vero: viviamo in un’epoca bizzarra in cui è del tutto ammissibile (quasi desiderabile) dilatare i tempi della narrativa letteraria, cinematografica e televisiva a dismisura per arricchire di dettagli a uso e consumo dei fan un discorso già esaustivo, pur considerando datate operazioni di grande complessità come questo romanzo. The Little Drummer Girl (noto in Italia come La Tamburina) è una ricostruzione maniacale di una trappola diabolica, degna del Mossad degli anni ’70: l’obiettivo di una cellula dell’intelligence israeliana più o meno autonoma è stanare un bombarolo palestinese che colpisce in Europa, mettendo su una farsa teatrale in cui lo spettacolo è la realtà e trasformando una giovane attrice squattrinata in un’infiltrata capace di stanare il terrorista.
Lontano dall’azione al cardiopalma che queste premesse suggerirebbero, il libro si apre con una sessantina di pagine che ci raccontano il lento, maniacale circuire di un funzionario tedesco poco influente nella sua scala gerarchica e periferico anche nell’economia di questo romanzo. Il perché è esplicitato nei ringraziamenti iniziali in cui John Le Carrè cita gli amici palestinesi che hanno contribuito attivamente alla ricostruzione dei campi profughi e di quelli d’addestramento per attivisti europei in Medioriente e i conoscenti delle alte sfere israeliane, che hanno contribuito inconsapevolmente ai dettagli del dietro le quinte del Mossad dell’epoca.
Quando nel 1983 pubblicò The Little Drummer Girl, Le Carrè ha già alle spalle vent’anni di carriera e almeno due capolavori, ma non ha esitato a buttarsi a capofitto in una questione caldissima come quella israelopalestinese, mettendo per giunta al centro una donna per la prima volta nella storia letteraria del genere (e poi mi tocca leggere in giro che è un romanzo misogino, quando Charlie dà punti a una bella fetta di cosidette bad ass women). Di certo è una lettura che richiede un impegno non da poco, catapultando il lettore in una caccia al topo di una complessità machiavellica, però ne vale la pena. Anche solo per come restituisce l’affresco poco noto di tre generazioni a confronto: coloro che sui tre fronti (europeo, ebreo e palestinese) hanno vissuto la guerra (mondiale e di spartizione della Palestina), la generazione successiva che è cresciuta avendo come idolo la precedente e infine la terza, che pur respirando un clima politico quasi asfissiante, manca di esperienza diretta del conflitto e sente già il richiamo del disimpegno consumistico successivo.
Charlie fa parte di quest’ultima, è giovane e superficialmente impegnata, a disagio con la sua estrazione borghese e quindi ossessivamente bohémien. Viene manipolata da poteri più grandi di lei e uomini che hanno vissuto mille vite prima ancora che lei nascesse, ma riuscirà a rimanere a galla, a trattenere qualche frammento d’identità andata in frantumi. Lei è l’eroina (ma non l’unica protagonista) di un romanzo dove ancora una volta Le Carré mostra quanto i fronti opposti siano simili e tutti parimenti sconfitti da un potere antitetico a ogni ideale politico e sociale. Quest’anno non è stato l’unico titolo del nostro che ho letto: ho amato molto anche The Looking Glass War (Lo specchio delle spie), forse il suo scritto più nichilista, ma qui siamo davvero su un altro livello, benedetto poi da un recente adattamento televisivo che mette a frutto tutta questa complessità. Che dire? Ormai lo sapete: come me Mr. Tamburino raramente sbaglia, ma più lo leggo e più mi convinco che è un nome che non lo dovremmo confinare allo scorso secolo. 

Se non ne avete ancora abbastanza, a pagina 2 trovate qualche riflessione generale sul mio 2019 di letture. Di quelle con le statistiche, i fun fact e i rimpianti che noi lettori amiamo avere.

Alcuni editori mi hanno fornito una copia DEi loro romanzi A TITOLO GRATUITO PER REDARRE UN’ONESTA RECENSIONE a riguardo; una di quelle CHE AVETE APPENA LETTO.
cliccando sulla copertina del romanzo verrai rimandato AL PROGRAMMA DI AFFILIAZIONE amazon: SE COMPRI QUALCOSA attraverso questo link, RICEVERÒ UNA PICCOLA COMMISSIONE.