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JOJO RABBIT di Taika Waititi
Il piccolo Jojo ha 10 anni ed è un fervente fanatico nazista nella Germania vicina alla disfatta della Seconda guerra mondiale. Essendo mingherlino e irriso dai giovani della città, Jojo si accomopagna a un amico immaginario con le fattezze del Führer. Quando però scopre che la madre nasconde una ragazzina ebrea in un’intercapedine del muro, Jojo sarà costretto a confrontarsi con una realtà molto differente dalla propaganda nazista.
La prova provata che alle volte tirare fuori dal cappello un film riuscito non è nemmeno lontanamente abbastanza. Sinceramente sono un po’ scettica sulle nomination di peso che questo crowd pleaser ha raccolto, tra cui quella per miglior film. Bisogna certo riconoscergli di riuscire a fare un’operazione comica non scontata per un film così trasversale, accessibile e commerciale. Senza Taika Waititi al timone (regia, sceneggiatura e interpretazione di Hitler) palesemente questo film non si sarebbe fatto, o quantomeno non si sarebbe proposto con successo a un pubblico così ampio.Tuttavia proprio perché a portarlo su grande schermo c’è il regista neozelandese che ha saluto essere irriverente e graffiante anche in un contesto stringente come un film Marvel (cfr: Thor: Ragnarok) mi sarei aspettata molto di più. Jojo Rabbit invece è un film che immerge il nazismo in un contesto così controllato (percepiamo mai un oggettivo pericolo per il protagonista?) e così statunitense (ok le libertà creative, ma sembra di stare in un villaggio degli Stati Uniti con gli attori in cosplay da nazisti) da rendere spuntare fatalmente la lama narrativa con cui vorrebbe colpire il bersaglio. Oltre a copiare spudoratamente – e senza ragioni plausibili – il tono e lo stile di Wes Anderson, segue così fedelmente le orme Disney che quando le svolte drammatiche del film arrivano, beh, rendono ancora di più Jojo un personaggio disneyano mancato. Anche esteticamente parlando: forse la storia sarebbe stata più incisiva se al posto del talentuoso ma bellissimo Roman Griffith Davis si fosse scelto un ragazzino dai tratti meno regolari e fotogenici di partenza, che potesse poi sembrare, come dire, effettivamente sfigurato in modo non piacevole e traumatizzante.
È un problema di aspettative: vi piacerà se depennate dalle vostre stesse rispetto a questo film ogni risvolto irriverente, caustico o dissacrante, accontentandovi di emozionante, divertente, commovente.
[RECE]

Kimberley French © 2019 Twentieth Century Fox

RICHARD JEWELL di Clint Eastwood
Un addetto alla sicurezza scopre una bomba durante un concerto in corso ad Atlanta nel corso delle Olimpiadi del 1996. Salutato come un eroe per la sua solerzia che ha salvato innumerevoli vite, verrà presto accusato dal FBI e dai media di essere un mostro, un uomo così alla ricerca di attenzioni da impiantare lui stesso l’ordigno per poi presentarsi come un’eroe. L’incubo di Jewell durerà 88 giorni, dopo i quali riuscirà a provare la sua innocenza. 
È arrivato quel momento dell’anno in cui Eastwood ci fa il suo predicozzo su cosa sia l’America vera e quale sia la parte oscura che succhia le energie ai bravi lavoratori con la testa sulle spalle che diventano eroi per caso e poi vengono perseguitati per questo dai poteri forti. È la summa di quasi tutto il tardo cinema dello zio Clint: la nostra fortuna è che per quanto abbia assunto quel tono da anziano che ti spiega lui come funziona il mondo, cinematograficamente parlando lo sa fare in modo appassionante e convincente. Insomma Eastwood non sbaglia un colpo, specie quando sceglie così oculatamente storie che confermano la sua visione degli Stati Uniti. In questo senso quella di Richard Jewell è ancora più esemplare del precedente Sully (film di cui diventa una sorta di continuum narrativo). Ormai funziona tutto alla perfezione: gli attori sono molto in palla e Eastwood permette a Paul Walter Hauser di dare nuance inaspettate a questo ragazzotto scapolo, obeso e che vive con la madre, senza renderlo il bambolotto nelle mani di Sam Rockwell (in questa settimana di uscite da Oscar praticamente onnipresente) e della storia. Meno convincente è il trattamento riservato alle donne del film: Kathy Bates è al solito bravissima, ma il suo personaggio della madre coraggio che piange per la sorte del figlio e dei suoi Tupperware sembra quel genere di semplificazione che l’Academy adora (e infatti eccola qui la nomination, nonostante avrebbe avuto più senso per il lavoro del protagonista). Giusto per tentare ogni strada possibile finisce per piangere anche la giornalista arrivista di Olivia Wilde, personaggio criticatissimo per l’utilizzo che fa del proprio corpo. Personalmente non lo trovo offensivo (anzi), ma sono rimasta delusa da come venga abbozzato lì per lei un finale che rende il suo intero arco narrativo inconcludente.
Insomma, Clint Eastwood continua ad interpreta il regista sospettoso dell’autorità che non crede più in niente, tranne forse nella buona fede di chi incarna davvero lo spirito americano e per questo viene perseguitato. Rispetto al più recente The Mule – Il Corriere e allo stesso Sully è un film molto più canonico e privo di sorprese, però ha un senso perché il suo valore sta nella storia esemplare che riporta alla luce.
[RECE]